L’Italia conta ancora nella politica internazionale?

Vincenzo BarrettaAttualità9 hours ago18 Views

Basi militari, Stati Uniti, NATO, Unione europea e Mediterraneo: gli strumenti che danno peso all’Italia e i limiti che ne frenano l’influenza

Quanto conta davvero l’Italia nella politica internazionale? Mettiamo che un giorno Roma riduca drasticamente la propria disponibilità militare e politica verso gli alleati. A Sigonella molte attività americane nel Mediterraneo diventerebbero più difficili, Aviano perderebbe parte della sua funzione strategica e a Napoli verrebbe meno una parte del sostegno al Paese che ospita uno dei principali comandi operativi della NATO.

C’è da scommetterci che Washington, Bruxelles e la NATO se ne accorgerebbero.

La domanda, allora, non è soltanto se l’Italia conta ancora nella politica internazionale, ma quanto riesca a trasformare la propria importanza strategica in influenza. Perché essere importanti per gli altri e riuscire a influenzarne le decisioni non sono la stessa cosa.

Una potenza media al centro del Mediterraneo

L’Italia non è una superpotenza. Non possiede un arsenale nucleare nazionale, non è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e non dispone della capacità militare globale delle maggiori potenze. Ma appartiene contemporaneamente a G7, G20, NATO e Unione Europea ed è una delle principali economie industriali europee.

Soprattutto, occupa una posizione geografica particolare. Lo Stato Maggiore della Difesa considera il Mediterraneo Allargato un quadrante di primario interesse strategico per l’Italia. Il concetto non comprende soltanto il Mediterraneo, ma si estende a Nord Africa, Sahel, Corno d’Africa, Mar Rosso, Medio Oriente e Golfo Persico.

Da queste aree dipendono rotte commerciali ed energetiche, collegamenti marittimi e infrastrutture sottomarine, la cui protezione è diventata una componente sempre più importante della sicurezza nazionale. Il Mar Rosso ne offre un esempio: una crisi a migliaia di chilometri dall’Italia può ostacolare il traffico attraverso Suez, allungare le rotte delle navi e aumentare tempi e costi del commercio.

Secondo la Marina Militare, oltre 9 mila navi attraversano ogni giorno il Mediterraneo. Con l’operazione Mediterraneo Sicuro, l’area sottoposta a sorveglianza è stata estesa da circa 160 mila a due milioni di chilometri quadrati.

È proprio questo il punto: la sicurezza dell’Italia non finisce dove finiscono le sue acque territoriali.

Perché l’Italia è strategica per gli Stati Uniti

Aviano, Sigonella, Camp Darby e Vicenza raccontano anche il valore geopolitico del territorio italiano.

Aviano è importante per le attività aeree verso Europa orientale, Balcani e Mediterraneo. Sigonella, in Sicilia, occupa una posizione strategica rispetto a Nord Africa e Medio Oriente. Camp Darby, tra Pisa e Livorno, è un importante nodo logistico, mentre Vicenza ospita una rilevante presenza dell’esercito statunitense.

A Napoli si trova inoltre il Joint Force Command Naples. Nel gennaio 2026 il Direttore Generale dell’International Military Staff della NATO, ne ha definito il ruolo «assolutamente cruciale» per la salvaguardia del fianco sud dell’Alleanza.

Secondo l’ANSA, in Italia sono presenti circa 13 mila militari statunitensi. Ma parlare genericamente di “basi americane” è impreciso: le installazioni hanno status e funzioni differenti e il loro utilizzo è disciplinato da accordi internazionali e bilaterali.

Nel 2026 si è visto concretamente che cosa significa.

Naval Air Station Sigonella, in Sicilia.
Fonte: U.S. Navy, Mass Communication / Wikimedia Commons – Public Domain.

Sigonella e i limiti all’utilizzo delle basi

Sempre secondo quanto riportato dall’ANSA, il piano prevedeva l’atterraggio nella base siciliana e la successiva partenza verso il Medio Oriente. Le verifiche delle autorità italiane avrebbero accertato che non si trattava di normali voli logistici e quindi di attività che gli accordi vigenti autorizzavano automaticamente.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto chiarì successivamente alla Camera che rispettare gli accordi sulle basi statunitensi non significa automaticamente essere coinvolti in una guerra. Il Ministero della Difesa precisò poi che l’Italia aveva autorizzato esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto previste dagli accordi vigenti.

Il caso rende evidente un principio: ospitare forze statunitensi non significa concedere a Washington un diritto illimitato di utilizzare il territorio italiano per qualsiasi operazione militare.

Tra Washington e Bruxelles

La politica estera italiana poggia storicamente su due pilastri: Europa e Atlantico. L’Italia è tra i dodici Paesi fondatori della NATO e il rapporto con Washington rimane uno degli assi della sua politica estera.

Ma le tensioni tra Stati Uniti ed Europa rendono questo equilibrio più complesso. Un’analisi dell’Istituto Affari Internazionali del febbraio 2026 descrive proprio il tentativo italiano di mantenere un rapporto privilegiato con Washington e, contemporaneamente, preservare l’unità europea su dossier come Ucraina e difesa.

Per Roma il punto non è necessariamente scegliere tra le due sponde dell’Atlantico. La questione è mantenere il legame con gli Stati Uniti riuscendo nello stesso tempo a incidere sulle decisioni europee.

L’UE, infatti, può moltiplicare le capacità nazionali. Nel febbraio 2026 l’Unione ha autorizzato per l’Italia fino a 14,9 miliardi di euro attraverso SAFE, lo strumento europeo destinato agli investimenti nella sicurezza e nella difesa. Secondo il Consiglio UE, la spesa militare degli Stati membri ha raggiunto 418 miliardi nel 2025 e dovrebbe arrivare a circa 454 miliardi nel 2026.

Lo stesso principio vale nel Mediterraneo. La Commissione Europea ha collegato il Piano Mattei al Global Gateway, creando una convergenza tra alcune priorità italiane verso l’Africa e la più ampia strategia europea.

Per una potenza media è un meccanismo decisivo: trasformare una priorità nazionale in una priorità europea aumenta la scala delle risorse e degli strumenti disponibili.

Più responsabilità nella NATO

Nel febbraio 2026 la NATO ha annunciato una redistribuzione di alcune responsabilità nella propria struttura di comando, che prevede in futuro anche l’assunzione italiana della guida del Joint Force Command Naples.

Ma maggiori responsabilità richiedono maggiori risorse.

Al vertice NATO dell’Aia del giugno 2025, gli Alleati hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del PIL a difesa e sicurezza: almeno il 3,5% alle esigenze militari fondamentali e agli obiettivi di capacità NATO e fino all’1,5% a infrastrutture critiche, reti, resilienza civile, innovazione e industria della difesa.

Per l’Italia sarà un impegno finanziario considerevole. Aumentare responsabilità e capacità di influenza significa anche disporre delle risorse necessarie per sostenerle.

Il peso nelle missioni internazionali

Esistono poi strumenti meno visibili.

Secondo la Rappresentanza permanente italiana alle Nazioni Unite, l’Italia è il maggiore contributore di peacekeeper tra i Paesi occidentali ed è il settimo contributore al bilancio ordinario dell’ONU e a quello delle operazioni di pace.

C’è infine la dimensione industriale. Aerospazio, cantieristica navale, elettronica, radar, satelliti e sistemi militari rappresentano competenze che, in una fase di forte crescita degli investimenti nella difesa, assumono anche un valore strategico.

Essere importanti non significa avere potere

E qui si arriva al nodo centrale. L’Italia dispone di geografia, alleanze, infrastrutture militari, industria, Forze Armate e diplomazia. Ma questi elementi rappresentano soprattutto un potenziale. Non garantiscono automaticamente la capacità di influenzare le decisioni degli altri.

Esiste inoltre un limite economico. Il Fondo monetario internazionale ha rilevato che il PIL reale italiano è cresciuto dello 0,5% nel 2025, mentre il debito pubblico rimane elevato e costituisce una vulnerabilità rispetto agli shock sulla crescita e sui tassi.

La debole crescita italiana rispetto alle altre economie europee rappresenta quindi anche un limite alla capacità di sostenere nel tempo maggiori ambizioni internazionali

Perché la potenza ha un costo. Servono Forze Armate, diplomazia, intelligence, ricerca, infrastrutture, industria e capacità di investimento.

La geografia offre opportunità. Ma non paga il conto.

Dove può contare l’Italia

E allora proviamo a porre la domanda iniziale in maniera differente, non più se l’Italia conta nella politica internazionale ma dove dispone l’Italia degli strumenti per esercitare influenza?

Mediterraneo Allargato, Europa meridionale, Balcani e rapporti con l’Africa sono aree nelle quali convergono interessi italiani di sicurezza, energia, commercio e politica estera. È anche lo spazio nel quale si concentrano alcune delle principali infrastrutture militari presenti nel Paese e molte delle crisi capaci di produrre conseguenze dirette sull’Italia.

Non significa competere sul piano globale con Stati Uniti o Cina. Significa utilizzare gli strumenti di una potenza media, mantenendo il rapporto transatlantico, cercando di incidere sulle scelte europee e concentrando risorse e iniziativa diplomatica sui dossier più direttamente collegati agli interessi nazionali.

È proprio questa la differenza tra essere strategicamente importanti e avere influenza.

La posizione geografica dell’Italia è un dato, trasformarla in una strategia è una scelta unicamente politica.

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