Stipendi in Europa e la posizione italiana

Marco Di NardoEconomia4 hours ago39 Views

Gli stipendi in Europa cambiano tra profili comparabili: l’Italia supera la Spagna, ma resta dietro le maggiori economie occidentali.

Gli stipendi in Europa non cambiano soltanto da un mestiere all’altro. Cambiano anche quando il ruolo e il livello di responsabilità sono simili. Un profilo operativo italiano guadagna mediamente più del collega spagnolo, ma molto meno di chi svolge una funzione comparabile in Germania o nei Paesi Bassi. Salendo verso i ruoli manageriali, la distanza con alcune economie diventa ancora più visibile. Il confronto non dice dove si vive meglio, ma aiuta a capire quanto il sistema produttivo di un Paese riesca a riconoscere e pagare il lavoro.

Stipendi in Europa nel confronto a parità di profilo

La ricerca internazionale di ODM Consulting confronta la retribuzione base annua lorda di cinque fasce professionali: Director, Manager, Expert, Specialist e Operative. Non sono singoli mestieri identici, ma livelli organizzativi resi comparabili tra Paesi. I dati, diffusi nel 2026 e basati sul database della società, collocano l’Italia in una posizione intermedia: davanti alla Spagna e a diverse economie dell’Europa orientale, dietro Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito e Svizzera.

In Italia la retribuzione base media indicata dalla ricerca è di 25.850 euro per una figura operativa, 30.050 per uno Specialist, 41.500 per un Expert, 67.750 per un Manager e 137.140 per un Director. Sono importi lordi annui e non devono essere letti come stipendi netti. Non comprendono inoltre tutte le componenti variabili che possono pesare soprattutto ai livelli più alti.

La posizione italiana tra Spagna e grandi economie

Il confronto con la Spagna è favorevole all’Italia in tutte le fasce considerate. Una figura operativa passa da 20.932 euro in Spagna a 25.850 in Italia; per uno Specialist si va da 24.896 a 30.050; per un Manager da 58.139 a 67.750. La distanza, a seconda del livello, oscilla grosso modo tra il 14% e il 21%.

Con la Francia il margine cambia segno, ma resta relativamente contenuto nei profili più bassi: 27.254 euro per una figura operativa francese contro 25.850 in Italia, poco più del 5% di differenza. Per i Manager, invece, il confronto è tra 76.010 e 67.750 euro, uno scarto di circa il 12%.

La Germania apre un solco più netto. Un profilo operativo raggiunge 39.673 euro, il 53,5% in più del dato italiano; uno Specialist 48.072 euro, quasi il 60% in più; un Expert 64.046 euro, oltre il 54% in più. Per i Director la distanza percentuale si riduce, ma resta consistente: 158.609 euro contro 137.140, circa il 15,7%.

Il divario cambia salendo nella gerarchia

Non esiste una regola unica per tutti i Paesi. Nel confronto con Germania e Paesi Bassi, la penalizzazione italiana è molto forte nelle fasce operative e specialistiche. Rispetto al Regno Unito, invece, lo scarto si allarga ai vertici: 212.762 euro per un Director britannico contro 137.140 in Italia, oltre il 55% in più. La Svizzera è il caso estremo, con 417.174 euro per la stessa fascia dirigenziale, ma è anche l’esempio in cui cambio, prezzi e costo della vita rendono più rischioso un confronto diretto.

Il dato più corretto da ricavare non è che l’Italia sia «ultima in Europa». Non lo è. La lettura dettagliata dei risultati ODM mostra retribuzioni italiane superiori a quelle dell’Europa orientale e della Spagna. Il problema è la distanza dalle economie dell’Europa occidentale con cui l’Italia compete per imprese, investimenti e lavoratori qualificati.

Stipendi in Europa e lavoratori in un ufficio

Stipendi in Europa e lavoratori in un ufficio (Fonte: Wikimedia Commons)

Confrontare gli stipendi richiede più di una conversione

Una cifra lorda in euro non basta a stabilire dove un lavoratore stia meglio. Le imposte sul lavoro, i contributi, i servizi pubblici, il costo degli affitti e i prezzi quotidiani cambiano da Paese a Paese. Per Regno Unito e Svizzera interviene anche il cambio valutario. Per questo il confronto di ODM è utile per osservare il prezzo del lavoro sul mercato, non per calcolare automaticamente il tenore di vita.

Anche la media europea va maneggiata con cura. Secondo Eurostat, nel 2024 lo stipendio annuo medio corretto a tempo pieno nell’Unione europea è stato di 39.800 euro, il 5,2% in più rispetto al 2023. È un indicatore armonizzato e comprende l’intera economia; non coincide con le fasce professionali del database ODM né con la retribuzione annua lorda del solo settore privato usata da JobPricing.

Il vero nodo italiano resta il potere di acquisto

Nel 2025 le retribuzioni contrattuali orarie italiane sono salite del 3,1%, secondo Istat. L’aumento ha superato l’inflazione media dell’anno, ma arriva dopo una perdita molto più profonda. A settembre 2025 il valore reale delle retribuzioni contrattuali era ancora inferiore dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.

Le prospettive OCSE per l’Italia pubblicate nel 2026 descrivono un mercato del lavoro con un tasso di occupazione record, ma ancora lontano dalla media dell’organizzazione e con una ripresa salariale fragile. Avere più occupati è importante; se le retribuzioni non recuperano il costo della vita, però, la crescita del lavoro non si traduce interamente in benessere.

Il problema non è soltanto quanto si guadagna

Il confronto europeo rende visibile una debolezza italiana che non nasce in busta paga. Produttività stagnante, imprese piccole, poca mobilità professionale e una quota limitata di lavori ad alto valore aggiunto restringono lo spazio per aumenti duraturi. Le aziende possono alzare gli stipendi per trattenere le persone, ma senza crescita della produttività questo sforzo resta più difficile da sostenere.

I numeri di ODM non autorizzano quindi la scorciatoia «stesso lavoro, stesso stipendio mancato». Le categorie sono comparabili, non identiche, e ogni Paese ha regole e prezzi diversi. Dicono però qualcosa di chiaro: tra l’Italia e una parte rilevante dell’Europa occidentale esiste una distanza salariale che attraversa quasi tutti i livelli aziendali. Colmarla richiede contratti aggiornati, più trasparenza, ma soprattutto imprese e lavori capaci di produrre più valore. Altrimenti il confronto continuerà a cambiare nelle cifre senza cambiare nella sostanza.

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