
Tra il 2015 e il 2025 le retribuzioni private sono aumentate meno dei prezzi. Marche e Molise sono le sole regioni con un differenziale non negativo, mentre alcune delle perdite più consistenti riguardano territori del Nord con stipendi relativamente elevati.
Gli stipendi italiani sono tornati a crescere, ma ciò non significa che i lavoratori abbiano recuperato quanto perso durante gli anni dell’inflazione. Il confronto territoriale aggiunge un ulteriore elemento: le regioni nelle quali si guadagna di più non sono necessariamente quelle che hanno difeso meglio il potere d’acquisto.
Secondo il Geography Index 2026 dell’Osservatorio JobPricing, nel 2025 la Retribuzione Globale Annua media, comprensiva della parte fissa e di quella variabile, ha raggiunto in Italia i 33.798 euro lordi. L’incremento rispetto al 2024 è stato del 4,3%, superiore all’inflazione media dell’anno.
Il recupero più recente, tuttavia, non cancella quanto accaduto nel decennio. Tra il 2015 e il 2025 la retribuzione media considerata da JobPricing è aumentata del 14,2%, mentre i prezzi sono cresciuti del 22,6%. La distanza è quindi di 8,4 punti percentuali.
Il dato deve essere interpretato correttamente. Non significa che ogni lavoratore italiano abbia perso esattamente l’8,4% del proprio stipendio. Quella percentuale rappresenta la differenza tra l’aumento nominale delle retribuzioni e la crescita dei prezzi.
Applicando invece il calcolo composto ai due indici, la riduzione implicita del valore reale della retribuzione media è vicina al 7%. La conclusione sostanziale non cambia: nel decennio gli stipendi sono aumentati, ma non abbastanza da tenere il passo con il costo della vita.
Si tratta di una distinzione importante anche per comprendere gli aumenti presenti in busta paga. Una retribuzione nominale più alta permette di acquistare realmente di più soltanto quando cresce più velocemente dei prezzi.
Il fenomeno si collega anche al drenaggio fiscale. Un aumento nominale può determinare un maggiore prelievo fiscale senza corrispondere a un uguale miglioramento delle condizioni economiche. Per questo il confronto non deve fermarsi alla cifra lorda indicata nel contratto.
La mappa regionale elaborata da JobPricing presenta un risultato inatteso. Nel confronto fra crescita della Retribuzione Globale Annua e inflazione territoriale, soltanto Molise e Marche chiudono il periodo 2015-2025 senza un differenziale negativo.
Il Molise registra un saldo di 2,8 punti percentuali, mentre quello delle Marche è pari a 0,7 punti. Non significa che queste siano le regioni italiane con gli stipendi più alti. Indica, più precisamente, che nel periodo considerato le retribuzioni medie sono cresciute leggermente più dei prezzi rilevati nei rispettivi territori.
Il Molise resta infatti nella parte bassa della graduatoria nazionale delle retribuzioni, mentre le Marche occupano una posizione intermedia. Il loro risultato racconta quindi la dinamica del decennio, non il livello assoluto dei salari.
È la stessa distinzione emersa nel nostro precedente approfondimento sugli stipendi in Italia e sul divario tra le regioni: confrontare le medie regionali serve a individuare le differenze territoriali, ma non permette di costruire una busta paga rappresentativa di tutti i lavoratori.
All’estremo opposto della graduatoria si trova l’Umbria, con un divario di 15,1 punti percentuali tra andamento delle retribuzioni e inflazione. Seguono il Veneto con 13,9 punti, la Sicilia con 13,1 e il Trentino-Alto Adige con 12,3.
Anche la Lombardia, pur conservando la retribuzione media più elevata, presenta nel decennio un differenziale negativo di circa 8,9 punti. L’Emilia-Romagna arriva a 10,7 punti.
Questi risultati mostrano perché non sia corretto identificare automaticamente uno stipendio più alto con un maggiore benessere economico. Il livello della retribuzione, la sua evoluzione nel tempo e il costo della vita misurano aspetti diversi.
In Lombardia, per esempio, gli stipendi medi beneficiano della presenza di grandi imprese, servizi finanziari, attività professionali e occupazioni ad alta qualificazione. Allo stesso tempo, abitazione, trasporti e servizi possono assorbire una parte consistente del reddito. In Molise gli stipendi risultano più bassi, ma nel periodo osservato sono cresciuti più rapidamente rispetto all’inflazione locale.

stipendi e potere d’acquisto (Fonte: Wikimedia)
La tendenza più recente è migliorata. L’Istat rileva che nel 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate mediamente del 3,1%, contro un’inflazione misurata dall’indice armonizzato IPCA dell’1,7%.
Per il secondo anno consecutivo, quindi, gli aumenti contrattuali hanno superato l’inflazione. Il recupero, però, rimane incompleto. Nel Rapporto annuale 2026, l’Istat stima che alla fine del 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni fosse ancora inferiore dell’8,6% rispetto al 2019.
Anche l’Economic Survey sull’Italia dell’OCSE sottolinea che la crescita nominale più recente non ha ancora riportato i salari reali ai livelli precedenti alla fiammata inflazionistica. Le retribuzioni contrattuali reali risultavano, alla fine del 2025, ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
La Banca d’Italia parla a sua volta di un recupero ancora parziale del potere d’acquisto delle retribuzioni. L’aumento dell’occupazione e gli interventi fiscali hanno sostenuto il reddito disponibile delle famiglie, ma questo non coincide con il completo recupero del valore reale dei singoli stipendi.
Retribuzioni, reddito familiare e potere d’acquisto non sono infatti indicatori equivalenti. Una famiglia può beneficiare di nuove entrate, trasferimenti o agevolazioni anche quando lo stipendio reale di uno dei suoi componenti non ha ancora recuperato quanto perso.
Il confronto richiede anche una precisazione metodologica. JobPricing prende in considerazione i lavoratori dipendenti del settore privato presenti nella propria banca dati e utilizza modelli statistici per rendere i risultati rappresentativi del mercato del lavoro osservato.
La Retribuzione Globale Annua comprende:
Il dato non comprende nello stesso modo dipendenti pubblici, lavoratori autonomi, pensionati e persone prive di occupazione. Inoltre, la media di una regione dipende dalla composizione del mercato del lavoro: settori produttivi, qualifiche, età, dimensione delle aziende e presenza di profili dirigenziali.
Se aumenta la quota di lavoratori impiegati in settori meglio retribuiti, la media può salire anche senza un aumento uniforme degli stipendi individuali. Per questo la statistica descrive il territorio, ma non sostituisce la lettura della singola busta paga.
Anche l’inflazione media non produce conseguenze identiche per tutti. Una famiglia che destina una quota elevata del reddito ad alimentari, energia e affitto può subire un impatto maggiore rispetto a chi dispone di una casa di proprietà e di risparmi consistenti.
Come abbiamo spiegato nell’analisi su inflazione, risparmio e potere d’acquisto, lo stesso aumento dei prezzi può avere effetti molto diversi in base al reddito disponibile, al patrimonio e alle spese obbligatorie.
Anche all’interno della stessa regione convivono situazioni lontane. Milano non ha gli stessi costi abitativi di una provincia lombarda periferica; una località turistica del Trentino-Alto Adige non è direttamente confrontabile con un comune distante dai principali flussi turistici.
La mappa regionale è quindi un punto di partenza. Mostra che la crescita nominale degli stipendi non basta e che il territorio continua a determinare quanto si guadagna e quanto di quella retribuzione può essere realmente utilizzato.
Il miglioramento degli ultimi due anni rappresenta un segnale positivo, ma non risolve il problema strutturale. Per recuperare stabilmente il potere d’acquisto servono aumenti retributivi capaci di superare l’inflazione per un periodo sufficientemente lungo.
La questione riguarda anche la produttività, la qualità dell’occupazione, i rinnovi contrattuali e la diffusione della contrattazione aziendale. Settori con maggiore valore aggiunto e imprese capaci di investire possono sostenere salari più elevati senza trasferire interamente il costo sui prezzi.
Nel frattempo, il confronto regionale restituisce un’Italia meno prevedibile di quanto suggerisca la tradizionale divisione tra Nord e Sud. Lombardia e Veneto restano territori con stipendi relativamente elevati, ma non hanno protetto meglio il loro valore reale. Marche e Molise partono da livelli inferiori, ma hanno resistito maggiormente all’aumento dei prezzi.
La crescita riportata sulla busta paga, da sola, non basta quindi a descrivere le condizioni economiche dei lavoratori. Il dato decisivo è la quantità di beni e servizi che quella retribuzione consente realmente di acquistare. Dopo dieci anni nei quali i prezzi hanno corso più degli stipendi, il recupero è iniziato, ma per gran parte del Paese resta ancora lontano dall’essere completato.






