Space economy: perché l’Europa raccoglie meno capitali

Le startup spaziali europee dispongono di competenze avanzate, ma devono confrontarsi con un mercato frammentato, pochi fondi specializzati e la forza finanziaria dei concorrenti statunitensi.

La corsa allo spazio non riguarda più soltanto le agenzie governative. Negli ultimi anni, una nuova generazione di imprese ha trasformato satelliti, lanciatori e dati raccolti in orbita in servizi destinati anche ad aziende e cittadini.

L’Europa possiede competenze scientifiche e industriali di primo livello, ma le sue startup continuano ad attirare meno capitali rispetto a quelle statunitensi. Il problema non è la mancanza di innovazione: pesano soprattutto la frammentazione del mercato, la prudenza degli investitori e la difficoltà di accompagnare le imprese nella fase di crescita.

Space economy: un mercato sempre più strategico

La space economy comprende tutte le attività economiche collegate allo spazio. Ne fanno parte la costruzione dei satelliti, i servizi di lancio, le infrastrutture di terra e le applicazioni basate sui dati satellitari.

Queste tecnologie vengono ormai impiegate in numerosi settori: agricoltura, telecomunicazioni, navigazione, sicurezza, gestione delle emergenze e monitoraggio ambientale. Non si tratta, quindi, di un comparto isolato, ma di un ecosistema capace di sostenere altre attività economiche.

L’Europa occupa una posizione importante grazie all’Agenzia spaziale europea e a programmi come Galileo, Copernicus e IRIS². A questi si aggiungono le agenzie nazionali, tra cui l’Agenzia Spaziale Italiana, il CNES francese e il DLR tedesco.

Quanto vale la space economy in Italia

La prima misurazione realizzata da Istat e Agenzia Spaziale Italiana fotografa un settore già rilevante. I dati, riferiti al 2021, indicano circa 8 miliardi di euro di produzione, più di 23 mila addetti e circa 2 miliardi di valore aggiunto.

Le esportazioni del comparto raggiungevano 2,1 miliardi di euro. La rilevazione comprende le attività upstream, legate alla produzione delle infrastrutture spaziali, quelle downstream, fondate sull’utilizzo dei dati, e le attività derivate dalle tecnologie sviluppate per lo spazio. Istat

È una base industriale significativa, ma ancora caratterizzata da realtà molto diverse tra loro: grandi gruppi, centri di ricerca, piccole imprese innovative e startup che devono affrontare costi elevati prima di arrivare sul mercato.

Il divario degli investimenti tra Europa e Stati Uniti

Il rapporto Space Venture 2025 dell’European Space Policy Institute mostra chiaramente la distanza tra i due ecosistemi.

Nel 2025 gli investimenti mondiali nelle imprese spaziali hanno raggiunto 11,7 miliardi di euro, con un aumento del 60% rispetto all’anno precedente. Il venture capital ha rappresentato il 71% del totale, pari a 8,3 miliardi.

Gli Stati Uniti hanno attirato quasi 8 miliardi di euro, mentre le imprese spaziali europee ne hanno raccolti circa 1,4 miliardi, l’8% in meno rispetto al 2024. Il venture capital europeo è comunque cresciuto del 13%, raggiungendo 1,2 miliardi.

Il dato mostra una situazione meno semplice di quanto possa sembrare: in Europa l’interesse degli investitori esiste, ma le risorse si concentrano in pochi grandi round. Le cinque operazioni principali hanno raccolto complessivamente 629 milioni di euro, con ICEYE tra le aziende maggiormente finanziate.

Razzo europeo Ariane 6 sulla rampa dello spazioporto

Razzo europeo Ariane 6 sulla rampa dello spazioporto (Fonte: Wikimedia)

Perché le startup europee raccolgono meno capitali

Un mercato ancora frammentato

Negli Stati Uniti le imprese possono contare su un grande mercato interno, regole relativamente omogenee e una forte domanda pubblica, soprattutto nei settori della difesa e della sicurezza.

In Europa, invece, sistemi fiscali, procedure, autorizzazioni e politiche industriali cambiano da uno Stato all’altro. Una startup che desidera crescere in più Paesi deve quindi adattarsi a regole e mercati differenti.

Questa frammentazione rallenta lo sviluppo e rende più difficile raggiungere rapidamente le dimensioni necessarie per competere a livello globale.

Pochi fondi specializzati

Le imprese spaziali richiedono investimenti elevati e tempi lunghi. Prima di produrre ricavi, una startup può dover finanziare ricerca, prototipi, test, certificazioni e infrastrutture.

Non tutti gli investitori possiedono le competenze necessarie per valutare progetti tanto complessi. In Europa esistono inoltre meno fondi specializzati nel settore rispetto agli Stati Uniti.

Per ridurre questa distanza, l’Unione europea ha avviato CASSINI, un programma dedicato alle startup e alle piccole e medie imprese spaziali. L’iniziativa comprende un fondo europeo da un miliardo di euro, acceleratori, premi, attività di formazione e incontri con gli investitori.

Anche l’ESA sta sviluppando reti capaci di mettere in contatto imprese, programmi pubblici e investitori interessati al settore spaziale.

Una minore propensione al rischio

Il settore spaziale presenta caratteristiche tipiche delle tecnologie avanzate: investimenti iniziali molto alti, risultati non immediati e possibilità concreta che un progetto non raggiunga il mercato.

Negli Stati Uniti il venture capital dispone generalmente di maggiori risorse ed è più abituato a sostenere operazioni ad alto rischio. In Europa gli investitori tendono a privilegiare imprese già vicine alla fase commerciale.

Questa prudenza può creare una difficoltà soprattutto nel passaggio da startup a scaleup, quando servono decine o centinaia di milioni per aumentare la produzione e raggiungere nuovi mercati.

La forza dei grandi operatori globali

Imprese come SpaceX e Blue Origin hanno modificato gli equilibri del settore. Le loro capacità finanziarie e industriali rendono difficile il confronto per le aziende europee più giovani.

Il rischio è che le startup sviluppino tecnologie valide in Europa, ma debbano rivolgersi a investitori stranieri per crescere. Le acquisizioni da parte di operatori non europei rappresentano infatti una delle principali modalità di uscita per gli investitori del settore.

Le startup europee che stanno crescendo

Nonostante le difficoltà, alcune aziende dimostrano che l’Europa può costruire imprese competitive.

ICEYE, nata in Finlandia, sviluppa una costellazione di satelliti radar utilizzati per osservare la Terra anche in presenza di nuvole o durante la notte. Nel 2025 ha guidato uno dei maggiori round europei del settore.

The Exploration Company, fondata tra Germania e Francia, lavora alla capsula riutilizzabile Nyx, progettata per il trasporto di merci nello spazio.

Isar Aerospace, con sede in Germania, sviluppa lanciatori destinati al mercato dei piccoli e medi satelliti.

In Italia, D-Orbit opera nella logistica spaziale e nel trasporto dei satelliti verso la loro orbita operativa. La sua crescita mostra come anche il sistema italiano possa attrarre investimenti internazionali quando un progetto riesce a combinare tecnologia e applicazioni commerciali.

Che cosa serve alla space economy europea

Per colmare il divario con gli Stati Uniti non basta aumentare genericamente i finanziamenti. Occorre costruire un mercato europeo più integrato e capace di accompagnare le imprese durante tutte le fasi della crescita.

Servono fondi specializzati, procedure più uniformi e una domanda pubblica in grado di sostenere le tecnologie strategiche. È inoltre necessario favorire la collaborazione tra agenzie spaziali, università, aziende e investitori privati.

L’Europa dispone delle competenze per competere nella nuova economia dello spazio. La vera sfida sarà evitare che le imprese più promettenti, dopo essere nate e cresciute nei laboratori europei, debbano cercare altrove i capitali necessari per diventare protagoniste globali.

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