
La crescita dei centri dati porta investimenti e nuove richieste alla rete. La legge regionale mette al centro il raffreddamento: il consumo d’acqua va verificato impianto per impianto.
Dietro ogni ricerca online, archivio aziendale e servizio di intelligenza artificiale ci sono macchine che lavorano senza interruzione. Producono calore, e quel calore deve essere smaltito. In Lombardia, dove si concentra l’interesse per molti nuovi centri dati, la domanda non è soltanto quanta elettricità servirà. È anche quale acqua verrà usata per raffreddarli, da dove arriverà e quanta ne verrà effettivamente consumata. I progetti possono offrire investimenti e infrastrutture digitali. Per valutarli, però, il territorio ha bisogno di numeri leggibili.
Un data center non è una tecnologia di raffreddamento. Alcuni impianti impiegano soprattutto aria e circuiti chiusi; altri ricorrono anche a sistemi evaporativi. La quantità d’acqua varia in funzione della potenza dei server, del clima, delle scelte progettuali e del funzionamento effettivo durante l’anno. Perciò una cifra presa da un impianto estero non basta a descrivere un progetto nell’area milanese.
Bisogna distinguere almeno tre misure: l’acqua prelevata, quella restituita e quella consumata, per esempio perché evapora. Serve anche sapere se si tratta di acqua potabile, di un’altra risorsa o di acqua recuperata. Un sistema che riutilizza liquidi in circuito può limitare i nuovi prelievi, ma non va descritto automaticamente come «a consumo zero». E ridurre l’uso d’acqua può, a seconda della soluzione scelta, cambiare il fabbisogno elettrico: il bilancio va letto nel suo insieme.
La legge regionale lombarda n. 11 del 3 giugno 2026 indica priorità per l’insediamento dei centri dati. Favorisce il riuso di aree dismesse o sottoutilizzate e il recupero del calore prodotto dal raffreddamento. Sul versante idrico, chiede soluzioni che escludano prelievi da acquedotti pubblici, risorse destinate al consumo potabile, acque superficiali a uso irriguo e corpi idrici tutelati; privilegia efficienza, riciclo e risorse idriche non qualificate. Il testo rinvia inoltre a criteri tecnici della Giunta per precisare parametri e soglie. È una cornice per valutare i progetti, non la prova che tutti gli impianti già esistenti rispettino le stesse caratteristiche.
L’altra faccia della scelta è urbanistica. Un centro dati ha bisogno di spazio, connessioni elettriche, gruppi di continuità e vie d’accesso. Collocarlo in un’area già compromessa può ridurre nuova occupazione di suolo; non cancella, da solo, gli impatti su quartiere e infrastrutture. Gli effetti cumulativi diventano particolarmente importanti dove sono previste più strutture vicine.

Tubazioni e impianto di raffreddamento di un centro dati.
Terna ha registrato al 30 giugno 2025 oltre 300 iniziative di connessione per data center in Italia, per più di 50 gigawatt di potenza richiesta. È un dato sulla pressione dei progetti sulla rete, non sull’energia che i centri dati stanno già consumando. Una richiesta può cambiare, essere ridimensionata o non trasformarsi in un impianto. Lo stesso gestore indica il Nord, e in particolare la Lombardia, come area di forte interesse nelle richieste esaminate nel Piano di sviluppo della rete.
Nell’area milanese il tema è già concreto: Terna ha avviato l’iter di interventi sulla rete per alimentare nuovi data center nel settore nord-occidentale della provincia, con un investimento annunciato di quasi 80 milioni di euro. Anche qui bisogna distinguere l’opera programmata dai consumi effettivi degli impianti futuri. Per l’acqua, il numero utile non è la potenza domandata alla rete: sono i metri cubi annui previsti nei progetti e quelli misurati dopo l’entrata in esercizio.
Per valutare una nuova autorizzazione servono risposte pubbliche a domande abbastanza semplici. Quale sistema di raffreddamento verrà installato? Quanta acqua verrà prelevata nell’anno medio e durante un’estate calda? Da quale fonte? Quanta sarà restituita e in quali condizioni? Esistono alternative tecniche praticabili? E chi controllerà i dati dopo l’apertura?
L’Unione europea ha già previsto una raccolta di indicatori sulle prestazioni energetiche e sull’impronta idrica dei centri dati di dimensioni rilevanti. La Commissione ha inoltre proposto nel settembre 2026 un sistema comune di valutazione per renderne più confrontabili consumi e prestazioni. A livello locale, però, i valori aggregati europei non sostituiscono la documentazione ambientale e idrica di ciascun intervento.
Una verifica giornalistica nell’area milanese dovrebbe partire dagli atti autorizzativi dei singoli progetti e chiedere riscontro a gestori idrici, ARPA Lombardia e progettisti. Finché questi dati non sono disponibili, non è corretto attribuire a un centro dati specifico un consumo ricavato da casi diversi. È invece corretto pretendere che l’informazione sia accessibile: gli investimenti digitali si possono giudicare seriamente soltanto quando il loro costo in energia, acqua e suolo è misurabile insieme ai benefici promessi.






