Immigrazione in Italia, oltre gli sbarchi

Vincenzo BarrettaAttualità5 days ago37 Views

Immigrazione in Italia: nei primi otto mesi del 2026 gli sbarchi si sono più che dimezzati, mentre crescono residenti, nuovi cittadini e seconde generazioni.

Quando si parla di immigrazione in Italia, l’attenzione si concentra quasi sempre sugli sbarchi. Eppure, le immagini delle imbarcazioni raccontano soltanto una parte di un fenomeno molto più ampio, che attraversa il lavoro, le scuole, le famiglie e la vita quotidiana delle città.

Mentre gli arrivi via mare diminuiscono, infatti, la popolazione straniera residente nel nostro Paese continua a crescere. Milioni di persone vivono stabilmente in Italia, lavorano, formano famiglie e mandano i propri figli a scuola. Il 31° Rapporto sulle Migrazioni della Fondazione ISMU, presentato a Milano nei primi mesi del 2026, aiuta a osservare questa realtà al di fuori della logica dell’emergenza.

Sbarchi in Italia più che dimezzati

Al 31 agosto 2026 sono sbarcate sulle coste italiane 19.497 persone, contro le 42.693 registrate nello stesso periodo del 2025. Il calo è del 54,3%.

I dati del Ministero dell’Interno mostrano anche la distanza rispetto al 2023, quando gli sbarchi nell’intero anno avevano raggiunto quota 157.651. Nel 2024 erano scesi a 66.617 e nel 2025 a 66.316.

Nello stesso periodo, tuttavia, è aumentato il numero delle persone straniere che vivono stabilmente in Italia.

Secondo gli indicatori demografici dell’Istat, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti erano 5 milioni e 560 mila, 188 mila in più rispetto all’anno precedente. Rappresentavano il 9,4% della popolazione: quasi una persona ogni undici.

I due dati spiegano perché immigrazione e sbarchi non siano sinonimi. Molte persone entrano attraverso canali regolari per motivi di lavoro, studio o ricongiungimento familiare. Altre vivono nel Paese da decenni.

Immigrazione in Italia, una presenza stabile

Il 31° Rapporto ISMU sulle Migrazioni stimava, al 1° gennaio 2025, 5 milioni e 898 mila stranieri presenti in Italia. È il valore più alto registrato in trentun anni di monitoraggio.

La cifra comprendeva 5 milioni e 371 mila residenti, 188 mila persone regolarmente presenti ma non iscritte all’anagrafe e circa 339 mila irregolari. Quest’ultima componente rappresentava meno del 6% del totale.

Il dato ISMU e quello dell’Istat non sono in contrasto. Il primo considera tutte le persone straniere presenti sul territorio e si riferisce al gennaio 2025. Il secondo conta soltanto i residenti e fotografa la situazione un anno dopo.

Entrambi, però, descrivono una presenza diventata strutturale.

La sua importanza emerge anche di fronte alla crisi demografica. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini, mentre i decessi sono stati 652 mila. Nello stesso anno, il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per 296 mila persone e ha quasi compensato la differenza tra nascite e morti.

Immigrazione in Italia, presentazione del 31° Rapporto sulle Migrazioni della Fondazione ISMU

La presentazione del 31° Rapporto sulle Migrazioni della Fondazione ISMU, tenuta il 25 febbraio 2026 a Milano. (Foto di Vincenzo Barretta)

Oltre due milioni di nuovi cittadini italiani

Il radicamento si misura soprattutto attraverso le acquisizioni della cittadinanza.

Secondo il Rapporto ISMU, 2 milioni e 90 mila residenti di origine straniera sono diventati cittadini italiani. Tra il 2015 e il 2024 le acquisizioni sono state 1.663.746. Più di 622 mila hanno riguardato persone con meno di vent’anni, quindi soprattutto giovani arrivati in Italia da piccoli oppure nati e cresciuti nel nostro Paese.

Una volta acquisita la cittadinanza, queste persone non compaiono più nelle statistiche sugli stranieri. Continuano, tuttavia, a rappresentare una parte importante della storia migratoria del Paese.

L’immigrazione, quindi, non è soltanto un flusso in ingresso: è un processo che, nel tempo, modifica la composizione della società italiana.

Questo cambiamento riguarda anche le comunità latino-americane. Al 1° gennaio 2025 vivevano in Italia 116.169 cittadini peruviani e 57.980 ecuadoriani. In entrambe le comunità prevalevano le donne, anche per il ruolo assunto nel lavoro domestico e nell’assistenza alla persona.

Nel tempo, però, sono cresciuti i ricongiungimenti familiari, le attività imprenditoriali e i percorsi di acquisizione della cittadinanza. La scuola mostra chiaramente questo radicamento: gli studenti di origine latino-americana rappresentano circa l’8,5% degli alunni con cittadinanza non italiana.

Scuola e povertà: i divari ancora aperti

Nell’anno scolastico 2023-2024, la Fondazione ISMU ha stimato la presenza di circa 930 mila studenti con cittadinanza non italiana, pari all’11,6% della popolazione scolastica. Vent’anni prima erano poco più di 307 mila.

La crescita numerica, però, non coincide automaticamente con il raggiungimento delle pari opportunità.

Nel 2024 aveva lasciato precocemente gli studi il 23,1% dei giovani stranieri tra i 18 e i 24 anni. Tra i giovani italiani della stessa fascia d’età, la quota era dell’8,5%.

Anche le aspirazioni universitarie mostrano una distanza. Intende proseguire gli studi dopo il diploma il 44,5% degli studenti stranieri, contro il 57,8% degli studenti italiani. Le condizioni economiche delle famiglie incidono notevolmente su queste scelte.

Nel 2024, inoltre, viveva in condizioni di povertà assoluta il 30,4% delle famiglie con almeno un componente straniero, contro il 6,2% delle famiglie composte soltanto da cittadini italiani. La quota raggiungeva il 35,2% nei nuclei formati esclusivamente da persone straniere.

L’immigrazione in Italia non è più soltanto emergenza

I numeri impediscono due letture opposte, ma ugualmente superficiali. L’immigrazione non può essere descritta soltanto come un’emergenza, ma non può neppure essere raccontata come un percorso d’integrazione già concluso.

Gli sbarchi diminuiscono, mentre aumentano i residenti stranieri e le persone che diventano cittadine italiane. Restano, tuttavia, forti divari nel reddito, nella scuola e nelle opportunità.

L’immigrazione deve essere governata attraverso regole e percorsi legali, ma servono anche politiche per il lavoro, la casa, l’istruzione e l’accesso ai servizi. Sono queste scelte a stabilire se una presenza ormai strutturale diventerà vera integrazione oppure marginalità.

I dati mostrano che l’immigrazione in Italia non può più essere letta soltanto attraverso gli sbarchi. È una realtà che incide sulla popolazione, sul lavoro, sulle scuole e sul futuro del Paese.

La questione, quindi, non è più stabilire se questo cambiamento sia in corso, ma capire come governarlo, evitando che una parte della popolazione rimanga in una condizione permanente di marginalità.

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