
A settembre il 44,4% degli ingressi programmati era difficile da coprire. Mancano candidati, ma la formazione spiega solo una parte del problema.
Il lavoro in Lombardia cresce, ma trovare una persona adatta a una posizione resta complicato per molte imprese. Il bollettino Excelsior di settembre 2026 indica difficoltà di reperimento per il 44,4% degli ingressi programmati: un dato che impone di guardare oltre il numero degli annunci, distinguendo quante persone si candidano, quali competenze possiedono e quali condizioni vengono offerte.
Secondo il bollettino regionale Excelsior di settembre 2026, le imprese avevano programmato 114.480 entrate nel mese. La mancanza di candidati riguarda il 26% degli ingressi previsti, la preparazione inadeguata il 13,4%. Sono quote sul totale delle entrate, non percentuali interne al solo gruppo difficile da reperire. L’indagine descrive le intenzioni delle aziende: non certifica quante assunzioni siano poi avvenute né quanti nuovi posti netti siano stati creati.
Il quadro dell’occupazione arriva da una fonte diversa. Nel rapporto Unioncamere Lombardia sul secondo trimestre 2026, basato sulle stime Istat, gli occupati sono 4 milioni e 614 mila, circa 62 mila in più rispetto a un anno prima. Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni raggiunge il 70%, mentre quello di disoccupazione è al 2,9%. L’espansione complessiva non è uniforme: nell’industria gli occupati diminuiscono del 4,6% su base annua. Cercare personale e perdere occupazione possono dunque coesistere, se cambiano attività, profili e fabbisogni.
Il bollettino mensile colloca ai primi posti per volume gli esercenti e addetti alla ristorazione, con 11.470 ingressi previsti, gli addetti alle vendite, con 7.930, e il personale non qualificato nei servizi di pulizia, con 7.840. Tra dirigenti, specialisti e tecnici, invece, i medici presentano una difficoltà di reperimento del 71,8%. Il dato riguarda il campo di osservazione dell’indagine sulle imprese e non va esteso automaticamente a tutto il servizio sanitario pubblico.
Per chi sceglie un percorso di studi, questa distinzione conta. Un settore può pubblicare molti annunci perché ha tanti addetti, una forte stagionalità o un frequente ricambio. Un altro può cercare poche persone, ma faticare a trovarle perché richiede una qualifica specifica. Il numero delle opportunità e la difficoltà di coprirle rispondono a domande differenti: nessuno dei due, isolato, garantisce un impiego stabile o una retribuzione elevata.

Banco gastronomico nel mercato Isola di Milano (Fonte: Wikimedia)
Le motivazioni raccolte da Excelsior sconsigliano di ridurre tutto a un deficit formativo: la mancanza di candidati pesa più della preparazione giudicata insufficiente. Il rapporto trimestrale segnala inoltre un divario di 15,5 punti tra i tassi di occupazione maschile e femminile, pari rispettivamente al 77,6% e al 62,1%. Sarebbe utile chiedersi quanta offerta di lavoro rimanga inutilizzata e quali ostacoli impediscano di partecipare al mercato.
La formazione è una leva, ma non esaurisce le possibili risposte. Per capire una ricerca fallita servirebbero anche informazioni su stipendio, orari, distanza dalla sede, accessibilità dei trasporti e disponibilità dell’impresa ad affiancare chi entra. Senza questi elementi, il giudizio sulla scarsità di competenze rischia di spiegare soltanto una parte della selezione. È un punto che riguarda anche i piccoli comuni lombardi e il loro cambiamento demografico: vivere lontano da un polo occupazionale può rendere più difficile raggiungere un’opportunità.
Tra gli strumenti regionali c’è la seconda edizione di Competenze&Innovazione, dedicata allo sviluppo di competenze per la transizione industriale e la sostenibilità delle imprese. La pagina ufficiale segnala però lo sportello provvisoriamente sospeso per esaurimento delle risorse: non va presentato come un contributo immediatamente richiedibile. Un intervento di questo tipo merita di essere seguito anche dopo l’assegnazione dei contributi: quali lavoratori partecipano, quali capacità acquisiscono e come vengono impiegate nelle aziende?
Per orientamento e politiche pubbliche, la verifica dovrebbe arrivare fino all’inserimento professionale. Contare corsi e partecipanti serve a descrivere l’attività svolta; misurare quanti trovano un lavoro coerente, con quale contratto e quanto a lungo lo mantengono aiuta a valutarne l’utilità. Una formazione efficace dovrebbe partire dai fabbisogni locali e lasciare alle persone competenze utilizzabili anche fuori dall’impresa che le ha formate.
La Lombardia dispone di una domanda di lavoro ampia e di strumenti per leggerla. La questione è tradurre quei dati in scelte concrete, senza confondere una previsione con un’assunzione, un annuncio con una buona opportunità o una difficoltà di selezione con una responsabilità esclusiva dei candidati.






