
Dall’alzabandiera in piazza Duomo alle trincee del Piave e al Milite Ignoto: il 4 novembre ricorda i soldati, le donne e le famiglie che hanno vissuto la Prima guerra mondiale e contribuito alla costruzione dell’Italia.
Il 4 novembre 2026, alle 11:30, Milano ha celebrato la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate. Il Tricolore è salito sul pennone davanti al Duomo, mentre risuonavano le note dell’Inno nazionale e i militari schierati rendevano gli onori.
La storia. Questa è la nostra storia. Quella di chi ha lasciato il lavoro nei campi, un banco di scuola o una famiglia per indossare un’uniforme. La storia di chi ha conosciuto l’Italia lontano da casa, accanto a un compagno del quale faticava a comprendere il dialetto, ma con il quale condivideva la paura e la speranza di tornare.
Guardando quella bandiera, il pensiero va a quei ragazzi. Li ricordiamo come soldati, ma erano anche figli, fratelli, mariti. A casa qualcuno aspettava una lettera, cercava notizie e contava i giorni trascorsi dall’ultima volta che li aveva visti.
Il 4 novembre 1918 terminarono i combattimenti sul fronte italiano della Prima guerra mondiale. Per comprendere il significato di questa ricorrenza bisogna ripartire da quella storia. Anzi, da quelle storie.
L’Italia entrò nella Prima guerra mondiale nel maggio del 1915. Il Regno era nato da poco più di cinquant’anni, mentre Trento e Trieste si trovavano ancora sotto il dominio asburgico.
Per gli interventisti, portarle entro i confini italiani significava completare il Risorgimento. Nelle decisioni del governo pesavano, tuttavia, anche ambizioni territoriali, mentre una parte importante del Paese era contraria alla guerra.
Ai soldati toccò combatterla. Sul fronte dell’Isonzo impararono presto quanto la realtà fosse diversa dalle parole con le quali il conflitto era stato annunciato.
Nelle trincee si dormiva e si mangiava come si poteva, tenendo sempre il fucile vicino. La pioggia portava acqua e fango, i vestiti rimanevano umidi e i parassiti non davano tregua. Poi arrivava l’attesa dell’assalto: uscire dal riparo, attraversare uno spazio battuto dalle mitragliatrici e cercare un varco nel filo spinato.
Chi riusciva a tornare poteva ricevere lo stesso ordine pochi giorni dopo. Le offensive sull’Isonzo si ripeterono, spesso permettendo di conquistare poco terreno a un costo umano enorme. Nei reparti bisognava contare chi mancava e trovare altri uomini per sostituirlo.
Il 24 ottobre 1917 l’attacco austro-tedesco a Caporetto, oggi Kobarid, in Slovenia, travolse il settore difeso dall’esercito italiano.
Il bombardamento colpì le linee difensive e furono impiegati anche i gas. Le truppe avversarie penetrarono nelle valli, aggirarono le posizioni italiane e sorpresero molti soldati alle spalle.
I collegamenti saltarono e a diversi reparti non arrivarono più ordini. La ritirata riversò sulle strade soldati e popolazione civile.
Si fuggiva portando con sé ciò che era possibile trasportare. Bisognava superare i ponti prima che venissero fatti saltare, soccorrere i feriti e decidere rapidamente che cosa abbandonare.
Caporetto è entrata nel linguaggio comune come sinonimo di disfatta. Ma, nella confusione generale, ci fu anche chi continuò a combattere per rallentare l’avanzata nemica e permettere ad altri di mettersi in salvo.
Il generale Luigi Cadorna accusò alcuni reparti di essersi ritirati senza combattere. Molti uomini, però, erano caduti o erano stati fatti prigionieri proprio nelle posizioni che stavano difendendo. Ricordarli significa anche evitare che continuino a pagare gli errori commessi da chi li comandava.
Dopo avere superato il Tagliamento, l’esercito italiano si fermò sul Piave e organizzò la difesa anche sul Monte Grappa. Era necessario bloccare il nemico: in caso contrario, altre città sarebbero state occupate e altre famiglie costrette alla fuga.
Molti soldati erano contadini. Guardando quei campi e le persone in ritirata, pensavano alle proprie case. Combattevano per evitare che la stessa sorte toccasse alle loro famiglie.
Nel novembre del 1917 Armando Diaz sostituì Cadorna. Nei mesi successivi riorganizzò l’esercito e migliorò le condizioni dei militari. In quel momento, però, occorreva resistere con la stanchezza e le perdite della ritirata ancora addosso.
Ad affiancare chi combatteva già da tempo arrivarono i ragazzi del ’99. Avevano diciotto anni, l’età in cui oggi molti studenti preparano l’esame di maturità. Loro dovettero imparare a stare al fronte.
Sul Piave e sul Grappa resistettero anche reparti che avevano vissuto la disfatta di Caporetto. Quegli stessi soldati, accusati di essersi arresi senza combattere, contribuirono a fermare il nemico. Nei mesi successivi l’esercito rafforzò le difese, ricevette il sostegno degli Alleati e si preparò a tornare all’attacco.
A casa, intanto, le donne dovevano occuparsi di tutto. Lavoravano nei campi e nelle fabbriche, crescevano i figli e cercavano di far bastare il denaro. Aspettavano le lettere dal fronte e rispondevano raccontando ciò che accadeva in famiglia.
Negli ospedali, le infermiere curavano feriti e malati. In Carnia, altre donne raggiungevano le postazioni dei soldati con le gerle sulle spalle. Trasportavano cibo, munizioni e materiali lungo i sentieri di montagna, esponendosi al rischio di essere colpite. Erano le portatrici carniche.
Tra loro c’era Maria Plozner Mentil, madre di quattro figli e con il marito al fronte. Nel febbraio del 1916 venne colpita a morte mentre portava rifornimenti ai soldati.
Di queste donne si è parlato poco. Il loro lavoro, però, permise alle famiglie di andare avanti e ai militari di ricevere assistenza, materiali e cure. Anche a loro si deve la resistenza del Paese. Il 4 novembre rappresenta un’occasione per ricordarle insieme agli uomini che combatterono.
Nel giugno del 1918 l’esercito italiano fermò l’offensiva austro-ungarica durante la battaglia del Solstizio. In autunno passò all’attacco con la battaglia di Vittorio Veneto.
Sul Grappa gli scontri continuarono a essere durissimi e si moriva ancora, nonostante la conclusione del conflitto fosse ormai vicina. L’Impero austro-ungarico si stava disgregando e il suo esercito non riusciva più a reggere.
Il 3 novembre venne firmato l’armistizio di Villa Giusti, vicino a Padova. Il giorno successivo, alle 15, cessarono i combattimenti sul fronte italiano. È questa la ragione per cui la ricorrenza cade il 4 novembre. Sul fronte occidentale, invece, la guerra proseguì fino all’11 novembre.
Le truppe italiane entrarono a Trento e sbarcarono a Trieste. Per molti si realizzava un desiderio che risaliva al Risorgimento, ma la vittoria era costata circa 650 mila morti tra i militari italiani.
I sopravvissuti poterono finalmente pensare al ritorno. Molti, però, rientrarono con ferite e malattie destinate a condizionare il resto della loro vita. Altri faticarono a riprendere il lavoro o a raccontare ciò che avevano vissuto. Alle famiglie dei dispersi mancava persino una tomba sulla quale deporre un fiore.
Il 28 ottobre 1921 Maria Bergamas entrò nella basilica di Aquileia. Davanti a lei erano state disposte undici bare uguali contenenti i resti di altrettanti soldati non identificati, recuperati in diverse zone del fronte.
Maria doveva sceglierne una. Sarebbe stata portata a Roma per rappresentare tutti i caduti rimasti senza nome.
Anche suo figlio Antonio era disperso. Suddito austro-ungarico, aveva scelto di combattere per l’Italia ed era morto nel 1916. Il suo corpo era stato sepolto, ma i bombardamenti avevano distrutto il cimitero e reso impossibile ritrovarne la tomba.
Prima di morire le aveva scritto: «Perdonami dell’immenso dolore ch’io ti reco».
Maria passò davanti alle bare. Arrivata alla penultima, si fermò, cadde in ginocchio e abbracciò il feretro. Pianse e chiamò suo figlio: «Antonio!». Fu quella la bara prescelta.
Nessuno conosce l’identità del soldato che contiene, ma nel gesto di Maria poterono riconoscersi tante madri che non avevano più riavuto i propri figli.

I reparti schierati in piazza Duomo a Milano per la cerimonia del 4 novembre 2026. Foto: Vincenzo Barretta – Il Contemporaneo
Il mattino seguente, alle 8 del 29 ottobre, il treno partì da Aquileia. Arrivò a Roma Termini alle 9 del 2 novembre, dopo quattro giorni di viaggio distribuiti su cinque giornate e 120 fermate.
I macchinisti avevano ricevuto l’ordine di procedere molto lentamente, così da consentire alla popolazione di rendere omaggio al feretro.
Lungo i binari si raccolsero persone in ginocchio, donne in lacrime e reduci che salutavano. Al passaggio del convoglio arrivavano fiori e corone. Il treno trasportava un solo soldato, ma ogni famiglia guardava quella bara pensando al proprio figlio, marito o fratello che non era tornato.
Il 4 novembre 1921 il Milite Ignoto venne tumulato al Vittoriano. Da allora, anche chi non conosce il luogo nel quale è sepolto il proprio familiare ha un luogo nel quale ricordarlo. Il VIVE conferma che il viaggio durò cinque giorni, comprese 120 fermate e culminò nella tumulazione all’Altare della Patria.
Nel 1919, un anno dopo la conclusione della guerra, il 4 novembre venne dichiarato festivo. Dal 1922 divenne festa nazionale e la Repubblica lo conservò come giorno dell’Unità nazionale.
Nel 1977 cessò di essere un giorno festivo, ma rimase una ricorrenza dedicata alla memoria dei caduti e al servizio delle Forze armate.
La legge 1° marzo 2024, n. 27 ha riconosciuto ufficialmente il 4 novembre come Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, senza introdurre una nuova festività civile. gazzettaufficiale.it
Nel frattempo l’Italia è cambiata. Ha attraversato il fascismo, una seconda guerra mondiale e la Resistenza. È diventata una Repubblica e ha scelto una Costituzione che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.
Anche il modo di ricordare il 4 novembre è cambiato. Alla memoria della vittoria si accompagna oggi la consapevolezza del suo costo umano. Chi aveva vissuto le guerre conosceva bene quel prezzo. Da quell’esperienza è nata anche la volontà di costruire un’Europa nella quale i Paesi potessero affrontare i contrasti senza mandare un’altra generazione al fronte.
Oggi, sul Carso, sul Grappa e lungo il Piave, possiamo incontrare i discendenti degli uomini che combattevano contro i nostri soldati. Percorriamo gli stessi sentieri, visitiamo i cimiteri e leggiamo i nomi sulle tombe. Poterlo fare insieme è una conquista che merita di essere difesa.
In piazza Duomo, davanti alla bandiera, c’erano i militari di oggi. Donne e uomini ai quali affidiamo compiti difficili e ai quali chiediamo di essere pronti quando serve.
La riconoscenza espressa il 4 novembre dovrebbe accompagnarli anche durante il resto dell’anno: nelle condizioni di lavoro, nella tutela della salute e nell’attenzione riservata alle loro famiglie.
Questa giornata, però, riguarda tutti. L’Italia per la quale tanti sono morti è oggi un Paese nel quale possiamo scegliere chi ci governa, manifestare le nostre idee e contestare il potere. Ci siamo arrivati attraverso una storia dolorosa, segnata anche dalla dittatura e da una seconda guerra mondiale.
Amare il Paese significa, quindi, custodirne la memoria, conoscere le sue conquiste e affrontarne gli errori, senza cancellare le parti più difficili della sua storia.
Non sapremo mai che cosa avrebbero fatto della propria vita i ragazzi rimasti sul Carso, sul Grappa o lungo il Piave. Sappiamo, però, che noi abbiamo ricevuto il tempo che a loro è stato negato. Possiamo studiare, lavorare, crescere i figli e discutere del futuro. A volte finiamo perfino per dimenticare quanto tutto questo sia prezioso.
Il 4 novembre dovrebbe servire a ricordarcelo. Poi spetta a noi decidere che cosa fare dell’Italia che abbiamo ricevuto.






