
L’economia del mare vale quasi 225 miliardi, ma il fabbisogno di competenze rischia di frenare cantieri, porti, logistica e turismo.
L’Italia ha 7.900 chilometri di costa, una delle flotte più importanti d’Europa e una cantieristica capace di competere ai vertici mondiali. Eppure il mare continua a essere raccontato come una somma di attività separate: porti, pesca, crociere, logistica, nautica. I dati del Rapporto nazionale sull’Economia del mare 2026 restituiscono un’immagine diversa. Quella che emerge è una piattaforma industriale da quasi 225 miliardi di euro, abbastanza grande da incidere sull’11,4 per cento del Pil nazionale.
La sua crescita, però, incontra un limite molto concreto. Secondo il rapporto Confindustria-BCG, tra il 2026 e il 2030 serviranno circa 175 mila lavoratori, sommando nuovi posti e sostituzioni di chi lascerà il mercato. Non è una stima accessoria: senza personale qualificato, navi, terminal e cantieri possono ricevere ordini e investimenti, ma non trasformarli in produzione.
Unioncamere censisce 253.599 imprese riconducibili alla blue economy e 1.133.949 occupati. Il valore aggiunto diretto è pari a 78,9 miliardi di euro; considerando ciò che la filiera attiva nel resto dell’economia, si arriva a 224,9 miliardi. Per ogni euro prodotto dalle attività legate al mare, altri 1,8 euro si muovono nei settori collegati.
È un moltiplicatore che si vede lontano dalle banchine. Una nave costruita in Italia coinvolge acciaio, elettronica, arredi, software e servizi finanziari. Un porto efficiente alimenta trasporto ferroviario, autotrasporto, magazzini e commercio. Il turismo costiero sostiene alberghi e ristorazione, ma anche manutenzione, servizi culturali e imprese creative. Ridurre tutto alle merci movimentate significa perdere il tratto più importante: il mare tiene insieme industrie e territori che, nei conti tradizionali, finiscono in caselle diverse.
Il fabbisogno occupazionale non nasce soltanto dalla crescita. Una parte consistente riguarda il ricambio generazionale: tecnici, operai specializzati, ufficiali di macchina, manutentori e addetti alla logistica si avvicinano alla pensione senza una platea sufficiente di sostituti. Il calo della popolazione in età lavorativa rende il problema più difficile, mentre molte famiglie continuano a considerare le professioni industriali e marittime meno attrattive di quanto siano nella realtà.
C’è poi un disallineamento tra formazione e domanda. Le imprese cercano saldatori navali, meccatronici, progettisti, esperti di automazione, operatori portuali, tecnici ambientali, professionisti della cybersecurity e figure in grado di gestire sistemi energetici sempre più complessi. Non si tratta solo di trovare braccia. Servono competenze che uniscono manualità, sicurezza, digitale e conoscenza dei processi.

Economia del mare: container, treni e camion nella catena logistica portuale (Fonte: Unsplash)
La trasformazione tecnologica sta cambiando il lavoro prima ancora dei numeri. Nei terminal, sensori e software coordinano gru, mezzi, accessi e treni; nella cantieristica crescono progettazione digitale, propulsioni alternative e manutenzione predittiva. Le navi producono una quantità crescente di dati e sono esposte agli stessi rischi informatici delle fabbriche. La transizione energetica aggiunge nuove professionalità legate ai carburanti a basse emissioni, all’elettrificazione delle banchine e ai rinnovabili offshore.
Per questo un corso generico non risolve il problema. Gli istituti tecnici superiori, gli istituti nautici, le università e i centri di formazione devono lavorare con le imprese su laboratori, docenti, tirocini e programmi aggiornati. La distanza tra un’aula e un impianto reale può essere colmata soltanto se chi forma conosce in anticipo gli investimenti e le tecnologie che entreranno in servizio.
La blue economy offre anche un’occasione di lavoro nei territori costieri del Mezzogiorno, dove la disoccupazione giovanile resta elevata. Ma un posto disponibile a Genova, Trieste o Monfalcone non incontra automaticamente un giovane formato in Sicilia o in Puglia. Servono alloggi accessibili, trasporti, orientamento e incentivi alla mobilità, oltre a percorsi costruiti vicino ai poli produttivi.
Allo stesso tempo, le aziende devono intervenire su salari, turni, sicurezza e prospettive di carriera. Chiedere più diplomati tecnici senza rendere credibile il futuro professionale rischia di produrre campagne di comunicazione, non candidature. La competizione per le competenze coinvolge ormai tutti i comparti industriali e chi offre un percorso leggibile parte avvantaggiato.
Il rapporto Confindustria individua tre leve: semplificare, innovare e formare. A queste va aggiunta una regia capace di collegare porti, ferrovie, zone logistiche, cantieri ed energia. Gli investimenti isolati migliorano un tratto della catena; una politica industriale aumenta la produttività dell’intero sistema.
I 175 mila lavoratori necessari entro il 2030 sono quindi un allarme, ma anche una misura del potenziale. Se l’Italia riuscirà a formarli e trattenerli, il mare potrà continuare a generare valore ben oltre le città portuali. Se non ci riuscirà, la crescita verrà frenata proprio nel momento in cui le rotte, la sicurezza energetica e la logistica stanno tornando al centro dell’economia europea.






