Luigi Cerruti: «Lo specchio era il mio unico amico»

Marco Di NardoCulturaYesterday505 Views

L’autore di “Quelli che sarei potuto essere” racconta le origini del romanzo, le aspettative sociali e il confine tra esperienza personale e invenzione.

Da bambino, Luigi Cerruti trascorreva ore davanti allo specchio. In quel riflesso cercava di capire quali strade gli appartenessero e quali, invece, non avrebbe voluto percorrere. È un ricordo che aiuta a comprendere l’origine di Quelli che sarei potuto essere – Un incontro con le vite che non ho vissuto, il suo nuovo romanzo: un confronto con le diverse persone che avrebbe potuto diventare.

Nato nel 1961, Cerruti riconduce il libro alla propria esperienza, ma distingue il punto di partenza autobiografico dalle vicende immaginate. Carriera, matrimonio, paternità e riconoscimento diventano possibilità attraverso cui interrogare il rapporto tra desideri individuali e aspettative degli altri. Nell’intervista, raccolta per iscritto, torna soprattutto una domanda: quanto della vita che conduciamo nasce da una scelta nella quale ci riconosciamo?

Luigi Cerruti e l’origine di “Quelli che sarei potuto essere”

Ci ha scritto che questo libro è, prima di tutto, la sua vita. C’è un episodio dal quale è nata l’esigenza di scriverlo?

«Non c’è un episodio preciso: è un dubbio che mi accompagna fin dall’infanzia. Sentivo di avere potenzialità che mi avrebbero permesso di fare tante cose, forse qualsiasi cosa, ma intuivo anche che le opportunità offerte dalla società non coincidevano necessariamente con ciò che ero davvero.

Crescendo, ho cominciato a chiedermi se la persona che stavo diventando corrispondesse a quella che sentivo di poter essere. Da qui nasce la domanda al centro del romanzo: quante persone avremmo potuto essere se avessimo trovato le condizioni, il coraggio o l’occasione di esprimere tutte le nostre possibilità?»

Quale scelta ha rappresentato il bivio più importante del suo percorso?

«L’idea di trascorrere la vita chiuso in un ufficio, mentre fuori c’era il vero mondo, mi ha sempre fatto sentire lontano da ciò che desideravo. Fuori c’erano le persone, gli incontri, l’arte, la cultura e le esperienze. Sentivo il bisogno di vivere, osservare, comunicare e mettermi alla prova.

Questo desiderio mi ha portato verso mondi diversi, dalla scrittura alla comunicazione, dall’arte alla televisione. Ogni scelta comporta rinunce: non possiamo vivere tutte le vite possibili e non sapremo mai dove ci avrebbero condotto le strade non percorse. È proprio questa incertezza che mi ha spinto a interrogarmi su ciò che siamo e su ciò che avremmo potuto essere.»

Il peso delle aspettative sociali

Nel capitolo “L’uomo che ha seguito il copione” affronta le aspettative degli altri. Quali ha sentito maggiormente su di sé?

«Nel mio percorso ho dovuto fare molto da solo. Non ho avuto in famiglia le condizioni che avrebbero potuto aiutarmi a sviluppare pienamente le mie potenzialità. Ho quindi cercato dentro di me le risposte, costruendo il mio cammino senza avere sempre punti di riferimento.

La società propone modelli considerati normali: un lavoro sicuro, una famiglia, un percorso riconosciuto dagli altri. Sono scelte rispettabili, ma non necessariamente adatte a tutti. Ho sempre sentito che alcune possibilità dentro di me non coincidevano con quei modelli. Mi sono chiesto spesso se stessimo vivendo la vita che abbiamo scelto oppure quella che ci siamo ritrovati a vivere.»

È nato nel 1961. Quale cambiamento ha inciso maggiormente sulle sue possibilità di scegliere come vivere, lavorare o costruire relazioni?

«Penso soprattutto a Internet e, più recentemente, all’intelligenza artificiale. Hanno cambiato il modo di comunicare, conoscere il mondo e dare forma alle idee.

Quando ero giovane, molte opportunità dipendevano dalle conoscenze personali e dall’ambiente in cui vivevi. Oggi Internet permette di raggiungere persone lontane e superare alcune barriere. L’intelligenza artificiale offre nuovi strumenti per sviluppare progetti e trasformare intuizioni in qualcosa di concreto. La tecnologia non può sostituire le relazioni umane né scegliere al nostro posto, ma può ampliare le possibilità di chi ha curiosità e desiderio di esprimersi.»

Carriera, matrimonio, paternità, ricchezza e riconoscimento attraversano le vite immaginate nel romanzo. Quale possibilità è stata più difficile da esplorare?

«La difficoltà maggiore è stata confrontarmi con le tradizioni consolidate della nostra società. Ho sempre sentito che certi modelli, proprio perché considerati normali e quasi obbligatori, possono diventare un ostacolo alla libertà individuale.

Carriera, matrimonio, paternità, ricchezza e riconoscimento sono possibilità importanti, ma dovrebbero nascere da scelte autentiche, non dal bisogno di adeguarsi a ciò che gli altri considerano giusto. Scriverne è stato difficile perché significava immaginare versioni di me che avevano seguito percorsi differenti. Non volevo giudicare una vita rispetto a un’altra, ma esplorare il conflitto tra ciò che sentiamo di essere e ciò che il mondo si aspetta da noi.»

Luigi Cerruti: «Lo specchio era il mio unico amico»

Luigi Cerruti: «Lo specchio era il mio unico amico»

Tra autobiografia e invenzione

Come ha costruito il confine tra la sua esperienza e le situazioni immaginate?

«Il punto di partenza è la mia esperienza personale e le domande che mi accompagnano fin dall’infanzia. La carriera scolastica raccontata nel romanzo, per esempio, rappresenta una possibilità che avrei potuto vivere realmente, una strada che però non è diventata la mia vita.

Accanto a questi elementi ho lasciato spazio all’immaginazione. L’incontro con un altro uomo è un’esperienza inventata, attraverso la quale esploro una realtà diversa dalla mia e un’altra possibilità di esistenza. Non si tratta soltanto di inventare un personaggio, ma di chiedermi che cosa potrei scoprire di me stesso incontrando qualcuno che ha vissuto una vita differente.

La mia storia è il punto di partenza, ma le vite alternative appartengono anche alla fantasia. Questo intreccio mi ha permesso di andare oltre l’autobiografia e di chiedermi non soltanto chi sono stato, ma chi sarei potuto essere.»

Perché ha scelto lo specchio, invece di raccontare direttamente la sua vita attraverso un’autobiografia?

«Lo specchio appartiene alla mia storia personale fin dall’infanzia. Trascorrevo ore chiuso in bagno e, in quei momenti, il mio unico amico era lo specchio. Lì restavo solo con i miei pensieri e le mie domande. Quante volte, guardando il mio riflesso, mi sono detto: “Luigi, non andare, non fa per te”.

Cercavo di capire quale fosse la strada giusta e quali percorsi non mi appartenessero davvero. Per questo mi è sembrato naturale ripartire da lì. Non volevo raccontare soltanto ciò che avevo vissuto, ma incontrare anche le versioni di me che avevano fatto altre scelte. Forse il libro è nato proprio da quel bambino che cercava di capire quale fosse il suo posto nel mondo.»

Gli incontri e la felicità da riconoscere

Nel finale acquistano importanza le persone che hanno saputo riconoscerla e accettarla. Quali incontri hanno cambiato il modo in cui vedeva sé stesso?

«Ho incontrato diverse persone che ammiravo per il loro modo di essere e nelle quali, quasi casualmente, mi sembrava di riconoscere qualcosa di me stesso. Questi incontri mi facevano intuire che esistessero modi diversi di affrontare la vita, lontani dai modelli più convenzionali.

Poi ognuno cercava di fare la propria strada, ma anche un incontro breve può lasciare qualcosa. Talvolta riconosciamo negli altri possibilità che sentiamo di avere anche dentro di noi. A volte basta incontrare una persona che ci faccia capire che un’altra strada esiste.»

Scrivere il libro ha cambiato il suo rapporto con i rimpianti? E che cosa vorrebbe ancora fare?

«Scrivere questo libro mi ha aiutato a comprendere che, probabilmente, qualunque strada avessi scelto, a un certo punto sarei tornato al mio vero io.

Ho capito anche qualcosa di più personale: ho sempre cercato di riconoscere i momenti in cui qualcosa mi dava una felicità autentica e profonda. Quando li trovavo, cercavo di viverli completamente. Anche se sapevo che potevano durare poco, non vi ho mai rinunciato.

A volte gli altri non vedevano ciò che accadeva dentro di me. Magari all’esterno non mostravo nulla, ma dentro ridevo dalla felicità. Era una gioia mia, che non aveva bisogno di essere compresa o condivisa per essere vera.

Non dobbiamo rinunciare a ciò che ci fa sentire vivi perché potrebbe durare poco, perché gli altri non lo capiscono o perché non corrisponde alle aspettative della società. Non possiamo vivere tutte le vite possibili, ma possiamo cercare di non perdere i momenti di felicità che la nostra vita ci offre.

Oggi vorrei continuare a scrivere, comunicare, incontrare persone e coltivare le mie passioni. Soprattutto, vorrei riconoscere quei momenti in cui mi sento pienamente me stesso e viverli senza rimandarli a un domani che non possiamo conoscere.

Forse la domanda più importante non è soltanto chi avrei potuto essere, ma se so riconoscere la felicità quando arriva e viverla fino in fondo.»

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