Sanità regionale: perché i divari restano aperti

Sandro BondiSalute2 days ago96 Views

Le Regioni organizzano i servizi sanitari, mentre allo Stato spetta garantire i livelli essenziali di assistenza. I risultati, però, restano differenti e la mobilità dei pazienti mostra quanto il luogo di residenza possa ancora condizionare l’accesso alle cure.

La sanità regionale è uno dei terreni sui quali si misura concretamente l’uguaglianza tra i cittadini. L’Italia dispone di un Servizio sanitario nazionale fondato sull’universalità delle cure, ma organizzazione, tempi di accesso e qualità delle prestazioni possono cambiare sensibilmente da un territorio all’altro.

La domanda, dunque, non è soltanto se le Regioni abbiano amministrato bene la sanità. Bisogna anche capire se l’attuale equilibrio tra autonomia regionale e responsabilità nazionale sia sufficiente a garantire gli stessi diritti in tutto il Paese.

Sanità regionale: quali competenze spettano allo Stato

Affermare che le Regioni abbiano la responsabilità esclusiva della sanità sarebbe impreciso. L’articolo 117 della Costituzione inserisce la tutela della salute tra le materie di legislazione concorrente.

Ciò significa che lo Stato stabilisce i principi fondamentali e determina i Livelli essenziali di assistenza, cioè le prestazioni che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale. Le Regioni organizzano invece i rispettivi servizi sanitari, programmano le strutture, gestiscono una parte rilevante delle risorse e disciplinano il funzionamento delle aziende sanitarie.

Il governo centrale conserva inoltre funzioni di indirizzo, finanziamento, coordinamento e controllo. Il Comitato LEA del Ministero della Salute verifica che le Regioni rispettino gli obblighi previsti e utilizzino le risorse in condizioni di appropriatezza.

Non siamo quindi davanti a ventuno sistemi completamente indipendenti, ma a un servizio nazionale attuato attraverso organizzazioni territoriali differenti. Senato della Repubblica

I divari sanitari non coincidono perfettamente con il Nord e il Sud

È difficile negare l’esistenza di un divario sanitario territoriale. In diverse aree del Mezzogiorno persistono difficoltà nell’assistenza territoriale, nella prevenzione, nella disponibilità di alcune specializzazioni e nei tempi di accesso.

Sarebbe però scorretto descrivere la situazione come una contrapposizione uniforme tra un Nord efficiente e un Sud incapace. Anche le regioni settentrionali presentano criticità, mentre alcune realtà meridionali hanno raggiunto risultati positivi.

Il monitoraggio ministeriale dei LEA relativo al 2023 mostra che Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna, insieme alla Provincia autonoma di Trento, hanno superato la soglia di sufficienza nelle tre macroaree valutate: prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera.

Abruzzo e Sicilia sono invece rimaste sotto la soglia in due macroaree; Calabria e Basilicata in quella distrettuale. Tra le realtà settentrionali, anche Valle d’Aosta, Liguria e Provincia autonoma di Bolzano hanno registrato almeno una valutazione insufficiente. Relazione 2023

I dati confermano che esiste una questione meridionale, ma dimostrano anche che le differenze non possono essere spiegate soltanto attraverso la geografia.

Pazienti in sala d’attesa nel sistema sanitario regionale

Pazienti in sala d’attesa nel sistema sanitario regionale (Fonte: Pexels)

La mobilità sanitaria rende visibili le disuguaglianze

La mobilità sanitaria è uno degli indicatori più evidenti delle differenze tra i territori. Si verifica quando un cittadino riceve cure in una Regione diversa da quella di residenza.

Secondo il Ministero della Salute, nel 2023 l’8,5% dei ricoveri ordinari per acuti è avvenuto fuori dalla Regione di residenza del paziente. Il dato è tornato sostanzialmente ai livelli precedenti alla pandemia. AGENAS

Una parte di questi spostamenti può dipendere dalla vicinanza geografica, da scelte personali o dalla presenza di centri altamente specializzati. La mobilità non deve quindi essere interpretata automaticamente come una bocciatura del sistema sanitario di provenienza.

Quando però lo spostamento è determinato dall’assenza di prestazioni, dalla lunghezza delle attese o dalla sfiducia nei servizi locali, si trasforma in un segnale di disuguaglianza. Chi può sostenere viaggi, pernottamenti e assenze dal lavoro trova più facilmente un’alternativa; chi non dispone delle stesse risorse rischia di rinviare le cure.

La conseguenza non riguarda soltanto le famiglie. La Regione di residenza deve rimborsare quella che ha erogato la prestazione, con un trasferimento di risorse che può aggravare la debolezza dei sistemi già maggiormente in difficoltà.

Anche le regioni più efficienti hanno problemi

Una valutazione equilibrata non può ignorare i risultati positivi ottenuti da diversi servizi sanitari regionali. In Italia esistono ospedali, università e centri di ricerca capaci di offrire cure di elevata qualità e di attirare pazienti anche dall’estero.

Ciò non significa, tuttavia, che nelle Regioni considerate più efficienti sia semplice ottenere ogni prestazione. Carenza di personale, pronto soccorso in difficoltà, medicina territoriale incompleta e liste di attesa riguardano anche il Nord.

Come abbiamo approfondito nell’articolo Liste di attesa, la sanità pubblica alla prova dei fatti, la qualità teorica di un servizio perde valore quando una visita o un esame non vengono assicurati nei tempi richiesti dalla salute del paziente.

Il problema si collega alla più ampia necessità di rimettere la sanità al centro delle scelte pubbliche, rafforzando prevenzione, assistenza territoriale e capacità di programmazione.

Perché servono standard nazionali più forti

Mettere in discussione le disuguaglianze non significa necessariamente abolire il regionalismo sanitario. La vicinanza al territorio può aiutare a programmare servizi coerenti con l’età della popolazione, la distribuzione geografica e le esigenze locali.

L’autonomia, però, deve accompagnarsi a responsabilità chiaramente definite e risultati verificabili. Lo Stato dovrebbe disporre di strumenti più efficaci per intervenire quando i livelli essenziali non vengono garantiti o quando le differenze diventano incompatibili con l’universalità del servizio.

Servirebbero almeno:

  • criteri nazionali più omogenei per misurare qualità e tempi delle prestazioni;
  • dati facilmente confrontabili tra le Regioni;
  • interventi tempestivi quando i LEA non vengono rispettati;
  • una programmazione nazionale del personale sanitario;
  • investimenti mirati nei territori con maggiori carenze;
  • sistemi di prenotazione interoperabili;
  • controlli sui risultati e sull’impiego delle risorse.

Il punto non è sostituire ogni decisione regionale con una scelta presa a Roma. È impedire che l’autonomia produca diritti differenti a seconda del luogo di residenza.

Un nuovo equilibrio tra Stato e Regioni

Il regionalismo sanitario ha prodotto risultati diversi. Ha consentito ad alcune amministrazioni di costruire servizi efficienti e specializzati, ma non è riuscito a evitare disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Occorre quindi trovare un equilibrio più solido tra Stato e Regioni nella sanità. Alle amministrazioni territoriali deve rimanere la capacità di organizzare i servizi; allo Stato devono spettare indirizzo, perequazione, controllo e possibilità d’intervento quando i diritti fondamentali non sono rispettati.

La salute non può dipendere dal codice postale. Il criterio con cui valutare il sistema dovrebbe essere lo stesso ovunque: ogni cittadino deve poter ricevere cure appropriate, sicure e tempestive, indipendentemente dalla Regione nella quale vive.

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