
Nel romanzo “I due tempi del destino”, un ragazzo nato in Etiopia e cresciuto in Italia attraversa violenza, amicizia e ricerca delle proprie origini. Claudia Reghenzi racconta la libertà di cambiare, il valore della memoria e la responsabilità delle scelte
Béreket ha diciannove anni, un fisico del quale va orgoglioso e una fiducia quasi incrollabile nella propria capacità di cavarsela. Nato in Etiopia e adottato da una famiglia italiana quando era ancora piccolissimo, vive concentrato soprattutto sul presente.
Una brutale aggressione lo lascia però in coma per sette anni. Quando riapre gli occhi, le persone che conosceva sono cambiate e il Paese nel quale è cresciuto non è più lo stesso.
È da questa frattura che prende forma I due tempi del destino, romanzo di Claudia Reghenzi pubblicato nel 2025 da Zephyro Edizioni. Una storia sull’amicizia, sulle origini e sulla possibilità di cambiare strada anche dopo aver ferito le persone che ci sono rimaste accanto.
Al centro della conversazione con l’autrice c’è una domanda: quanto della nostra vita dipende dalle circostanze e quanto dalle decisioni che prendiamo?
La risposta di Claudia Reghenzi racchiude il significato del romanzo: «Il destino non è un principio di necessità».
Béreket nasce come personaggio letterario, ma all’origine della sua storia c’è un’esperienza familiare. Quale domanda l’ha spinta a scrivere il romanzo?
«All’origine del romanzo ci sono anche le uscite con mio nipote, che è stato adottato. Ogni volta che uscivo con lui vedevo lo sguardo diverso che alcune persone gli rivolgevano.
La domanda era perché esistesse questa attenzione, che sentivo crescere, nei confronti del diverso. Una sorta di diffidenza collettiva sempre più forte, capace di generare l’idea di un nemico esterno e, di conseguenza, l’esigenza di erigere un muro.
Ma quando si costruisce un muro esterno, si crea anche una barriera interiore. Noi siamo esseri sociali e abbiamo bisogno dell’altro».
Béreket sperimenta questa contraddizione. Con gli amici si sente a casa, mentre in altri momenti basta uno sguardo a ricordargli che qualcuno continua a considerarlo estraneo.
Lei, però, non ne fa un protagonista idealizzato. Béreket è vanitoso, aggressivo e spesso ingrato verso le persone che gli vogliono bene. Perché ha scelto di renderlo così difficile?
«Non volevo costruire un personaggio perfetto. Béreket ha sofferto, ma questo non significa che ogni suo comportamento debba essere giustificato. Deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Il suo percorso diventa possibile quando comincia a riconoscere non soltanto ciò che gli altri hanno fatto a lui, ma anche ciò che lui ha fatto agli altri».
Francesco Rinaldi, professore di storia riservato e appassionato di musica, sembra l’opposto di Béreket. Perché proprio lui diventa l’amico decisivo della sua vita?
«Se avesse dovuto scegliersi un amico, Béreket non avrebbe sicuramente scelto Francesco. Era il suo opposto, l’antitesi: la persona noiosa, lo studioso, tutto ciò che lui pensava di non essere.
In fondo, però, Francesco rappresenta una parte di Béreket che Béreket ancora non conosceva di sé stesso».
Dopo l’aggressione, Francesco rimane accanto all’amico durante il lungo coma. Quando Béreket si risveglia, lo trova ancora lì. La loro amicizia, tuttavia, non sembra procedere in un’unica direzione. Che cosa riceve Francesco da questo rapporto?
«Penso che l’amicizia consenta a entrambe le persone di rispecchiarsi nell’altro, scoprendo aspetti di sé che ancora non conoscevano.
Una relazione sincera e profonda diventa quindi una fonte di cambiamento per tutti coloro che ne fanno parte».
Francesco si confronta più da vicino con la discriminazione vissuta dall’amico. Béreket, invece, scopre un affetto capace di resistere alle sue contraddizioni. Nessuno dei due attraversa quel legame rimanendo uguale a prima.
Quando Béreket si risveglia, il Partito della Nuova Era ha trasformato il Paese in un regime fondato sul controllo. Perché ha scelto di collocare parte della storia in un futuro autoritario?
«Ho voluto mettere in guardia il lettore rispetto a un rischio che sento presente e molto forte, perché la parola veicola la realtà.
Prima della repressione arrivano le parole: promesse capaci di sedurre, formule rassicuranti e l’offerta di un potere disposto a occuparsi di tutto, persino del compito di pensare al nostro posto».
Nel romanzo l’obbedienza diventa rassicurante perché sembra liberare le persone dalla fatica di comprendere. Qual è il pericolo maggiore?
«Se si perde il principio riflessivo, non si è più in grado di distinguere la realtà dal condizionamento.
L’invito è quindi quello di prestare sempre attenzione, di non accettare il pensiero unico o un’unica verità, falsa o presunta vera che sia, ma di continuare a porsi delle domande».
La libertà, nel romanzo, non viene persa improvvisamente. Si indebolisce quando le persone rinunciano a esercitare il dubbio e accettano spiegazioni troppo semplici.

La copertina di I due tempi del destino di Claudia Reghenzi, pubblicato da Zephyro Edizioni nel 2025. Fonte Zephiro Edizioni
Béreket e Francesco raggiungono l’Etiopia. Per il protagonista è il Paese della nascita, dell’abbandono e della madre biologica che non ha conosciuto. Per Francesco diventa anche il luogo di una ricerca storica destinata a coinvolgerlo personalmente.
Nel romanzo compare il diario di Filomena Lazzarin, giornalista italiana arrivata in Africa durante l’occupazione fascista. Quanto c’è di vero in quelle pagine?
«Il diario di Filomena è immaginario, ma gli eventi storici sui quali si innesta appartengono alla realtà. Mi sono documentata sulla guerra d’Etiopia e sulle atrocità commesse durante l’occupazione italiana.
La finzione letteraria permette di immaginare e costruire una storia. Accanto a essa, però, esiste una realtà verso la quale anche il lettore dovrebbe sentire la responsabilità di approfondire ciò che viene raccontato».
L’impiego italiano di gas tossici e bombe all’iprite durante la guerra d’Etiopia è documentato storicamente. Il romanzo utilizza quindi personaggi inventati per condurre il lettore verso una memoria reale, a lungo rimossa o ridimensionata.
Quale responsabilità assume uno scrittore quando porta nella finzione sofferenze realmente accadute?
«Un autore, nel momento in cui scrive, si assume la responsabilità di ciò che dice. Credo che la cosa più importante sia offrire al lettore la possibilità di approfondire gli argomenti affrontati.
La letteratura può avvicinarci alla storia, ma deve essere chiara nel distinguere ciò che è frutto dell’immaginazione da ciò che è realmente accaduto».
Attraverso il diario, Francesco scopre il coinvolgimento di un proprio antenato nelle atrocità coloniali. Non è responsabile di quelle azioni, ma non può più guardare la propria storia familiare nello stesso modo. Da dove nasce questa riflessione?
«Mio padre è stato nei campi di concentramento. Una delle domande che mi sono posta a lungo riguarda il rapporto che i figli dei gerarchi nazisti potevano avere con i propri genitori.
Francesco non è colpevole delle azioni del suo antenato, ma deve decidere quale posizione assumere davanti alla verità».
Nel libro compare il concetto di tikkun, inteso come riparazione. Che cosa significa?
«La negazione rimuove qualcosa che, in realtà, continua a esistere. Il passato non deve essere negato, ma assunto anche a livello personale attraverso un tikkun, cioè una riparazione.
Non possiamo cambiare ciò che è accaduto. Possiamo però scegliere che cosa fare della conoscenza che ne abbiamo ricevuto».
La riparazione non coincide quindi con l’assunzione di una colpa ereditaria. Riguarda la responsabilità di non ignorare quanto si è scoperto e di evitare che quella storia venga cancellata.
Per Béreket il ritorno in Etiopia significa confrontarsi con la madre biologica e con una ferita che il tempo non ha risolto. Che rapporto esiste tra le origini e l’identità costruita nel corso della vita?
«Le radici non impediscono di sperimentare la diversità. Un albero continua a nutrirsi della terra dalla quale proviene, ma nello stesso tempo allarga i propri rami verso gli altri alberi.
Béreket può riconoscere la propria origine etiope e la vita vissuta in Italia senza essere costretto a scegliere quale parte di sé cancellare».
Il viaggio non gli offre però tutte le risposte che desiderava.
«Comprendere il passato non significa necessariamente ricevere una spiegazione per ogni dolore. Alcune domande possono restare aperte. Bisogna imparare a continuare a vivere anche senza avere tutte le risposte».
Nell’autunno del 2055, Béreket è tornato in Italia e conduce una vita isolata. A interromperne la solitudine arriva Victor, un visitatore misterioso che gli chiede di raccontarsi. Che cosa rappresenta?
«Victor dà forma al dialogo interiore di Béreket. È la parte di sé alla quale il protagonista comincia finalmente a prestare ascolto.
Attraverso di lui, Béreket si confronta con i ricordi, con il rimorso e con il desiderio di ricominciare».
Il racconto diventa progressivamente scrittura. Perché mettere la propria storia sulla pagina può favorire una maggiore consapevolezza?
«Mettere nero su bianco la propria storia permette di osservarla con maggiore chiarezza, invece di limitarsi a pensarla.
Il tempo della scrittura è lento e concede spazio alla meditazione. Non possiamo liberarci dal passato, ma dobbiamo guardarlo ed elaborarlo».
Béreket deve riconoscere le promesse disattese, le fughe e il dolore provocato agli altri. Comprendere di aver subito un’ingiustizia può essere meno doloroso che ammettere di averne commesse.
La scrittura lo costringe a fare entrambe le cose.
Il romanzo concede a Béreket una seconda possibilità, ma non cancella ciò che ha fatto. Quando può cominciare davvero a cambiare?
«Béreket può cambiare nel momento in cui prende coscienza di ciò che è stato e di ciò che ha fatto.
Esiste il perdono di Francesco nei suoi confronti, ma esiste anche il perdono di Béreket verso sé stesso. Deve riuscire a perdonarsi senza utilizzare il perdono come una giustificazione».
Anche il titolo sembra richiamare un prima e un dopo: due tempi separati dalla consapevolezza.
«Le circostanze pesano e talvolta lo fanno in modo terribile. Ma noi siamo anche il frutto delle scelte che compiamo. Una decisione diversa può modificare le relazioni e aprire possibilità che prima non riuscivamo a vedere.
Il destino non è un principio di necessità».
Quanto conta, in questo cambiamento, la fiducia ricevuta dagli altri?
«Conta molto. Qualcuno rimane accanto a Béreket, qualcuno lo contraddice e qualcuno continua a vedere in lui una possibilità che lui stesso non riesce ancora a riconoscere.
Credo che la vita, e questa è la sua meraviglia, sia un continuo ricominciamento».
La forza di I due tempi del destino risiede anche nella resistenza che Béreket oppone al lettore. In alcuni momenti si vorrebbe scuoterlo, soprattutto quando non comprende il valore delle persone che gli sono accanto.
Claudia Reghenzi gli lascia difetti scomodi: vanità, ingratitudine e la tendenza a cercare negli altri la causa delle proprie insoddisfazioni. Nello stesso tempo ci porta abbastanza vicino alle sue ferite da impedire un giudizio troppo semplice.
Il romanzo affronta così un tema presente anche nella nostra intervista a Mattia Benedetti: la distanza tra il desiderio di ricominciare e la disponibilità ad assumersi la responsabilità del cambiamento.
Seguire Béreket non significa aspettare che diventi improvvisamente una persona migliore. Significa accompagnarlo nel tempo necessario per riconoscere ciò che ha ricevuto, il male che ha subito e quello che, a sua volta, ha provocato.
La sua seconda possibilità comincia proprio da qui: dal momento doloroso nel quale trova finalmente il coraggio di guardare con onestà la strada già percorsa.






