Cavi sottomarini: l’economia mondiale passa dal mare

Sotto gli oceani corre una rete di cavi sottomarini che collega continenti, banche, imprese e mercati finanziari. È il sistema nervoso dell’economia digitale, ma anche un’infrastruttura vulnerabile. E per l’Italia, al centro del Mediterraneo, rappresenta una grande opportunità.

 

Ogni giorno utilizziamo Internet senza domandarci quale strada percorrano le informazioni. Inviamo un pagamento, acquistiamo un prodotto, partecipiamo a una videoconferenza oppure consultiamo un documento dall’altra parte del mondo. Tutto avviene in pochi istanti e ci sembra immateriale. Eppure, gran parte di queste comunicazioni internazionali viaggia attraverso i cavi sottomarini, una rete nascosta sul fondo degli oceani dalla quale dipende una parte essenziale dell’economia mondiale.

Siamo abituati a immaginare Internet come qualcosa che viaggia nell’aria, tra satelliti e antenne. La realtà è molto diversa. Gran parte delle comunicazioni internazionali passa attraverso migliaia di chilometri di cavi posati sul fondo degli oceani.

Sono i cavi sottomarini in fibra ottica, infrastrutture delle quali si parla raramente, ma dalle quali dipende una parte essenziale dell’economia mondiale.

Secondo la Commissione europea, circa il 99% del traffico Internet intercontinentale attraversa questi collegamenti. Non significa che il 99% di tutte le comunicazioni digitali mondiali passi sotto il mare. Il dato riguarda il traffico tra continenti, ma è sufficiente per comprendere quanto siano importanti.

C’è quindi un paradosso. Abbiamo costruito un’economia sempre più digitale, eppure continuiamo a dipendere da infrastrutture fisiche che possono essere danneggiate da un’ancora, da una rete da pesca o da un movimento del fondale marino.

Cavi sottomarini: una rete lunga milioni di chilometri

Per comprendere la dimensione del fenomeno basta osservare la mappa mondiale dei cavi sottomarini di TeleGeography, una delle principali società di ricerca nel settore delle telecomunicazioni.

La rete collega praticamente tutti i continenti abitati. Attraversa l’Atlantico, il Pacifico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. Alcuni cavi uniscono Paesi vicini, altri percorrono migliaia di chilometri prima di raggiungere la terraferma.

Secondo l’International Cable Protection Committee, nel 2025 la lunghezza complessiva dei cavi sottomarini per telecomunicazioni aveva raggiunto circa 1,7 milioni di chilometri. Per avere un’idea della distanza, basterebbe a coprire più di quattro volte il tragitto tra la Terra e la Luna.

Il loro funzionamento è meno complicato di quanto si possa immaginare. All’interno si trovano sottilissime fibre di vetro attraverso le quali le informazioni viaggiano sotto forma di impulsi luminosi. Apparati collocati lungo il percorso permettono ai segnali di raggiungere destinazioni lontanissime.

I satelliti, naturalmente, svolgono un ruolo importante. Sono indispensabili in molte aree isolate e garantiscono collegamenti dove le reti terrestri non arrivano. Tuttavia, non possono sostituire su larga scala la capacità di trasmissione dei cavi sottomarini, che rimangono più convenienti per trasportare enormi quantità di dati.

Ecco perché, nonostante i progressi delle comunicazioni satellitari, le grandi aziende tecnologiche continuano a investire miliardi nella costruzione di nuove infrastrutture sul fondo del mare.

Perché i cavi sottomarini sostengono l’economia

Proviamo a immaginare un’impresa italiana che acquista componenti in Asia, vende prodotti negli Stati Uniti e gestisce magazzini in diversi Paesi europei.

Per coordinare gli ordini, l’impresa utilizza piattaforme informatiche. I pagamenti passano attraverso il sistema bancario, mentre le spedizioni vengono seguite grazie a dati aggiornati in tempo reale. Intanto, i servizi digitali permettono di mantenere un contatto costante con clienti e fornitori.

Una parte di queste informazioni può attraversare i cavi sottomarini.

Lo stesso accade alle banche, alle compagnie aeree, alle società assicurative e alle imprese che utilizzano servizi cloud. Anche le grandi piattaforme di commercio elettronico dipendono da reti capaci di collegare rapidamente sistemi informatici distribuiti in continenti differenti.

Non tutte le operazioni attraversano necessariamente un oceano. Molti dati rimangono all’interno delle reti nazionali o europee. Ma quando un servizio coinvolge infrastrutture situate in continenti diversi, i collegamenti sottomarini diventano fondamentali.

I cavi non producono direttamente la ricchezza che trasportano. Rendono però possibile una parte delle attività economiche che quella ricchezza generano.

È una distinzione importante. Sarebbe sbagliato attribuire a queste infrastrutture il valore di tutte le transazioni che viaggiano attraverso di esse. Tuttavia, senza collegamenti affidabili, molte attività diventerebbero più lente, costose o difficili da organizzare.

Con la diffusione dell’intelligenza artificiale e dei servizi cloud, inoltre, cresce la necessità di trasferire grandi quantità di informazioni tra centri di elaborazione dati.

La qualità delle connessioni internazionali diventa quindi anche un fattore di competitività. Un Paese ben collegato può risultare più interessante per gli investimenti tecnologici, mentre una rete fragile può rappresentare un limite per le imprese.

Cavi sottomarini: quanto è fragile la rete

Il problema è che questi collegamenti, nonostante la tecnologia avanzata, rimangono vulnerabili.

Secondo l’International Cable Protection Committee, ogni anno si verificano generalmente tra 150 e 200 guasti ai cavi sottomarini. Circa il 70-80% degli incidenti è legato ad attività umane accidentali, soprattutto alla pesca e alle ancore delle imbarcazioni.

Altri danni possono essere provocati da terremoti, frane sottomarine e fenomeni naturali.

Questo dato dovrebbe suggerire maggiore prudenza quando si parla di sabotaggi. Un cavo danneggiato non è necessariamente il risultato di un’azione deliberata. Nella maggior parte dei casi, infatti, le cause sono accidentali.

Ma le conseguenze economiche possono essere importanti anche quando nessuno aveva intenzione di provocarle.

Il caso del Mar Rosso: cosa succede quando un cavo si rompe

Nel settembre 2025, per esempio, il danneggiamento di alcuni cavi nel Mar Rosso ha creato difficoltà alle comunicazioni tra Asia e Medio Oriente. Come riportato da Reuters, Microsoft ha segnalato problemi per alcuni utenti della piattaforma Azure e ha dovuto trasferire parte del traffico su percorsi alternativi.

Internet non si è fermato. Tuttavia, per alcune connessioni sono aumentati i tempi di risposta.

Ed è proprio questo il punto. Quando un cavo si interrompe, i dati possono essere reindirizzati attraverso altri collegamenti. Ma se le rotte alternative sono congestionate, le prestazioni peggiorano.

Per un cittadino può significare una pagina che si apre più lentamente. Per un’azienda può voler dire difficoltà nell’utilizzo di servizi informatici, ritardi operativi o problemi nelle comunicazioni.

Il danno dipende dalla durata dell’interruzione, dalle attività coinvolte e dalla disponibilità di percorsi alternativi. Non esiste, quindi, una cifra universale che permetta di calcolare quanto costi un’ora di guasto.

Nc tech3La nave specializzata Global Sentinel durante un’attività di posa di cavi sottomarini per telecomunicazioni. Fotografia che documenta la realizzazione delle reti digitali oceaniche.

Nave Global Sentinel impegnata nella posa di cavi sottomarini per telecomunicazioni

La Global Sentinel durante la posa di un cavo sottomarino, infrastruttura essenziale per le comunicazioni mondiali. Foto: Nc tech3 – Creative Commons CC BY-SA 4.0

Il Mar Rosso, dove commercio e Internet si incontrano

Esistono zone del pianeta nelle quali si concentra una parte particolarmente importante dei collegamenti internazionali.

Una di queste è il Mar Rosso, attraversato sia dalle rotte commerciali tra Europa e Asia sia da numerosi cavi sottomarini.

Qui si trova Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Un passaggio strategico per le navi mercantili, ma anche per le infrastrutture digitali. Come abbiamo spiegato nel nostro approfondimento sul blocco di Bab el-Mandeb, le tensioni in quest’area possono avere conseguenze dirette anche sull’economia italiana.

L’Istituto Affari Internazionali ha analizzato come le tensioni regionali possano compromettere non soltanto la sicurezza dei cavi, ma anche la possibilità di ripararli.

Una nave specializzata, infatti, non può sempre operare liberamente in un’area interessata da conflitti o minacce alla navigazione. Di conseguenza, un guasto che normalmente potrebbe essere risolto in tempi relativamente contenuti rischia di prolungarsi.

Il problema riguarda anche gli investimenti futuri.

Nel luglio 2026 il Financial Times ha raccontato le difficoltà incontrate da diversi progetti di cavi nell’area mediorientale, con possibili ripercussioni sui programmi di sviluppo dei data center e dell’intelligenza artificiale.

Chi investe centinaia di milioni in un’infrastruttura destinata a funzionare per decenni deve considerare la sicurezza delle rotte, le autorizzazioni necessarie, i costi assicurativi e la possibilità di intervenire rapidamente in caso di guasto.

Quando questi fattori diventano incerti, anche gli investimenti possono rallentare.

È un meccanismo che conosciamo già per il petrolio, il gas e il commercio marittimo. La differenza è che, questa volta, la risorsa strategica non è una materia prima: sono le informazioni.

Cavi sottomarini: il ruolo strategico dell’Italia

In questo scenario l’Italia occupa una posizione geografica interessante.

Il nostro Paese si trova al centro del Mediterraneo, tra Europa, Africa e Medio Oriente. Una collocazione che può favorire lo sviluppo di collegamenti digitali internazionali.

Secondo uno studio pubblicato dall’Istituto per la Competitività, nel maggio 2026 l’Italia contava 34 sistemi di cavi sottomarini, distribuiti soprattutto tra Sicilia, Puglia e Liguria.

Non si tratta soltanto di ospitare infrastrutture. L’Italia possiede anche competenze industriali nella realizzazione di sistemi di cavi, un settore che richiede tecnologie avanzate, ingegneria specializzata e capacità produttive.

Le opportunità, dunque, sono almeno due: diventare un punto di collegamento tra le grandi reti internazionali e rafforzare una filiera industriale ad alto contenuto tecnologico.

Ma la posizione geografica, da sola, non garantisce alcun primato.

Un cavo che arriva sulle coste italiane deve essere collegato a reti terrestri efficienti, centri di elaborazione dati e infrastrutture capaci di distribuire le informazioni verso gli altri mercati europei.

Senza questi investimenti, il rischio è diventare semplicemente un territorio di passaggio.

Un esempio delle opportunità offerte dal Mediterraneo è il progetto Medusa, sostenuto anche dall’Unione europea e dalla Banca europea per gli investimenti. La Commissione europea lo ha presentato come un investimento da 342 milioni di euro per rafforzare i collegamenti digitali tra Europa e Nord Africa.

Per l’Italia la sfida consiste nel trasformare queste infrastrutture in occasioni di sviluppo. Significa attrarre investimenti, creare competenze e favorire la crescita delle imprese che operano nell’economia digitale.

Google, Meta e gli altri giganti investono nei fondali

C’è un altro aspetto che merita attenzione: chi possiede e finanzia i cavi sottomarini?

Per molto tempo queste infrastrutture sono state realizzate soprattutto dalle compagnie di telecomunicazioni, spesso attraverso consorzi internazionali.

Oggi lo scenario è cambiato. Tra i protagonisti troviamo anche Google, Meta, Microsoft e Amazon, aziende che hanno bisogno di collegare enormi centri di elaborazione dati distribuiti nel mondo.

Non si limitano più ad acquistare servizi di trasmissione. Partecipano direttamente al finanziamento e, in alcuni casi, alla proprietà dei collegamenti.

La ragione è semplice: controllare una parte delle infrastrutture significa poter pianificare meglio capacità, costi e prestazioni delle proprie reti.

Per il mercato questa trasformazione presenta vantaggi. I grandi gruppi tecnologici dispongono delle risorse necessarie per finanziare opere costose e accelerare la costruzione di nuovi collegamenti.

Ma solleva anche una questione economica.

Quando poche aziende gestiscono piattaforme digitali, grandi servizi cloud e una quota crescente delle infrastrutture che li collegano, aumenta il loro peso nell’intero sistema.

Questo non significa che controllino tutte le comunicazioni mondiali. La rete è composta da numerosi operatori e infrastrutture differenti. Tuttavia, la concentrazione degli investimenti rende sempre più importante garantire concorrenza e accesso alle reti.

Per i governi europei, quindi, la questione non riguarda soltanto la protezione fisica dei cavi. Riguarda anche l’autonomia tecnologica e la capacità di evitare dipendenze eccessive da pochi operatori.

L’Europa corre ai ripari

L’Unione europea ha iniziato a trattare la sicurezza dei cavi sottomarini come una questione strategica.

Nel febbraio 2025 la Commissione ha presentato un piano d’azione per migliorare la protezione delle infrastrutture. Un anno dopo ha annunciato 347 milioni di euro attraverso il programma Connecting Europe Facility Digital, destinati a interventi strategici per i cavi sottomarini.

La protezione dei collegamenti digitali rientra anche nel più ampio problema della vulnerabilità dell’Italia alla guerra ibrida, che abbiamo analizzato in un precedente approfondimento. Le infrastrutture strategiche, infatti, possono diventare punti sensibili nelle tensioni internazionali.

Come spiegato dalla Commissione europea nel febbraio 2026, una parte delle risorse riguarda anche il rafforzamento delle capacità di riparazione.

È un passaggio importante, perché costruire nuovi collegamenti non basta. Bisogna anche poterli sorvegliare, proteggere e riparare rapidamente.

La sicurezza economica di un Paese dipende infatti dalla continuità dei servizi essenziali. E oggi le comunicazioni digitali rientrano pienamente in questa categoria.

Intanto continuano a crescere gli investimenti.

Secondo le analisi di TeleGeography, il valore dei nuovi sistemi programmati per entrare in servizio tra il 2026 e il 2029 supera i 16 miliardi di dollari.

È una stima relativa ai progetti annunciati, non a opere già completate. Tuttavia, mostra chiaramente la dimensione economica del settore.

Dietro ogni nuovo collegamento ci sono aziende produttrici, ingegneri, navi specializzate, tecnologie e investimenti che possono generare attività industriali e occupazione.

L’economia digitale ha fondamenta molto forti

Siamo abituati a raccontare il progresso tecnologico attraverso ciò che vediamo: smartphone sempre più potenti, applicazioni, intelligenza artificiale e servizi disponibili in pochi secondi.

Raramente ci soffermiamo sulle infrastrutture che rendono possibile tutto questo.

Eppure, dietro una transazione finanziaria internazionale, una videoconferenza o un servizio cloud, possono esserci migliaia di chilometri di fibra ottica adagiata sul fondo del mare.

Un tempo erano soprattutto porti, ferrovie e grandi vie commerciali a determinare la capacità di un Paese di partecipare agli scambi internazionali. Oggi quelle infrastrutture rimangono fondamentali, ma devono convivere con nuove reti che trasportano informazioni anziché merci.

Per l’Italia, investire nei collegamenti del Mediterraneo significa poter rafforzare il proprio ruolo nell’economia digitale. Per l’Europa, proteggerli significa ridurre una vulnerabilità che potrebbe avere conseguenze sulle imprese e sui servizi.

Dovremmo quindi iniziare a considerare i cavi sottomarini con la stessa attenzione che riserviamo agli oleodotti, ai gasdotti e alle grandi rotte commerciali perché l’economia digitale, nonostante il nome, non vive in uno spazio immateriale. Ha bisogno di infrastrutture, manutenzione, investimenti e sicurezza.

È proprio questo l’aspetto più sorprendente: mentre il mondo diventa sempre più digitale, una parte fondamentale del suo futuro continua a dipendere da ciò che abbiamo costruito sul fondo del mare.

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