Solitudine e salute: l’amicizia allunga la vita?

Vincenzo BarrettaSalute1 month ago195 Views

Solitudine e salute sono legate? Nuovi studi spiegano come l’isolamento e le relazioni sociali incidano sul cervello, sul benessere e sulla longevità.

Ci preoccupiamo di ciò che mangiamo. Contiamo i passi, controlliamo il colesterolo, misuriamo la pressione. Sappiamo che il fumo fa male e che l’attività fisica protegge il cuore. Ma, nella lista delle cose che possono aiutarci a vivere meglio, spesso ne dimentichiamo una: gli altri.

Un amico con cui parlare, una persona da chiamare, una cena insieme, una passeggiata. Qualcuno che si accorga che non stiamo bene.

Sembrano dettagli della vita quotidiana. Eppure, la ricerca scientifica sta mostrando che le relazioni sociali hanno legami profondi con la nostra salute. Proprio nei giorni scorsi è arrivata una nuova conferma.

Solitudine e salute: quando l’isolamento diventa cronico

L’11 settembre 2026, Nature Communications ha pubblicato uno studio sulla solitudine cronica e sulla salute, condotto da Yuteng Ma, Jessica K. Bone, Rosie Mayston e Qian Gao. I ricercatori sono collegati allo University College London, al King’s College London e all’Imperial College London.

Gli studiosi hanno analizzato i dati di 4.090 persone anziane coinvolte nell’English Longitudinal Study of Ageing. Non si sono limitati a chiedere ai partecipanti se si sentissero soli in un determinato momento, ma hanno seguito nel tempo l’evoluzione della loro vita sociale.

Hanno così distinto tra solitudine occasionale, solitudine cronica, isolamento persistente e uscita dall’isolamento. Complessivamente, sono stati valutati 17 indicatori di salute.

Il risultato è eloquente: la solitudine cronica è risultata associata a una peggiore salute generale, a maggiori difficoltà funzionali, a un minore benessere mentale e a comportamenti meno salutari.

C’è, però, anche un dato positivo. Chi riusciva a uscire dall’isolamento mostrava risultati migliori sul piano del benessere mentale e delle capacità cognitive.

Non conta soltanto essere soli, dunque, ma anche quanto a lungo lo si rimane. Ricostruire le relazioni può fare la differenza.

Meno anni vissuti in buona salute

Poche settimane prima, il 20 agosto 2026, un altro studio pubblicato su Nature Communications aveva analizzato i dati di 277.489 adulti della UK Biobank.

Questa volta la domanda era ancora più concreta: solitudine e isolamento sono associati anche al numero di anni che possiamo aspettarci di vivere senza importanti malattie?

I ricercatori hanno preso in considerazione patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, tumori e malattie respiratorie e neurodegenerative. Inoltre, hanno analizzato depressione e ansia.

Solitudine e salute: un gruppo di giovani condivide un momento di amicizia

L’amicizia e le relazioni significative rappresentano una componente importante del benessere personale.

A 50 anni, le donne che presentavano contemporaneamente solitudine e isolamento sociale avevano, in media, 2,4 anni in meno di vita libera dalle principali malattie fisiche considerate. Negli uomini, la differenza era di 1,7 anni.

Per depressione e ansia, il divario saliva a 3,7 anni nelle donne e a 5,8 negli uomini.

Il punto, quindi, non è soltanto vivere più a lungo, ma capire quanti di quegli anni possiamo vivere in buona salute.

La solitudine arriva fino al cervello?

Un terzo studio sul rapporto tra isolamento sociale, solitudine e cervello, pubblicato il 28 aprile 2026 sempre su Nature Communications, ha coinvolto 383.421 persone della UK Biobank.

Il gruppo di ricerca guidato da Yong-Li Zhao ha studiato il rapporto tra isolamento sociale, solitudine e salute cerebrale.

Sono emerse associazioni con 11 disturbi neurologici e psichiatrici. Tra questi figurano depressione, ansia, schizofrenia, disturbi del sonno, demenza, malattia di Alzheimer, malattia di Parkinson e ictus.

I ricercatori sono andati oltre, analizzando anche neuroimmagini, prestazioni cognitive e biomarcatori. Sono così emerse associazioni con differenze in alcune strutture cerebrali, risultati cognitivi peggiori e determinati indicatori infiammatori e biochimici.

Questo non significa che la solitudine “danneggi il cervello” automaticamente. Gli studi non lo affermano. Mostrano, però, qualcosa di importante: la dimensione sociale della nostra vita non riguarda soltanto l’umore, ma è associata anche a differenze misurabili nel funzionamento dell’organismo e del cervello.

Ma associazione non significa causa

È il punto sul quale la scienza invita alla maggiore cautela.

Chi è solo può ammalarsi più facilmente, ma può verificarsi anche il contrario: chi si ammala può progressivamente isolarsi. Una persona depressa, per esempio, può ridurre le proprie relazioni e percepire una maggiore solitudine.

Per distinguere meglio causa ed effetto, il 15 luglio 2026 Darren Hilliard e i suoi colleghi hanno pubblicato un altro studio sulle relazioni tra solitudine, isolamento sociale e salute.

I ricercatori hanno combinato analisi osservazionali, confronti tra fratelli e randomizzazione mendeliana. Quest’ultima è una metodologia che utilizza informazioni genetiche per studiare possibili rapporti causali.

A seconda delle analisi, i campioni comprendevano più di 414 mila persone, mentre i dati genetici utilizzati riguardavano fino a oltre due milioni di individui.

La conclusione è importante proprio perché prudente. Le evidenze di un possibile rapporto causale risultano più robuste per la salute mentale, il benessere e alcuni indicatori di salute generale. Per le singole malattie fisiche, invece, non esistono ancora prove causali altrettanto solide.

Il rapporto, inoltre, può funzionare in entrambe le direzioni. La solitudine può contribuire al peggioramento della salute mentale, ma anche la depressione può aumentare la solitudine.

La scienza, quindi, non dice che essere soli faccia ammalare in ogni circostanza. Dice che il rapporto tra solitudine e salute è abbastanza importante da meritare attenzione.

Per l’OMS è un problema di salute pubblica

La questione è arrivata anche all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel giugno 2025, la Commissione OMS sulla connessione sociale ha pubblicato il rapporto From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies.

La stima è significativa: una persona su sei nel mondo sperimenta la solitudine.

Non si tratta soltanto di benessere psicologico. Secondo l’OMS, la solitudine è associata a circa 871 mila morti ogni anno, più di cento ogni ora.

Nel maggio 2025, inoltre, l’Assemblea Mondiale della Sanità ha approvato la sua prima risoluzione sulla connessione sociale. Il tema è stato così riconosciuto come una priorità di salute pubblica.

È un passaggio culturale importante. La salute non viene più considerata soltanto nelle sue dimensioni fisica e mentale. Anche la capacità di costruire e mantenere relazioni significative entra nel quadro complessivo del nostro benessere.

Dobbiamo cambiare la nostra idea di prevenzione

Quando pensiamo alla prevenzione, immaginiamo un ambulatorio. Pensiamo alle analisi del sangue, alla pressione, all’alimentazione e allo sport.

Tutto giusto. Ma forse dovremmo cominciare a considerare anche una telefonata, una cena insieme, un’associazione frequentata ogni settimana, una partita a carte o una passeggiata con un amico.

Non perché queste attività possano sostituire la medicina, ma perché anche appartenere a una comunità sembra essere parte della nostra salute.

È curioso che alcune delle ricerche scientifiche più avanzate ci stiano riportando verso qualcosa che gli esseri umani conoscono intuitivamente da migliaia di anni: abbiamo bisogno degli altri.

Abbiamo bisogno di essere ascoltati, riconosciuti e cercati. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui ridere e di qualcuno da chiamare quando ridere diventa più difficile.

Forse, allora, dovremmo smettere di considerare l’amicizia soltanto come qualcosa che rende più bella la vita.

Potrebbe essere anche una delle cose che contribuiscono a renderla più lunga.

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