
Gestione competente e prevenzione: due priorità per rimettere la salute al centro dell’agenda politica nazionale.
Ci siamo purtroppo dimenticati molto presto della promessa assunta durante la pandemia: d’ora in poi la sanità sarà al primo posto.
Non che il governo non abbia dedicato energie e risorse a questo settore. Tuttavia, la tutela della salute non è diventata una priorità strategica dell’intera comunità nazionale.
Nel frattempo, alcune criticità si sono accentuate. A partire dalla difficoltà di rispondere tempestivamente alle crescenti necessità di esami e cure, anche per il progressivo invecchiamento della popolazione. La conseguenza è che sempre più persone rinunciano alle prestazioni di cui avrebbero bisogno oppure si rivolgono, a pagamento, alle strutture private.
A questo si aggiungono l’emigrazione di medici e infermieri verso altri Paesi europei e le condizioni di forte difficoltà in cui operano molti pronto soccorso.
Ciò non significa che il Servizio sanitario nazionale sia stato smantellato o che siano venute meno le eccellenze italiane, come talvolta si sostiene in un dibattito politico condizionato dalle convenienze del momento. I problemi esistono e sono seri. Ma siamo ancora in tempo per salvaguardare un patrimonio di competenze e strutture fondato sull’universalità dell’accesso alle cure.
Per farlo occorre mettere davvero la sanità in testa all’agenda politica e assumere alcune decisioni da tempo attese.
La prima riguarda, a mio parere, l’organizzazione della sanità pubblica.
La sua gestione dovrebbe essere affidata a manager di comprovata capacità, selezionati attraverso procedure sottratte alle logiche spartitorie.
Una proposta interessante è quella avanzata dal professor Silvio Garattini, che ha sostenuto la necessità di una Scuola Superiore di Sanità per assicurare una formazione omogenea dei dirigenti, rafforzarne le competenze gestionali e superare le logiche clientelari nelle nomine.
Un cambiamento di questo genere consentirebbe di affiancare alla discussione sulle risorse, da sempre considerate insufficienti, una domanda altrettanto importante: come vengono utilizzate?
Sono convinto che una gestione più competente e responsabile potrebbe migliorare l’organizzazione delle strutture e la qualità dei servizi. Non risolverebbe da sola ogni carenza, né renderebbe superflui gli investimenti necessari, ma permetterebbe di impiegare meglio i fondi disponibili.
La capacità di programmare, coordinare e verificare i risultati dovrebbe diventare un criterio essenziale per valutare chi dirige la sanità pubblica.

Sanità, la prevenzione che manca (Fonte: Pexels)
La seconda decisione riguarda la prevenzione, che non ha mai ricevuto un’attenzione adeguata alla sua importanza.
Oggi questa esigenza incontra una maggiore sensibilità dei cittadini verso la salute e il benessere. Sarebbe il momento di tradurre tale consapevolezza in un piano capace di prevenire le malattie e le loro complicanze, migliorando la qualità della vita e contribuendo alla sostenibilità del sistema sanitario.
Non so quanto le nuove Case della comunità riusciranno a favorire questo modello di assistenza territoriale. Temo che la loro progettazione non abbia sciolto fino in fondo una questione decisiva: il ruolo dei medici di famiglia e la loro integrazione con gli altri servizi.
La prossimità delle strutture è importante, ma deve accompagnarsi a un’organizzazione che consenta ai professionisti di lavorare insieme e ai cittadini di trovare risposte.
Una gestione effettivamente fondata sulle competenze e una strategia convinta di prevenzione potrebbero imprimere un cambiamento profondo alla sanità italiana.
Occorrerebbe, naturalmente, anche un patto fra Regioni e governo centrale, affinché l’autonomia organizzativa si accompagni alla responsabilità di garantire il diritto alla salute in tutto il Paese.
È il tema di un federalismo responsabile, che merita un approfondimento a sé.






