
Il 43,5% rilevato da ISTAT e le dichiarazioni dei redditi misurano fenomeni diversi. Come leggere il peso delle imposte.
Una pressione fiscale del 43,5% non significa che ogni italiano consegni al fisco quella quota del proprio reddito. Il dato pubblicato da ISTAT per il secondo trimestre del 2026 descrive un rapporto dell’intera economia. Le statistiche sulle dichiarazioni IRPEF raccontano invece come si distribuisce una singola imposta. Per capire chi paga e quanto, occorre tenere separati questi due piani.
ISTAT registra nel secondo trimestre del 2026 una pressione fiscale del 43,5%, in aumento di mezzo punto percentuale rispetto allo stesso periodo del 2025. Il rapporto considera entrate fiscali e contributive in relazione al PIL. Un dato trimestrale risente anche della distribuzione delle entrate nell’anno: il confronto corretto è quindi con lo stesso trimestre, senza trasformarlo automaticamente nella misura definitiva dell’intero 2026.
L’IRPEF è invece l’imposta personale sui redditi che rientrano nel suo perimetro. Studiare la sua distribuzione non equivale a calcolare tutte le somme versate da una famiglia: restano fuori, per esempio, l’IVA sui consumi e altre forme di imposizione. Anche i contributi richiedono una lettura distinta.
Il Dipartimento delle Finanze, nella sintesi relativa all’anno d’imposta 2024 e alle dichiarazioni presentate nel 2025, indica oltre 42,8 milioni di contribuenti e un’imposta netta complessiva di 197,4 miliardi di euro. I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’84,6% del reddito complessivo dichiarato.
La quota di IRPEF netta riferita ai redditi superiori a 35.000 euro è il 65,1%. È un dato rilevante sulla concentrazione del gettito. Non autorizza però a dire che quel gruppo finanzi da solo ogni entrata pubblica: il denominatore è l’IRPEF netta dichiarata, non l’insieme delle imposte e dei contributi italiani.

Banconote in euro per l’analisi dei redditi e del gettito IRPEF (Fonte: Pexels)
Nello stesso documento, oltre 8,7 milioni di soggetti dichiarano un’IRPEF netta pari a zero. Il MEF richiama redditi nelle fasce di esonero, detrazioni che azzerano l’imposta e redditi soggetti a tassazione sostitutiva. L’assenza di IRPEF netta non dimostra quindi, da sola, né evasione né assenza di altri versamenti.
Questa distinzione impedisce di usare una tabella fiscale come una classificazione morale dei cittadini. Un reddito basso, una detrazione o un diverso regime tributario producono risultati che devono essere spiegati prima di essere giudicati. Le statistiche delle dichiarazioni, inoltre, descrivono quanto viene dichiarato: non bastano a misurare il reddito eventualmente nascosto.
Un’imposta può produrre più entrate se aumentano i redditi imponibili o il numero dei soggetti che li percepiscono. Può incidere anche la variazione dei prezzi: un reddito nominale maggiore non coincide necessariamente con maggiore capacità di acquisto. Il rapporto tra entrate e PIL dipende poi dall’andamento di entrambi i termini.
Per attribuire un aumento del gettito a una riforma degli scaglioni servirebbe isolare l’effetto delle norme da quello di occupazione, redditi e altre variabili. La coincidenza temporale non basta. Anche una riduzione delle aliquote potrebbe convivere con un aumento delle entrate complessive, senza che questo dimostri che la riduzione abbia causato quell’aumento.
Il confronto sulle tasse diventa più utile quando specifica chi guadagnerebbe da una modifica e con quale costo per il bilancio pubblico. Occorre distinguere reddito complessivo, imponibile e imposta netta, considerando le detrazioni e il numero delle persone interessate. Una percentuale isolata non descrive l’effetto finale sullo stipendio.
Va valutata anche la copertura: minori entrate possono essere compensate da altre imposte, da riduzioni di spesa o da maggiore indebitamento. Sono alternative con conseguenze diverse. Presentare soltanto lo sgravio rende incompleta la valutazione.
Il punto non è negare che il gettito IRPEF sia concentrato, ma descriverlo correttamente. Per discutere di equità servono sia il prelievo sia le condizioni economiche dei contribuenti e i servizi finanziati. Confondere pressione fiscale nazionale e tassazione personale impedisce proprio quel confronto che i numeri dovrebbero rendere possibile.






