
Dall’aborto alla pena di morte, fino ai diritti delle donne afghane: le battaglie civili e internazionali che hanno segnato la vita di Emma Bonino.
Emma Bonino e i diritti rappresentano un binomio che ha attraversato oltre cinquant’anni di storia politica italiana e internazionale. La sua attività pubblica non può essere raccontata soltanto attraverso gli incarichi ricoperti, ma anche attraverso le cause per le quali scelse di esporsi, spesso quando erano ancora lontane dal centro del dibattito.
«La libertà, le responsabilità e i diritti non ce li regala nessuno: dobbiamo strapparli e poi difenderli».
Emma Bonino
In questa frase c’è molto della storia di una delle protagoniste delle grandi battaglie civili italiane degli ultimi cinquant’anni.
La sua storia politica è lunga, ma c’è un altro modo per raccontarla: partire dalle cause per le quali scelse di esporsi e combattere. L’aborto e l’autodeterminazione delle donne, la lotta alla pena di morte e alla fame nel mondo, i diritti delle donne afghane, il contrasto alle mutilazioni genitali femminili e l’impegno per una giustizia internazionale capace di perseguire i crimini più gravi.
Battaglie diverse, condotte in epoche e luoghi differenti, ma legate da un filo comune: la convinzione che i diritti, una volta conquistati, vadano difesi.
Emma Bonino è morta l’11 settembre 2026, a 78 anni. Le sue posizioni hanno diviso, provocato discussioni e incontrato forti opposizioni. Al di là del giudizio sulle sue idee, restano però le battaglie alle quali ha dedicato la propria vita. Alcune hanno contribuito a cambiare il modo in cui la società guarda ai diritti e alle libertà individuali.
Negli anni Settanta, l’aborto in Italia era ancora un reato. Eppure, gli aborti esistevano e molti avvenivano clandestinamente, spesso senza adeguate condizioni sanitarie.
Emma Bonino fu tra le persone che portarono il problema fuori dalla clandestinità e all’interno del dibattito pubblico. In quegli anni collaborava con il CISA, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, che aiutava le donne a interrompere le gravidanze in condizioni più sicure rispetto a quelle degli aborti clandestini.
Bonino e gli altri attivisti decisero di rendere pubblica la loro attività e di assumersene apertamente la responsabilità. Era una forma di disobbedienza civile: violare una legge considerata ingiusta, senza nascondersi, per costringere le istituzioni e l’opinione pubblica a confrontarsi con il problema.
Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia erano già stati arrestati nel gennaio del 1975 per accuse legate all’attività del CISA. Emma Bonino si consegnò invece alle autorità e fu arrestata il 16 giugno dello stesso anno, davanti al seggio elettorale di Bra, con le accuse di associazione per delinquere e procurato aborto.
Tre anni dopo, nel 1978, il Parlamento approvò la legge 194, che disciplinò l’interruzione volontaria della gravidanza.
Fu il risultato di una lunga mobilitazione collettiva e di un profondo cambiamento della società italiana. Bonino fu una delle protagoniste di quella stagione.
Negli anni successivi, il suo impegno si spostò anche fuori dall’Italia.
All’inizio degli anni Ottanta, Bonino partecipò alla campagna contro la fame nel mondo. L’obiettivo era spingere l’Italia e le istituzioni internazionali a destinare maggiori risorse agli interventi nei Paesi più poveri.
Nel 1982 nacque l’iniziativa “Parlamentari italiani contro la fame”. Era un tema enorme, difficile da tradurre in risultati immediati, ma proprio la dimensione internazionale sarebbe diventata una caratteristica costante delle battaglie di Bonino.
I diritti, nella sua visione, non dovevano fermarsi ai confini di uno Stato.

Emma Bonino e i diritti durante un incontro pubblico (Fonte: Wikipedia)
Tra le battaglie più lunghe di Emma Bonino c’è quella contro la pena capitale.
Bonino sostenne per anni la necessità di arrivare a una moratoria internazionale delle esecuzioni. La questione venne portata anche davanti alle Nazioni Unite, fino all’approvazione, nel 2007, della prima risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU per una moratoria sull’uso della pena di morte.
Il principio sostenuto era chiaro: anche chi ha commesso un crimine gravissimo conserva diritti che lo Stato deve rispettare.
Una posizione discussa, soprattutto di fronte ai reati più efferati. Bonino, tuttavia, non smise mai di sostenerla.
Un altro fronte fu quello delle mutilazioni genitali femminili.
Bonino lavorò insieme ad associazioni e attiviste, soprattutto africane, per portare il problema all’attenzione delle istituzioni internazionali. Era una battaglia complessa: bisognava difendere bambine e donne senza trasformare il confronto in uno scontro tra culture.
Nel 2012, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che chiedeva di intensificare gli sforzi per eliminare le mutilazioni genitali femminili.
Il problema, però, non è scomparso. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oltre 230 milioni di donne e ragazze oggi in vita hanno subito una mutilazione genitale.
È uno dei casi in cui una battaglia iniziata decenni fa resta ancora attuale.
Bonino si occupò anche della condizione delle donne in Afghanistan.
Alla fine degli anni Novanta, durante il primo regime dei talebani, denunciò le pesanti limitazioni imposte alle donne e partecipò alle iniziative internazionali per richiamare l’attenzione su quanto stava accadendo nel Paese.
Nel 1998 promosse la campagna “Un fiore per le donne di Kabul”, dedicata alla difesa dei diritti umani in Afghanistan.
A distanza di quasi trent’anni, quel tema è tornato drammaticamente attuale dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021.
Anche questa battaglia racconta bene il percorso di Bonino: scegliere un problema lontano dall’attenzione quotidiana e cercare di renderlo visibile.
Un’altra parte importante del suo impegno riguardò i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.
Durante le guerre nell’ex Jugoslavia, Bonino sostenne la necessità di creare strumenti internazionali capaci di perseguire i responsabili delle atrocità commesse durante i conflitti. Successivamente appoggiò il percorso che portò alla nascita della Corte penale internazionale.
L’idea era semplice: alcuni crimini sono così gravi da non poter essere considerati soltanto una questione interna a uno Stato.
Genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra devono poter essere perseguiti anche quando chi li ha commessi dispone di potere e protezioni.
Emma Bonino è stata parlamentare, ministra, commissaria europea e protagonista della vita pubblica italiana.
Fermarsi agli incarichi significa però raccontarne soltanto una parte. La sua figura ha diviso e continuerà a dividere. Molte delle sue posizioni hanno provocato scontri durissimi e alcune restano ancora oggi controverse.
Non occorre condividerle per riconoscere un dato: Bonino ha dedicato gran parte della propria vita pubblica a battaglie precise. Spesso ha iniziato a combatterle quando erano minoritarie, difficili o poco popolari. Alcune hanno prodotto cambiamenti concreti; altre non sono ancora finite.
Questo è il modo più semplice per raccontare la sua eredità: non soltanto attraverso gli incarichi che ha ricoperto, ma anche attraverso i temi che ha contribuito a inserire nell’agenda pubblica.
La politica passa; le battaglie, quando riguardano i diritti e la dignità delle persone, il più delle volte restano.






