Europa cresce, il PIL italiano resta lento

Marco Di NardoEconomia3 days ago24 Views

Nel secondo trimestre 2026 il PIL italiano sale dello 0,2%, contro lo 0,6% dell’eurozona: servizi e consumi reggono, industria ed export frenano.

L’Europa ha ritrovato slancio, ma l’Italia continua a muoversi con il passo corto. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL dell’eurozona è aumentato dello 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti e quello dell’Unione europea dello 0,7%. Il PIL italiano è cresciuto dello 0,2%: non è una battuta d’arresto, ma è un risultato nettamente più debole della media continentale. Su base annua la distanza si riduce, con l’Italia all’1% contro l’1,2% dell’area euro e l’1,4% dell’Unione. Per capire che cosa sta accadendo, però, bisogna guardare dentro quei decimali e separare la crescita che viene dai consumi da quella legata a scorte, investimenti e commercio estero.

PIL italiano: il confronto con l’Europa

Il dato europeo pubblicato da Eurostat è migliore delle prime stime. Dopo un primo trimestre sostanzialmente fermo, l’area euro ha accelerato dello 0,6%; l’Unione nel suo complesso ha fatto poco meglio, arrivando allo 0,7%. Il rimbalzo non è stato uniforme. La Spagna è cresciuta dello 0,7%, la Germania dello 0,3%, mentre la Francia è rimasta ferma. L’Italia, con il suo 0,2%, si colloca quindi nella parte bassa del gruppo delle maggiori economie, ma non è il fanalino di coda.

C’è anche un dato da maneggiare con cautela. L’Irlanda ha registrato un balzo del 10,2% in un solo trimestre, una variazione legata al peso delle multinazionali e capace di spostare la media europea. Il +0,6% dell’eurozona segnala comunque un miglioramento reale, ma non equivale a una ripresa omogenea in ogni Paese e in ogni settore.

Da dove arriva la crescita europea

La composizione del PIL europeo aiuta a ridimensionare l’entusiasmo. Nel secondo trimestre i consumi delle famiglie hanno aggiunto 0,2 punti percentuali alla crescita sia nell’eurozona sia nell’Unione. Gli investimenti hanno dato un contributo quasi nullo nell’area euro e appena positivo nell’UE. La spinta maggiore è arrivata dalla domanda estera netta, pari a 0,9 punti nell’eurozona, mentre le scorte hanno sottratto mezzo punto.

In altre parole, l’Europa ha corso soprattutto grazie alla differenza tra esportazioni e importazioni, non perché imprese e famiglie abbiano improvvisamente aumentato la spesa. È un progresso importante dopo la debolezza dei mesi precedenti, ma resta esposto al commercio internazionale, ai prezzi dell’energia e alle tensioni geopolitiche. Anche l’occupazione, cresciuta appena dello 0,1% nel trimestre, invita a leggere il rimbalzo senza trionfalismi.

PIL italiano: impianti automatizzati in uno stabilimento industriale

PIL italiano: impianti automatizzati in uno stabilimento industriale (Fonte: Wikipedia)

Che cosa sostiene il PIL italiano

In Italia la parte più solida arriva dalla domanda interna. I consumi finali nazionali e gli investimenti fissi lordi sono aumentati entrambi dello 0,3%. Nel calcolo complessivo, la domanda nazionale al netto delle scorte ha aggiunto 0,3 punti percentuali al PIL: 0,2 dai consumi delle famiglie e 0,1 dagli investimenti. Anche le scorte hanno fornito un contributo positivo di 0,2 punti.

Il commercio estero ha invece lavorato nella direzione opposta. Le esportazioni sono salite dello 0,8%, ma le importazioni dell’1,7%; il saldo tra le due componenti ha sottratto 0,3 punti alla crescita. È un passaggio decisivo, perché mostra un’economia che trova un po’ di ossigeno nella spesa interna, ma non riesce a trasformare la domanda internazionale nello stesso vantaggio osservato nel resto dell’eurozona.

Servizi avanti, industria ancora in difficoltà

La frattura più evidente compare sul lato della produzione. Il valore aggiunto dei servizi è cresciuto dello 0,4%, compensando la flessione dell’industria, scesa dello 0,5%, e quella dell’agricoltura, in calo dello 0,2%. Senza i servizi il trimestre italiano avrebbe avuto un segno molto diverso.

È qui che lo 0,2% diventa più preoccupante del numero in sé. Turismo, commercio e attività professionali possono sostenere il PIL, ma un’industria debole riduce investimenti, produttività ed esportazioni future. Il problema non riguarda soltanto le grandi fabbriche. Attraversa la rete di piccole imprese che forniscono componenti, manutenzione, logistica e servizi tecnici, spesso con margini più stretti e una maggiore esposizione ai costi energetici.

Lo 0,8% acquisito non è una previsione

Istat indica per il 2026 una crescita acquisita dello 0,8%, al netto degli effetti di calendario. Significa che, se il PIL rimanesse invariato nel terzo e nel quarto trimestre, la media dell’anno sarebbe comunque superiore dello 0,8% a quella del 2025. Non significa, però, che l’anno si chiuderà automaticamente su quel valore: i prossimi trimestri possono migliorare o peggiorare il risultato.

La Commissione europea, nelle previsioni di primavera pubblicate prima dei dati più recenti, stimava per l’Italia una crescita dello 0,5% nel 2026, contro l’1,1% dell’Unione. Lo scenario teneva conto del rincaro dell’energia, della perdita di potere d’acquisto e di esportazioni deboli. Il dato acquisito dell’Istat offre oggi una base più favorevole, ma non cancella quei rischi e rende probabile una revisione delle previsioni quando arriveranno i nuovi aggiornamenti.

Perché il PIL italiano resta lento

Il ritardo italiano non nasce da un solo trimestre. Il Paese cresce poco da anni perché combina bassa produttività, investimenti privati prudenti, debito elevato e una popolazione in età lavorativa che si riduce. Il PNRR ha sostenuto cantieri e acquisti di beni strumentali, ma la sua capacità di lasciare effetti duraturi dipenderà dalla qualità dei progetti e dal completamento delle riforme, non dalla sola spesa dei fondi.

Anche il confronto con la Spagna è istruttivo. Madrid cresce più velocemente grazie a consumi, turismo, occupazione e dinamica demografica più favorevoli. L’Italia dispone di un tessuto manifatturiero più ampio, ma in questa fase proprio l’industria è il punto debole. Senza un recupero della produzione e dell’export, sarà difficile trasformare i decimali positivi in una crescita percepibile da salari, imprese e territori.

Che cosa dicono davvero i dati

I numeri non raccontano un’Italia ferma, né un’Europa lanciata verso una crescita robusta. Dicono che l’eurozona ha avuto un trimestre migliore delle attese e che l’Italia ha partecipato alla ripresa con meno forza. I consumi e i servizi tengono; gli investimenti avanzano lentamente; industria e commercio estero frenano.

Il prossimo passaggio sarà capire se il rimbalzo europeo resisterà all’autunno e se la domanda interna italiana riuscirà a proseguire senza essere schiacciata da energia e inflazione. Lo 0,2% evita il segno meno, ma non risolve il problema. Per l’Italia la vera notizia non è che il PIL cresce: è che continua a crescere troppo poco per recuperare terreno.

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