
Un aumento in busta paga può essere assorbito dall’inflazione e da un prelievo fiscale più elevato. Il drenaggio fiscale non annulla automaticamente ogni incremento, ma può ridurne il valore reale.
Ricevere un aumento di stipendio dovrebbe significare avere più risorse. Non sempre, però, la crescita indicata sulla busta paga coincide con un miglioramento effettivo delle condizioni economiche. Tra inflazione, contributi, IRPEF e detrazioni, una parte dell’incremento può essere assorbita prima ancora che il lavoratore riesca a percepirne gli effetti.
È qui che entra in gioco il fiscal drag, chiamato anche drenaggio fiscale: un meccanismo che può aumentare il peso dell’imposta quando i redditi nominali crescono, anche se il potere d’acquisto non migliora nella stessa misura.
Il fenomeno non deve essere confuso con una nuova tassa né con il normale passaggio dal lordo al netto. Dipende dall’interazione tra crescita dei redditi, inflazione e struttura progressiva dell’IRPEF.
Immaginiamo un lavoratore il cui stipendio lordo aumenti del 4%. Se nello stesso periodo anche i prezzi crescono del 4%, il suo reddito reale è sostanzialmente invariato: può acquistare, in media, la stessa quantità di beni e servizi di prima.
Il reddito fiscale, però, viene espresso in euro correnti. Se scaglioni, detrazioni e altre soglie non vengono adeguati all’inflazione, l’aumento nominale può determinare una maggiore incidenza dell’imposta.
Il problema non riguarda soltanto l’eventuale ingresso nello scaglione successivo. Le aliquote sono progressive e si applicano esclusivamente alla parte di reddito compresa in ciascuna fascia. Il drenaggio può derivare anche dal fatto che detrazioni e soglie fisse perdono valore reale con l’aumento dei prezzi.
L’Ufficio parlamentare di bilancio spiega che il carico effettivo è cresciuto soprattutto sui redditi più elevati anche perché numerosi parametri dell’IRPEF non sono indicizzati all’inflazione. Secondo la sua analisi, nel sistema del 2026 la soglia oltre la quale il prelievo risulta più oneroso rispetto al 1990, a prezzi attuali, è collocata intorno a 35.100 euro annui. upB
Tre passaggi separano l’aumento annunciato dal miglioramento effettivo:
Per questo un incremento di 100 euro lordi non produce lo stesso risultato per tutti. Contano il reddito complessivo, la situazione familiare, le addizionali locali, le detrazioni e la natura della voce riconosciuta in busta paga.
Come abbiamo spiegato nell’approfondimento sugli aumenti contrattuali e la lettura della busta paga, un’aliquota agevolata applicabile a una determinata somma non elimina automaticamente contributi e altri elementi del calcolo.
Il punto centrale è distinguere tra:
Solo il terzo misura l’effettivo miglioramento del potere d’acquisto.
I dati più recenti rendono il problema particolarmente evidente. Secondo l’ISTAT, tra gennaio e settembre 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute mediamente del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025.
A settembre l’aumento tendenziale è stato ancora del 2,5%, con una crescita del 2,3% nel settore privato e del 3,2% nella pubblica amministrazione. Alla fine del trimestre circa 2,5 milioni di dipendenti risultavano ancora interessati da contratti in attesa di rinnovo. Istat
Nello stesso tempo, la stima preliminare dell’ISTAT colloca l’inflazione di ottobre 2026 al 5,4% annuo, spinta soprattutto dai beni energetici. I prodotti acquistati più frequentemente hanno registrato un aumento del 5,8%, mentre il cosiddetto carrello della spesa è salito del 2,5%. Istat
Il confronto non deve essere fatto meccanicamente, perché retribuzioni contrattuali e inflazione di un singolo mese misurano grandezze diverse. Indica però una tendenza chiara: quando i prezzi accelerano più dei salari, anche un aumento nominale può non bastare a proteggere il reddito reale.
Il tema è collegato alle differenze già analizzate nell’articolo sugli stipendi italiani e il divario tra le regioni: una retribuzione più alta non garantisce necessariamente condizioni economiche migliori se costo della vita e imposizione assorbono una parte rilevante del vantaggio.

Persona fa la spesa mentre l’inflazione riduce il potere d’acquisto (Fonte: Pexels)
Il fiscal drag si inserisce in una debolezza più profonda. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che tra il 1990 e il 2026 la retribuzione lorda media dei dipendenti privati sia diminuita del 6,6% in termini reali.
La perdita non è stata distribuita uniformemente. Nella parte più bassa della distribuzione, indicata dal decimo percentile, la contrazione raggiunge il 40,8%; nel novantesimo percentile si registra invece un incremento del 3,3%. Nei servizi la retribuzione reale media sarebbe diminuita del 20,9%, mentre industria e costruzioni avrebbero segnato una crescita del 16,5%. upB
Questo significa che l’impoverimento del ceto medio non può essere attribuito esclusivamente alle tasse. Pesano anche la debole crescita della produttività, la diffusione del part-time, la discontinuità lavorativa e i ritardi dei rinnovi contrattuali.
La politica fiscale può attenuare alcune conseguenze, ma non può sostituire una crescita strutturale delle retribuzioni.
Le stime sul fiscal drag cambiano in base al metodo utilizzato. È quindi scorretto presentare un’unica cifra come se fosse incontestabile.
L’Osservatorio sui conti pubblici italiani ha calcolato due scenari per il periodo 2022-2027:
La stessa analisi stima che le riforme dell’IRPEF intervenute dal 2021 abbiano ridotto il gettito di 24,4 miliardi rispetto al precedente assetto. Secondo il secondo metodo, quindi, gli interventi fiscali avrebbero più che compensato il drenaggio; secondo il primo, la compensazione sarebbe soltanto parziale. osservatoriocpi.unicatt.it
La conclusione corretta non è che il fiscal drag abbia cancellato ogni riduzione fiscale, né che le riforme abbiano eliminato il problema. L’esito dipende dalla fascia di reddito, dalla posizione del contribuente e dal criterio utilizzato per misurarlo.
Dal 2026 l’IRPEF prevede tre aliquote:
La legge di Bilancio ha ridotto dal 35% al 33% l’aliquota del secondo scaglione. Il beneficio massimo teorico raggiunge 440 euro annui per chi utilizza interamente la fascia interessata. temi.camera.it
Questa riduzione alleggerisce il prelievo per una parte dei contribuenti, ma non equivale all’indicizzazione automatica di scaglioni e detrazioni all’inflazione. Se redditi e prezzi continuano a crescere, il tema del fiscal drag può quindi ripresentarsi.
Per comprendere correttamente il dato è utile anche distinguere l’IRPEF personale dalla pressione fiscale complessiva, come illustrato nel nostro approfondimento su chi paga l’IRPEF e come leggere la pressione fiscale.
Il confronto internazionale aggiunge un altro elemento. Nel 2025 il cuneo fiscale per un lavoratore single con retribuzione media in Italia era pari al 45,8% del costo del lavoro, contro una media OCSE del 35,1%.
Il dato comprende imposta personale, contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro, al netto degli eventuali trasferimenti familiari. L’Italia risultava quinta tra i 38 Paesi dell’OCSE, nonostante una riduzione di 1,21 punti rispetto al 2024. oecd.org
Il cuneo fiscale non coincide con il fiscal drag: il primo misura la distanza tra costo del lavoro e reddito disponibile; il secondo descrive l’aumento del prelievo prodotto dalla crescita nominale in un sistema non pienamente indicizzato. I due fenomeni, però, possono sommarsi nella percezione del lavoratore.
Una ricerca della Banca d’Italia offre un quadro meno uniforme rispetto all’idea di un impoverimento generalizzato. In media, nel 2025 le famiglie avrebbero recuperato il potere d’acquisto perso durante lo shock inflazionistico seguito alla crisi energetica.
Le misure discrezionali adottate nel periodo avrebbero più che compensato, in media, il fiscal drag e l’erosione dei trasferimenti. Il recupero è stato però diverso lungo la distribuzione dei redditi: i tre quinti centrali hanno superato la perdita precedente, mentre per il quinto più povero la crescita del reddito disponibile è rimasta sostanzialmente in linea con l’inflazione. bancaditalia.it
È una precisazione importante. Le medie nazionali non descrivono automaticamente la situazione di ogni famiglia. Affitto o mutuo, composizione del nucleo, consumi energetici e spese essenziali producono esperienze molto differenti, come mostra anche il nostro articolo su inflazione, risparmio e potere d’acquisto.
Per capire se un aumento migliori davvero la propria situazione non basta osservare la variazione lorda. Occorre confrontare:
Un aumento strutturale del minimo contrattuale ha effetti diversi da un premio occasionale. Anche superminimi, arretrati e indennità seguono regole che possono modificare il risultato finale.
Il fiscal drag spiega perché una parte degli aumenti nominali possa trasformarsi in maggiore prelievo. Non spiega, da solo, la lunga stagnazione italiana.
La questione decisiva resta la capacità degli stipendi di crescere stabilmente più dei prezzi. Senza produttività, rinnovi tempestivi e lavori più qualificati, gli interventi fiscali possono sostenere il reddito disponibile, ma difficilmente possono sostituire una dinamica salariale solida.
Per questo la domanda da rivolgere davanti a un aumento non è soltanto «quanto cresce il lordo?». È necessario chiedersi quanto rimarrà netto e quale valore conserverà quella somma dopo l’aumento del costo della vita.






