Trovare lavoro in Italia: quanto contano le conoscenze?

Marco Di NardoEconomia12 hours ago46 Views

I dati INAPP mostrano il peso dei canali informali nell’accesso all’occupazione. Emiliano Mandrone analizza reti personali, salari, mobilità e mismatch.

In Italia trovare lavoro dipende soltanto dalle competenze e dall’esperienza professionale? I dati dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (INAPP) descrivono una realtà più complessa. Una parte rilevante degli ingressi nell’occupazione passa attraverso canali informali, dalle conoscenze personali alle candidature spontanee. Ma che cosa comporta per chi cerca lavoro? E le difficoltà delle imprese nel trovare personale dipendono davvero soltanto dalla mancanza di competenze?

Ne abbiamo parlato con Emiliano Mandrone, ricercatore INAPP, partendo dalle ricerche realizzate insieme a Manuel Marocco e, per il Policy Brief del 2022, a Francesca Bergamante, per capire quanto pesino le modalità di reclutamento e quale ruolo abbiano retribuzioni, mobilità e trasparenza delle offerte.

Trovare lavoro in Italia: cosa dicono i dati INAPP

Il punto di partenza è I canali di ingresso nel mondo del lavoro, Policy Brief INAPP pubblicato nel giugno 2022 da Francesca Bergamante, Emiliano Mandrone e Manuel Marocco. L’analisi utilizza i dati dell’Indagine INAPP-PLUS 2021 e studia le modalità attraverso cui le persone sono entrate nel mercato del lavoro. OA INAPP

Secondo i dati riportati nell’analisi, il 55,9% delle occupazioni esaminate, ottenute nel periodo 2011-2021, era passato attraverso canali informali, contro il 36,8% riconducibile ai canali formali. Nel dettaglio, il 23,3% delle persone considerate aveva trovato lavoro attraverso amici, parenti o conoscenti, il 9,5% attraverso contatti sviluppati nell’ambiente professionale e il 18,2% mediante candidature spontanee. Articolo_INAPP_verifica_Mandron…

È necessaria una precisazione: questi numeri non fotografano il mercato del lavoro del 2026. Descrivono le occupazioni analizzate dall’indagine e il periodo considerato. Inoltre, parlare di canali informali non equivale automaticamente a parlare di “raccomandazioni”: la categoria comprende modalità differenti, comprese le candidature spontanee. Articolo_INAPP_verifica_Mandron…

Quando le conoscenze diventano un canale di accesso

La questione diventa più complessa quando si considera la possibilità che tutti i candidati abbiano accesso alle stesse opportunità. Chi possiede una rete consolidata di relazioni può venire a conoscenza di una posizione attraverso amici, familiari o precedenti colleghi. Chi non dispone dello stesso capitale relazionale dipende maggiormente dagli annunci pubblici e dai servizi di intermediazione.

Mandrone concentra l’attenzione sulla contendibilità delle opportunità di lavoro, cioè sulla possibilità che più lavoratori possano effettivamente competere per una posizione disponibile.

«Il mercato prevede che le opportunità siano contendibili, ovvero un lavoratore è in concorrenza con un altro per un’offerta di lavoro proposta da un’impresa».

Quando questo meccanismo viene sostituito dall’informalità, secondo il ricercatore, cambiano anche le logiche attraverso le quali domanda e offerta si incontrano.

«Quando i termini sono diversi, allora non è più un mercato: è un tipo di accordo che ha altre logiche e priorità, come rapidità, network, interessi personali e opportunismo».

La conseguenza, nella lettura proposta da Mandrone, è che una parte delle opportunità può risultare più facilmente accessibile a chi dispone già di una struttura relazionale consolidata, con possibili effetti sulla mobilità sociale e sull’efficienza del mercato del lavoro.

«L’informalità è, per chi ha una consolidata struttura relazionale, un modo per collocarsi in posizioni per cui c’è un’offerta di lavoro disponibile, sovente migliore in termini di professionalità e capitale umano, che produce scarsa mobilità sociale, modesta efficienza economica e pochissima meritocrazia».

Lo stesso Mandrone invita però a maneggiare quest’ultimo concetto «con grande cautela».

Il 77,2% e perché i due dati non vanno confusi

Un altro dato emerge dal Rapporto PLUS 2023, pubblicato nel 2024. In questo caso INAPP prende in considerazione una popolazione specifica: persone disoccupate o inattive nel 2021 che avevano trovato un’occupazione nel 2022.

Per questo gruppo, il 77,2% degli ingressi nell’occupazione era avvenuto attraverso canali informali, contro il 21,3% attraverso canali formali.

Il confronto diretto con il precedente 55,9%, tuttavia, sarebbe scorretto. Le popolazioni osservate e i periodi di riferimento sono differenti. Non possiamo quindi concludere, sulla base dei due valori, che il ricorso ai canali informali sia semplicemente aumentato dal 55,9 al 77,2%.

È una distinzione metodologica importante, soprattutto quando i dati sul mercato del lavoro vengono utilizzati per descrivere fenomeni molto più ampi.

Stazione Milano Centrale e mobilità territoriale dei lavoratori

Stazione Milano Centrale e mobilità territoriale dei lavoratori (Fonte: Wikipedia)

Perché imprese e lavoratori non riescono a incontrarsi?

Il dibattito sul lavoro presenta spesso un’apparente contraddizione: da una parte imprese che dichiarano difficoltà nel reperire personale, dall’altra persone che faticano a trovare un’occupazione adeguata.

Significa necessariamente che mancano le competenze richieste dalle aziende?

Mandrone invita a evitare generalizzazioni:

«Queste letture contrastanti sono frutto di letture parziali, ovvero relative a mercati del lavoro, settori e territori».

Un’impresa può effettivamente avere difficoltà a trovare una professionalità altamente specializzata in una determinata area. Nello stesso territorio possono però esserci disoccupati con qualifiche differenti oppure lavoratori che non considerano convenienti le condizioni proposte.

È il tema del mismatch, il disallineamento tra domanda e offerta. Ridurlo esclusivamente a una carenza di competenze rischia però di semplificare il fenomeno: entrano in gioco anche esperienza richiesta, territorio, tipologia contrattuale, salario e possibilità concreta di trasferirsi.

Stipendi e costo della vita: perché un lavoratore non si sposta

La mobilità geografica è uno dei punti centrali dell’analisi. Accettare un lavoro lontano dalla propria città comporta infatti costi che vanno oltre il semplice trasferimento: abitazione, trasporti e riorganizzazione della vita familiare.

Una posizione interessante dal punto di vista professionale può quindi risultare poco conveniente se lo stipendio non consente di sostenere questi costi.

Mandrone lo sintetizza così:

«Molti giovani non si spostano di città o magari di migliaia di chilometri per retribuzioni basse o contratti a termine».

E aggiunge:

«L’analisi costi-benefici non è positiva».

La disponibilità a lavorare, quindi, non coincide con la disponibilità ad accettare qualsiasi proposta.

Nelle considerazioni raccolte viene utilizzato un esempio volutamente illustrativo: un’impresa cerca un ingegnere elettronico con esperienza offrendo 1.500 euro mensili e un contratto a termine. Non si tratta di un’offerta reale verificata, ma di un caso ipotetico utile a spiegare il meccanismo.

La lettura proposta da Mandrone è chiara: se i candidati qualificati non accettano, potrebbe non significare che non esistano, ma che abbiano trovato condizioni migliori in Italia o all’estero.

«Se si offrono condizioni migliori, ci sarà l’offerta che accetta».

Offerte di lavoro: quanto conta la trasparenza?

Per comprendere perché una posizione rimanga scoperta occorre conoscere anche le sue caratteristiche. Qual è la retribuzione? Quanto dura il contratto? Quanta esperienza viene richiesta? Il lavoratore deve trasferirsi?

Senza queste informazioni è difficile stabilire se un posto rimanga vacante perché mancano effettivamente le competenze oppure perché le condizioni offerte non riescono ad attrarre i candidati.

Mandrone introduce qui il tema del salario come incentivo alla mobilità:

«È necessario che il salario, ovvero il prezzo di equilibrio del mercato del lavoro, produca un incentivo alla mobilità nel medio-lungo periodo. Se non c’è, appare illogico per un lavoratore spostarsi».

Il ricercatore richiama, a titolo di esempio, le difficoltà di reperimento di insegnanti nelle grandi città del Nord caratterizzate da un elevato costo della vita, a fronte di retribuzioni definite su scala nazionale. Un ragionamento che può interessare anche altre professioni e che apre il tema del rapporto tra salari e differenze territoriali nel costo della vita.

«L’incentivo non c’è e non si può pensare che le persone accettino per motivi extraeconomici, come non lo si può chiedere alle imprese».

Più trasparenza può cambiare il mercato del lavoro?

Rendere maggiormente visibili le opportunità non eliminerebbe automaticamente il mismatch. Alcune posizioni potrebbero continuare a rimanere scoperte per una reale carenza di competenze specialistiche o per problemi territoriali.

Secondo Mandrone, tuttavia, un mercato più trasparente amplierebbe la platea dei candidati e potrebbe migliorare il processo di selezione. Potrebbe inoltre favorire le aziende che offrono condizioni di lavoro migliori, mettendole maggiormente al riparo dalla concorrenza di imprese che competono comprimendo la qualità del lavoro.

Nella sua analisi, una maggiore contendibilità delle opportunità potrebbe inoltre produrre una pressione positiva sul prezzo di equilibrio del lavoro, quindi sui salari, e orientare progressivamente le imprese verso attività a maggiore valore aggiunto.

È una prospettiva che sposta il dibattito: la domanda non riguarda soltanto quanti candidati siano disponibili, ma come vengono cercati, a quali condizioni e attraverso quali canali.

Il ruolo dei servizi pubblici per l’impiego

La diffusione dei canali informali pone infine una questione sul ruolo dei Centri per l’impiego e degli altri operatori dell’intermediazione.

Il loro compito può essere particolarmente importante per chi non dispone di una rete professionale consolidata: rendere visibili le opportunità significa aumentare la possibilità che domanda e offerta si incontrino attraverso un mercato accessibile a una platea più ampia.

Mandrone e Marocco hanno affrontato il rapporto tra incentivi, servizi per il lavoro e trasparenza anche nelle loro successive attività di ricerca. Il tema è coerente con un filone INAPP che considera il peso dell’informalità una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano.

Un indicatore dell’efficacia dell’intermediazione, inoltre, non dovrebbe limitarsi al numero di persone che trovano un’occupazione. Occorre osservare anche la durata del rapporto, le condizioni contrattuali e la corrispondenza tra competenze possedute e mansioni svolte.

Nella ricerca INAPP del 2022, tra le occupazioni analizzate, i canali formali risultavano associati a una percentuale maggiore di contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli informali: 61,9% contro 53,2%. Il dato rappresenta un’associazione statistica e non dimostra un rapporto causale.

Trovare lavoro: la questione non è soltanto avere conoscenze

I dati INAPP non consentono di ridurre la ricerca di un’occupazione a una contrapposizione tra chi “ha conoscenze” e chi non le ha.

Competenze, esperienza, retribuzione, mobilità geografica, condizioni contrattuali e modalità di reclutamento interagiscono tra loro. Le ricerche mostrano però quanto sia rilevante il peso dei canali informali e pongono una domanda sulla reale accessibilità delle opportunità.

La questione non consiste nell’eliminare le relazioni personali dal mercato del lavoro. Si tratta piuttosto di capire come garantire che una posizione possa essere conosciuta e contesa anche da chi non appartiene alla rete professionale o personale di chi assume.

E rimane una domanda decisiva: quanto delle difficoltà di incontro tra imprese e lavoratori dipende da competenze realmente mancanti e quanto, invece, dalle condizioni offerte e dalle modalità utilizzate per cercare i candidati?

È proprio la capacità di distinguere questi fattori a determinare la qualità delle risposte che istituzioni, imprese e servizi per l’impiego potranno dare al problema.

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