
Nel centenario della nascita del gesuita, il volume Alle radici della coscienza politica ne ripercorre il pensiero. Una riflessione sul rapporto tra fede, povertà, servizio e gestione del potere.
L’editore R-Accogliere ha pubblicato Alle radici della coscienza politica, una raccolta di saggi e testimonianze uscita in occasione del centenario della nascita di Pio Parisi. Il volume riporta l’attenzione su una figura forse poco conosciuta dal grande pubblico, ma significativa nella vita religiosa e sociale italiana.
Il gesuita Pio Parisi ha avuto un ruolo importante nella storia delle Acli e nell’esperienza della pastorale sociale e del lavoro della Conferenza episcopale italiana. Al centro del suo percorso vi è una domanda ancora attuale: in che modo la fede può orientare la coscienza politica senza trasformarsi in ideologia o in ricerca del potere?
Pio Parisi è stato anzitutto un testimone coerente della fede. Lo confermano soprattutto le persone che lo hanno conosciuto e frequentato. Nel mio caso, penso a Pino e Maria Celeste, che hanno condiviso con lui una fede priva di fronzoli, nutrita di gesti quotidiani, vissuta nella famiglia e nella vita sociale.
La sua esperienza si inserisce in una tradizione culturale e religiosa che ha attraversato la storia italiana del Novecento, intrecciando impegno civile, vita comunitaria e attenzione alle persone.
La cifra essenziale di Pio Parisi mi sembra la sua volontà di “pensare stando dentro la realtà”. Significa vivere la fede senza separarla dall’esperienza concreta, dalle relazioni, dalle responsabilità e dalle contraddizioni della storia.
È uno dei compiti più difficili che possano esistere, se si prendono sul serio sia la fede sia la realtà. Non basta enunciare principi: occorre misurarli con la vita quotidiana e con le conseguenze delle proprie scelte.
Questa tensione attraversa molti degli scritti e degli interventi raccolti nell’archivio dedicato a Pio Parisi, che permette di ricostruire il suo itinerario religioso, culturale e sociale.
Lo sforzo di stare nella realtà conduce inevitabilmente al rapporto tra fede e coscienza politica. Per Pio Parisi questo rapporto non è stato un tema occasionale, ma una presenza costante lungo tutta la vita di religioso impegnato nel sociale.
La fede, nel suo pensiero, non offre un programma politico già pronto. Chiede piuttosto di interrogare il modo in cui si esercitano la responsabilità, il servizio e il potere. La coscienza politica nasce allora dall’ascolto, dal discernimento e dall’attenzione verso chi resta ai margini.
Il pensiero di Pio Parisi si colloca nella tradizione del cattolicesimo democratico, lungo un itinerario che va da Jacques Maritain a Giuseppe Dossetti. Quest’ultimo fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana, prima di abbandonare l’azione politica e scegliere la vita monastica.
La scelta di Dossetti mostra la difficoltà di mantenere una sintesi lineare tra fede e storia, esperienza cristiana e gestione del potere. Parisi si muove nello stesso solco, ma insiste sulla necessità di ripensare il significato stesso della politica.
Come osserva Giorgio Marcello nella presentazione del volume, mentre Dossetti afferma l’irriducibilità della politica, intesa come gestione del potere, alla vita cristiana, l’originalità di Parisi consiste nell’urgenza con cui chiede di riformulare il concetto di politica alla luce della Parola di Dio.

Pio Parisi
Nella riflessione di Parisi vedo un legame stretto con l’insegnamento di san Francesco, del quale si celebra l’ottocentesimo anniversario della morte. Come il santo di Assisi, Pio Parisi pone al centro di una nuova visione della coscienza politica la questione della povertà.
La scelta della povertà non coincide con la semplice rinuncia materiale. È una condizione per opporsi al potere inteso come dominio e per aprirsi al mondo attraverso l’ascolto della Parola di Dio. In questa prospettiva, la povertà diventa libertà dalla pretesa di possedere la verità e di imporla agli altri.
Il richiamo francescano acquista un significato particolare nell’ambito delle celebrazioni ufficiali per gli ottocento anni dalla morte di san Francesco, che invitano a riflettere sull’attualità del suo messaggio.
Nell’approccio di Parisi, la fede non è una semplice ispirazione morale all’impegno politico. È il presupposto di una ricerca che coinvolge la salvezza dei singoli, dei popoli e della storia.
In un’intervista alla rivista Bailamme, Parisi riconosceva i limiti prodotti dalla gestione del potere e indicava la necessità di ripartire dall’esercizio della fede:
«La gestione del potere condiziona, limita. Si deve ripartire dall’esercizio della fede: questa è la realtà in cui mi colloco, in questa realtà, in questa apertura al mistero».
Non si tratta, dunque, di negare la politica o le istituzioni. Si tratta di evitare che il potere diventi il fine dell’azione pubblica. Una prospettiva che trova riscontro anche nella riflessione promossa dalle Acli sulla necessità di aprire nuove vie per la politica.
Se penso alla mia esperienza politica, non posso non constatare quanto io sia stato distante da questa concezione della fede, l’unica che può fondare un impegno politico davvero solido.
E non posso non riconoscere che pochi uomini politici hanno costruito i doveri della propria coscienza politica su una fede autentica. Penso in particolare ad Aldo Moro e, per certi aspetti, anche ad Alcide De Gasperi.
Questa consapevolezza non cancella il valore dell’impegno pubblico, ma invita a valutarlo con maggiore severità. Chiede di distinguere il servizio dalla ricerca del consenso e la responsabilità dall’esercizio del dominio.
Rileggere oggi Pio Parisi significa interrogarsi su una politica che non sia ridotta alla conquista e alla conservazione del potere. Significa tornare a parlare di coscienza, povertà, ascolto e servizio senza trasformare queste parole in formule astratte.
Il volume Alle radici della coscienza politica restituisce il profilo di un religioso capace di tenere insieme la Parola di Dio e la complessità della storia. La sua lezione non propone soluzioni immediate, ma indica un metodo: osservare la realtà, ascoltare le persone e sottoporre il potere a un giudizio morale continuo.
È forse questa l’eredità più importante di Pio Parisi: ricordare che la politica, prima di essere tecnica, strategia o amministrazione, è una responsabilità della coscienza.






