
DOP e IGP: quanto valgono per territori e turismo. Dati per poter comprendere l’argomento in questione.
Chi vuole approfondire la differenza tra DOP e IGP può partire dalla nostra precedente guida dedicata alle denominazioni di origine e alle indicazioni geografiche. Qui interessa invece capire cosa succede quando una denominazione non viene considerata soltanto come uno strumento di tutela di un prodotto, ma diventa parte integrante dell’economia e dell’identità di un territorio.
Il valore di una DOP o di una IGP non si esaurisce nel fatturato generato dalla vendita del prodotto certificato: attorno a una filiera possono svilupparsi attività agricole, trasformazione, distribuzione, ristorazione, vendita diretta, eventi e, sempre più spesso, esperienze turistiche.
I dati ufficiali confermano la portata strategica di questo fenomeno. Secondo il XXIII Rapporto ISMEA-Qualivita, la DOP economy italiana ha raggiunto 20,7 miliardi di euro di valore alla produzione, registrando una crescita del 25% rispetto al 2020 e rappresentando il 19% del fatturato complessivo dell’agroalimentare nazionale. Una rete solida guidata da 328 Consorzi di tutela e 184 mila operatori, in cui il solo comparto agroalimentare certificato ha sfiorato i 9,64 miliardi di euro alla produzione e i 18,57 miliardi al consumo finale.
Numeri che spiegano perché le denominazioni geografiche siano vere e proprie leve di sviluppo locale: la loro forza risiede nell’impossibilità di delocalizzare il valore produttivo, legando indissolubilmente il prodotto alla sua terra d’origine.
Il 2° Rapporto Turismo DOP, realizzato da Fondazione Qualivita ed Origin Italia ha censito 667 attività turistiche legate ai prodotti ad Indicazione Geografica. Tra queste figurano 292 eventi tra feste, degustazioni, festival culturali e iniziative sportive. La denominazione si trasforma così in un ponte tra agricoltura e turismo: il viaggiatore non si limita ad acquistare un’eccellenza, ma impara a conoscere il paesaggio, la storia e le tecniche di lavorazione.
Un caso paradigmatico è quello dell’Umbria. Nel 2024 la DOP economy regionale è cresciuta del 3,4% e il valore economico dei prodotti DOP e IGP regionali ha raggiunto 116 milioni di euro. Il 2° Rapporto Turismo DOP censisce inoltre 27 attività turistiche legate a 22 prodotti, con il coinvolgimento di sei Consorzi di tutela. Infrastrutture come la Strada dell’Olio Extravergine di Oliva Umbria DOP dimostrano come la suddivisione della DOP nelle sue 5 menzioni geografiche (Colli Assisi-Spoleto, Colli Martani, Colli Amerini, Colli Orvietani, Colli del Trasimeno) diventi un itinerario culturale tra frantoi aperti, oliveti e borghi storici.

Un magazzino di stagionatura con centinaia di forme di Parmigiano Reggiano DOP, cuore della Dop economy e meta di turismo esperienziale. (Foto di Mikes-Photography tratta da Pixabay).
L’impatto sul campo emerge chiaramente da un’altra eccellenza italiana: il Parmigiano Reggiano DOP. Il Consorzio del Parmigiano Reggiano ha saputo trasformare i luoghi di produzione in vere e proprie destinazioni turistiche. Nel 2024 le visite nei caseifici del comprensorio di produzione hanno registrato 180 mila presenze, con oltre 22 mila partecipanti all’evento “Caseifici Aperti”. Nel 2026 l’iniziativa ha coinvolto ben 53 caseifici, consentendo ai turisti di assistere al processo produttivo e alle fasi di stagionatura.
L’Olio Extravergine di Oliva Umbria DOP e il Parmigiano Reggiano DOP dimostrano dunque lo stesso principio: una denominazione d’origine non crea da sola un’economia turistica, ma offre un’identità autorevole e riconosciuta attorno alla quale far dialogare agricoltura, cultura e accoglienza. Quando questa sinergia funziona, la DOP cessa di essere un semplice marchio in etichetta per diventare il racconto vivo di un intero territorio.






