
Medici di famiglia, ospedali e libera professione: per garantire le cure servono integrazione, controlli e una valorizzazione del personale.
Le liste di attesa sono uno dei punti nei quali si misura la credibilità della sanità pubblica. Un servizio può disporre di ottimi professionisti e strutture di eccellenza, ma se il cittadino non riesce a ottenere una visita o un esame nei tempi necessari, la tutela della salute rimane incompleta. È da questa distanza tra il diritto riconosciuto e la possibilità concreta di esercitarlo che dovrebbe partire ogni riforma.
Il tema riprende la riflessione sulla promessa di rimettere la sanità al primo posto dopo la pandemia. Le attese ne rappresentano una verifica quotidiana: per chi deve ricevere una diagnosi, iniziare una terapia o controllare una malattia, il tempo non è una questione amministrativa.
Il disagio ha una dimensione documentata. Nell’audizione del 7 luglio 2026 alla Commissione Affari sociali della Camera, Istat ha ricordato che nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, avevano rinunciato, pur avendone bisogno, ad almeno una visita o un accertamento diagnostico. Tra le ragioni prevalenti figuravano le lunghe attese e il costo delle prestazioni.
Il dato non significa che tutte queste persone abbiano smesso di curarsi, né può essere attribuito interamente alle liste di attesa. Indica però una domanda rimasta insoddisfatta, con conseguenze che dovrebbero interrogare l’intera comunità nazionale. Chi può sostenere una spesa cerca una risposta a pagamento; chi non può rischia di rimandare una prestazione necessaria.
È qui che la questione organizzativa incontra quella dell’uguaglianza. L’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività. Dare sostanza a quel principio richiede che l’accesso alle cure non dipenda dalla disponibilità economica del singolo.

Corridoio ospedaliero con letti vuoti allineati lungo una parete. (Fonte: Pexels)
Il governo, con il ministro della Salute Orazio Schillaci, è intervenuto sul problema. Il decreto-legge 73 del 2024, convertito nella legge 107, ha previsto, tra le altre misure, una piattaforma nazionale di monitoraggio, maggiore trasparenza delle prenotazioni e il potenziamento dell’offerta assistenziale.
Sono strumenti importanti, ma il loro valore deve essere misurato nella vita delle persone: quanti pazienti ottengono la prestazione entro i tempi previsti? Che cosa accade quando una struttura non riesce a garantirla? Chi verifica che alle disposizioni seguano risposte effettive?
A mio parere, la discussione pubblica dovrebbe concentrarsi su queste domande. Le risorse contano, così come l’organizzazione e la gestione del personale. Nessuno di questi aspetti, preso isolatamente, può tuttavia sostituire una riforma capace di collegarli.
Il personale è al centro di questa trasformazione. Sarebbe però riduttivo considerare soltanto i medici ospedalieri: occorre tenere insieme medicina generale, specialistica ambulatoriale, continuità assistenziale e servizi ospedalieri, valorizzando anche il contributo degli infermieri e delle altre professioni sanitarie.
Le Case della Comunità possono offrire un luogo e un’organizzazione a questa collaborazione. Le linee di indirizzo pubblicate da AGENAS nel settembre 2026 insistono proprio sul lavoro in équipe, sulla condivisione delle responsabilità e sul coordinamento dei percorsi assistenziali.
Non basta, dunque, aprire nuove strutture. Bisogna rendere possibile una presa in carico continuativa, nella quale il paziente non sia lasciato solo a cercare appuntamenti e a ricomporre indicazioni provenienti da servizi diversi. Occorrono orari coordinati, informazioni condivise e responsabilità riconoscibili.
Il rapporto convenzionale dei medici di famiglia non va confuso con un’assenza di obblighi verso il servizio pubblico. Già nel rinnovo dell’accordo nazionale approvato nel gennaio 2026, la Conferenza delle Regioni richiamava l’integrazione del personale convenzionato nelle nuove strutture territoriali. Sono convinto che questa integrazione debba diventare più stringente e verificabile, attraverso gli strumenti contrattuali e organizzativi necessari.
Un altro nodo riguarda il rapporto tra attività istituzionale e prestazioni a pagamento dei medici del servizio pubblico. È un tema delicato, sul quale servono precisione e trasparenza, evitando di trasformare i professionisti nel bersaglio di una contrapposizione sommaria.
L’attività libero-professionale intramuraria, come chiarisce AGENAS, si svolge fuori dall’orario di lavoro e può essere autorizzata anche in studi professionali collegati in rete o in altre strutture convenzionate. Il fatto che una visita avvenga fuori dall’ospedale, quindi, non basta a identificarla come attività estranea al sistema autorizzato. L’agenzia precisa inoltre che l’intramoenia non deve pregiudicare l’attività istituzionale né incrementarne le attese.
Non sarebbe corretto dedurre dalla sola esistenza della libera professione che essa sia la causa delle liste di attesa. È invece necessario verificare che la priorità del servizio pubblico sia rispettata nei fatti. La legge del 2024 prevede un equilibrio tra attività istituzionale e libero-professionale, con controlli aziendali e la possibilità di sospendere quest’ultima nei casi previsti.
Il punto politico, a mio giudizio, è rendere questi controlli effettivi. Quando l’attesa per una prestazione pubblica è incompatibile con il bisogno del paziente, non possiamo limitarci a constatare che esiste un’alternativa a pagamento.
Una riforma credibile deve accompagnarsi a retribuzioni adeguate, condizioni di lavoro sostenibili e possibilità di crescita professionale. Credo si debba rendere più attrattiva la scelta di dedicare il proprio lavoro al servizio pubblico, riconoscendo la responsabilità di chi cura, fa ricerca e affronta decisioni dalle quali dipende la vita delle persone.
Un maggiore impegno richiesto ai professionisti deve trovare un corrispettivo nell’organizzazione, nelle dotazioni e nel riconoscimento del loro ruolo. Sarebbe ingiusto chiedere disponibilità aggiuntiva senza mettere chi lavora nelle condizioni di offrire un’assistenza migliore.
Su questo dovrebbe aprirsi un confronto serio tra governo, Regioni, professionisti e cittadini. Le liste di attesa non si affrontano con una sola misura né con la ricerca di un unico responsabile. Servono scelte coerenti, responsabilità definite e risultati verificabili. Il criterio con cui giudicarle resta semplice: una persona che ha bisogno di una prestazione deve poterla ricevere nel tempo richiesto dalla sua salute.






