Distretto manifatturiero del Nord: i numeri dietro il progetto

Marco Di NardoEconomia9 hours ago28 Views

Cinque Regioni concentrano quasi il 62% dell’export italiano di beni. La cabina di regia vuole parlare con una voce sola su credito, energia e industria. Ecco che cosa è stato deciso e che cosa resta da dimostrare.

L’idea è semplice da raccontare: se le imprese del Nord affrontano problemi simili, le Regioni possono provare a risolverne almeno una parte insieme. Il peso economico c’è. Nei primi sei mesi del 2026, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno esportato beni per 208,8 miliardi di euro, il 61,9% del totale italiano. È una nostra elaborazione sui dati Istat. Il «distretto manifatturiero unico» di cui parlano le cinque amministrazioni, però, è ancora un progetto da costruire: il valore delle esportazioni, da solo, non misura i risultati della collaborazione.

Quanti beni esportano le cinque Regioni

La geografia dell’export restituisce la dimensione dell’iniziativa. Nel primo semestre del 2026 la Lombardia ha esportato beni per 85,9 miliardi di euro; seguono Emilia-Romagna (43,9), Veneto (41,7), Piemonte (32,8) e Liguria (4,5). La somma dei cinque valori, calcolata sulla tavola regionale dell’Istat, è di 208,775 miliardi, contro 337,230 miliardi per l’Italia. Nello stesso periodo del 2025 le cinque Regioni erano a 200,765 miliardi: la crescita nominale complessiva è di circa il 4%.

Regione Export di beni, gennaio–giugno 2026 Variazione annua
Lombardia 85,9 miliardi € +3,5%
Emilia-Romagna 43,9 miliardi € +3,0%
Veneto 41,7 miliardi € +4,1%
Piemonte 32,8 miliardi € +6,0%
Liguria 4,5 miliardi € +8,3%

Fonte: Istat. Valori arrotondati. Il totale delle cinque Regioni e la quota nazionale sono nostre elaborazioni. Il dato comprende le esportazioni di tutti i beni, non soltanto di prodotti manifatturieri; le variazioni non sono depurate dall’inflazione.

Il dato invita anche alla prudenza. La Lombardia da sola pesa per oltre un quarto dell’export nazionale, mentre la Liguria ha una scala diversa. Una posizione comune può dare più forza alle richieste delle Regioni, ma non rende identiche le loro economie né consente di attribuire a ciascuna gli stessi problemi.

Quanto conta davvero la manifattura

Per capire il radicamento produttivo serve un indicatore diverso dalle esportazioni. Secondo un’elaborazione di Confartigianato su dati Istat del 2022, il valore aggiunto manifatturiero per abitante raggiunge 9.589 euro in Emilia-Romagna, 8.850 in Veneto, 8.287 in Lombardia e 6.921 in Piemonte, contro una media italiana di 5.210 euro. Sono dati strutturali riferiti al 2022, non una misura dell’andamento industriale nel 2026. Nella graduatoria citata non è riportato un valore regionale per la Liguria: attribuirgliene uno per analogia sarebbe scorretto.

Anche all’interno delle Regioni le distanze contano. Nella stessa elaborazione, Modena registra 14.626 euro di valore aggiunto manifatturiero per abitante, Vicenza 13.911 e Reggio Emilia 13.017. Sono numeri che aiutano a capire perché un accordo tra amministrazioni interessi territori già fortemente industrializzati. Non dicono, però, se un nuovo coordinamento farà crescere investimenti o salari: quello andrà misurato dopo.

Addetti alla produzione di abbigliamento in uno stabilimento manifatturiero

Lavoratori in uno stabilimento di abbigliamento (Fonte: Wikimedia)

Che cosa è stato deciso, finora

La Regione Liguria spiega che il 3 settembre, a Torino, i rappresentanti delle cinque Regioni e delle Confindustrie regionali hanno avviato un percorso per istituire un macro distretto. Tra le questioni richiamate figurano costo dell’energia, approvvigionamento delle materie prime e regole europee. L’obiettivo dichiarato è presentare proposte coordinate al Governo e alla Commissione europea. La parola «distretto» descrive dunque, allo stato, un percorso di collaborazione, non un nuovo ente con poteri già definiti o una misura finanziata.

Un primo passo verificabile è arrivato sul credito. Il 7 settembre la Regione Piemonte ha comunicato che la cabina di regia ha chiesto un confronto ai presidenti regionali dell’Associazione bancaria italiana. Sul tavolo, accesso ai prestiti e strumenti di garanzia per investimenti e capitale circolante. È una richiesta di incontro: da quella comunicazione non emerge un accordo bancario già concluso né una nuova linea di finanziamento accessibile alle imprese.

Questo punto è meno scontato di quanto sembri. Nella Regional Bank Lending Survey, la Banca d’Italia rileva che nel secondo semestre del 2025 si è arrestato in tutte le aree del Paese l’aumento della domanda di prestiti delle imprese. L’offerta bancaria è rimasta generalmente prudente. Una risposta credibile dovrà chiarire sia a quali aziende manca credito, sia quali investimenti queste aziende intendano finanziare. Agevolare un prestito senza un progetto produttivo non basterebbe.

Energia, investimenti e regole: le prove da affrontare

La collaborazione tra Regioni potrebbe essere utile dove le singole giunte hanno meno forza negoziale: il confronto su norme europee, politica energetica, filiere e incentivi. Ma i vincoli non scompaiono cambiando la scala della rappresentanza. Il costo dell’energia dipende anche da mercati e decisioni nazionali ed europee; le regole sugli aiuti pubblici non possono essere riscritte da una cabina di regia. Formazione delle competenze e collegamenti tra imprese e ricerca richiedono programmi, risorse e tempi di attuazione.

Per le imprese la domanda è concreta: che cosa cambia in fabbrica, in un ufficio tecnico o nella richiesta di un finanziamento? Una politica comune potrebbe fissare priorità condivise, evitare programmi regionali che si sovrappongono e portare al tavolo nazionale casi specifici. Sarà possibile valutarla soltanto quando emergeranno impegni precisi: chi finanzia ciascuna misura, chi ne beneficia, con quali scadenze e con quali indicatori pubblici.

La prossima tappa annunciata dalla Liguria è il 23 ottobre a Milano, in occasione del World Manufacturing Forum. Sarebbe l’occasione per rispondere almeno a tre domande: il confronto con le banche ha prodotto proposte utilizzabili dalle imprese? Le Regioni presenteranno richieste comuni e quantificate su energia e investimenti? Pubblicheranno una tabella di marcia che permetta di confrontare promesse e risultati?

In un precedente intervento sul Contemporaneo, Sandro Bondi ha spiegato il significato politico della collaborazione fra le cinque Regioni. I numeri mostrano perché il progetto meriti attenzione. Il suo successo, però, si giudicherà con strumenti nuovi e verificabili, non con la sola dimensione di un sistema industriale che esisteva già prima della cabina di regia.

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