
Gli stipendi in Italia crescono, ma il luogo in cui si lavora continua a pesare: tra Lombardia e Basilicata il divario supera 6.400 euro lordi annui.
Gli stipendi in Italia non raccontano una sola storia. A parità di Paese, cambiano il territorio, il tessuto produttivo e il peso dei diversi mestieri. Nel 2024 la retribuzione annua lorda media del settore privato ha superato i 33 mila euro in Lombardia, mentre in Basilicata si è fermata poco sopra i 27 mila. Sono oltre 6.400 euro di distanza, prima ancora di parlare di tasse e costo della vita. Il divario non è una fotografia perfetta di ogni lavoratore, ma è abbastanza ampio da non poter essere liquidato come una semplice differenza statistica.
Il Salary Outlook 2025 di JobPricing, costruito su dati retributivi del 2024, colloca la Lombardia al primo posto con una retribuzione annua lorda media di 33.635 euro. Seguono il Trentino-Alto Adige con 33.532 euro, il Lazio con 33.242 e la Liguria con 33.195. In fondo alla graduatoria compaiono Basilicata, 27.232 euro, Calabria, 28.010, e Molise, 28.468.
Tra la prima e l’ultima regione ci sono 6.403 euro lordi all’anno: lo stipendio medio lombardo è circa il 23,5% più alto di quello lucano. Se si considera anche la componente variabile, cioè la retribuzione globale annua, la distanza sale da 34.614 euro in Lombardia a 27.604 in Basilicata. In questo caso il divario supera i 7 mila euro.
Sono medie, non buste paga tipo. JobPricing analizza lavoratori dipendenti del settore privato ed esclude, tra gli altri, collaboratori, stagisti e partite IVA. Il campione comprende circa 600 mila profili e viene ponderato sulla Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat per rappresentare circa 13 milioni di dipendenti. Questo rende il confronto utile, ma impone di non trasformarlo nella risposta alla domanda «quanto guadagna un lavoratore in quella regione?».
Il luogo di lavoro non agisce da solo. Lombardia e Lazio concentrano sedi direzionali, grandi imprese, servizi finanziari e professioni ad alta qualificazione; altri territori hanno una quota maggiore di piccole aziende, attività stagionali o mansioni operaie. Una media regionale raccoglie tutte queste differenze e finisce per riflettere anche la struttura dell’economia locale.
Lo stesso rapporto mostra che il divario tra Nord e Sud è più largo per dirigenti e quadri, intorno al 9%, e si riduce per impiegati e operai, rispettivamente all’8% e al 6,4%. Non significa che un identico contratto valga automaticamente meno al Sud. Significa che opportunità, settori, dimensione delle imprese e presenza di ruoli meglio retribuiti non sono distribuiti nello stesso modo.
Anche le grandi città spostano la media. Milano e Roma ospitano una parte consistente delle posizioni manageriali e specialistiche; il loro peso può alzare il dato di Lombardia e Lazio senza cancellare le difficoltà di chi, nelle stesse regioni, lavora con salari bassi o contratti discontinui.
Il dato più interessante non è soltanto la classifica. Tra il 2023 e il 2024 la retribuzione annua lorda è cresciuta del 4,3% in Campania, del 4,2% in Puglia e Trentino-Alto Adige e del 4% in Calabria. Nello stesso periodo l’aumento in Lombardia è stato dell’1,8%. È un segnale di recupero, ma parte da livelli molto diversi.
La distanza si vede anche nel periodo più lungo. Dal 2015 al 2024 la crescita nominale è stata del 18,1% in Calabria e del 16,3% in Puglia, contro l’8% della Lombardia. Eppure Calabria e Puglia restano nella parte bassa della graduatoria. Crescere più velocemente non basta quando il punto di partenza è basso e gli aumenti vengono erosi dall’inflazione.

Stipendi in Italia e potere d’acquisto delle retribuzioni (Fonte: Wikimedia Commons)
Nel 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate in media del 3,1%, secondo Istat. È un incremento superiore all’inflazione media dell’anno, ma non recupera quanto perso durante la fiammata dei prezzi. A settembre 2025 le retribuzioni contrattuali reali erano ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021, come ricorda lo stesso quadro economico dell’Istat.
L’OCSE conferma che l’occupazione italiana ha raggiunto livelli record nel primo trimestre 2026, ma continua a segnalare una ripresa debole dei salari reali. È il paradosso degli ultimi anni: più persone lavorano, mentre il potere d’acquisto delle retribuzioni fatica a tornare ai livelli precedenti all’inflazione del 2022 e del 2023.
Un salario lordo più alto non coincide automaticamente con una vita più comoda. Affitti, trasporti e servizi costano in modo molto diverso tra Milano, Roma, un capoluogo del Mezzogiorno e un piccolo comune. Il rapporto regionale dice dove le imprese pagano mediamente di più; non misura quanto resta davvero in tasca dopo le spese essenziali.
Per questo i valori netti mensili ricavati meccanicamente dalla retribuzione annua vanno trattati con cautela. Il netto dipende da aliquote, detrazioni, tredicesima o quattordicesima, situazione familiare e premi. Presentare una sola cifra come «stipendio netto della regione» dà un’impressione di precisione che il dato non possiede.
La graduatoria non stabilisce quali siano le regioni migliori in cui vivere. Mostra però una cosa concreta: in Italia la geografia del lavoro continua a influire sulle possibilità di guadagno. Gli aumenti più forti registrati in alcune aree del Sud sono una buona notizia, ma non hanno ancora chiuso la distanza con il Nord. Per ridurla servono più imprese capaci di crescere, più occupazione qualificata e percorsi professionali che permettano di passare da un lavoro povero a uno meglio pagato. Senza questo salto, la media potrà salire di qualche punto senza cambiare davvero la vita di chi lavora.






