
PM10, PM2,5, biossido di azoto e ozono: che cosa indicano i bollettini, quali sono i limiti di legge e quanto siamo distanti dai valori raccomandati dall’OMS.
La qualità dell’aria in Italia riguarda direttamente la salute e la vita quotidiana. Traffico, riscaldamento, attività industriali e condizioni meteorologiche possono aumentare la concentrazione degli inquinanti, con possibili conseguenze soprattutto per l’apparato respiratorio e cardiovascolare.
I bollettini diffusi dalle agenzie ambientali permettono di conoscere la situazione del proprio territorio. Per interpretarli correttamente, però, bisogna distinguere l’indice generale dai valori dei singoli inquinanti e, soprattutto, non confondere i limiti previsti dalla legge con le raccomandazioni sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Le reti regionali di monitoraggio sono composte da centraline collocate in aree urbane, industriali, suburbane e rurali. Le stazioni misurano la concentrazione di diversi inquinanti, tra i quali PM10, PM2,5, biossido di azoto e ozono troposferico.
Il PM10 comprende particelle con un diametro aerodinamico non superiore a 10 micrometri. Può derivare dal traffico, dagli impianti di riscaldamento, da alcune attività industriali e agricole, ma anche da sorgenti naturali.
Il PM2,5 è formato da particelle ancora più piccole, con diametro non superiore a 2,5 micrometri. La sua capacità di penetrare in profondità nell’apparato respiratorio lo rende particolarmente rilevante dal punto di vista sanitario. Non deve però essere confuso con le particelle ultrafini, che hanno generalmente dimensioni inferiori a 0,1 micrometri.
Il biossido di azoto (NO₂) è un gas irritante prodotto dai processi di combustione. Nei centri urbani è collegato soprattutto al traffico stradale, ma può provenire anche da impianti industriali e sistemi di riscaldamento.
L’ozono troposferico (O₃), invece, non viene emesso direttamente. Si forma attraverso reazioni chimiche tra altri inquinanti in presenza della luce solare. Per questo motivo tende a raggiungere le concentrazioni più elevate durante le giornate calde e soleggiate.
Le concentrazioni degli inquinanti vengono generalmente espresse in microgrammi per metro cubo d’aria, indicati con il simbolo µg/m³. Il numero, però, non può essere interpretato senza considerare il periodo al quale si riferisce.
Un bollettino può riportare:
Una media oraria non può essere confrontata direttamente con un limite annuale. Per valutare correttamente il dato occorre quindi controllare sia la concentrazione sia l’intervallo temporale utilizzato.
Un’altra informazione frequente è il numero dei giorni nei quali è stato superato un determinato limite. Per il PM10, per esempio, la normativa applicata ai dati del 2024 stabilisce un valore giornaliero di 50 µg/m³, da non superare per più di 35 giorni nell’arco dell’anno.
Molti bollettini presentano un indice sintetico della qualità dell’aria, spesso indicato con la sigla IQA. Attraverso colori e categorie descrittive, l’indice permette al cittadino di comprendere rapidamente se la situazione sia buona, accettabile o critica.
Non esiste, però, un unico sistema adottato nello stesso modo in tutte le regioni italiane. Possono cambiare:
Per questo motivo bisogna consultare sempre la legenda pubblicata dall’ARPA regionale. Un colore utilizzato in una regione potrebbe non avere esattamente lo stesso significato in un’altra.
L’indice generale, inoltre, non sostituisce la lettura dei singoli dati. Una classe complessiva apparentemente accettabile può nascondere una concentrazione elevata di uno specifico inquinante. È quindi consigliabile verificare almeno PM10, PM2,5, NO₂ e ozono.
Uno degli aspetti più importanti è la differenza tra limiti normativi e valori raccomandati dall’OMS.
Le linee guida pubblicate dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2021 non sono direttamente vincolanti. Indicano livelli elaborati sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, con l’obiettivo di ridurre i rischi per la salute.
I limiti stabiliti dall’Unione europea hanno invece valore giuridico e devono essere recepiti e applicati dagli Stati membri. Possono essere meno severi rispetto alle raccomandazioni sanitarie dell’OMS.
Per il PM2,5, per esempio, il valore medio annuo raccomandato dall’OMS è pari a 5 µg/m³. Il limite europeo applicato ai dati del 2024 è di 25 µg/m³, mentre la nuova disciplina prevede un valore di 10 µg/m³ dal 2030.
La direttiva europea 2024/2881 introduce limiti più rigorosi e avvicina progressivamente la normativa europea alle indicazioni dell’OMS. Non realizza, però, una piena coincidenza tra le due serie di valori.
Il rispetto del limite legale non significa quindi automaticamente che la concentrazione dell’inquinante corrisponda al livello raccomandato dall’OMS per proteggere la salute.
In Italia la qualità dell’aria mostra un lento miglioramento, ma le criticità non sono scomparse e non sono distribuite nello stesso modo sul territorio.
Secondo il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nel 2024 il valore limite annuale del PM2,5 è stato rispettato in tutte le stazioni di monitoraggio. Il limite annuale del PM10 è stato rispettato quasi ovunque, mentre quello giornaliero è stato rispettato nell’82% delle stazioni.
In 94 stazioni, concentrate soprattutto nel bacino padano e in alcune aree urbane del Centro-Sud, il PM10 ha superato il valore giornaliero per più dei 35 giorni consentiti.
L’ozono continua a rappresentare una delle principali criticità estive. Nel 2024, l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute è stato rispettato soltanto nel 16% delle stazioni dotate di una copertura temporale sufficiente. I dati mostrano quindi un quadro in miglioramento per alcuni inquinanti, ma ancora problematico per il PM10 giornaliero e per l’ozono. Inoltre, rispettare gli attuali limiti europei non equivale necessariamente a raggiungere i valori più severi raccomandati dall’OMS.
Conoscere la qualità dell’aria permette di organizzare meglio alcune attività quotidiane, soprattutto quando le concentrazioni degli inquinanti sono elevate.
Le persone con patologie respiratorie o cardiovascolari, gli anziani e i bambini possono essere maggiormente vulnerabili. Durante gli episodi più critici, le autorità sanitarie e ambientali possono consigliare di:
Non esiste una raccomandazione universale valida in ogni situazione. Le decisioni devono tenere conto dell’inquinante presente, della durata dell’episodio e delle condizioni personali.
Saper leggere i bollettini è utile, ma non può sostituire gli interventi necessari per ridurre le emissioni. Servono politiche coordinate per la mobilità sostenibile, l’efficienza energetica degli edifici, il riscaldamento, l’industria e l’agricoltura.
La nuova direttiva europea impone un percorso più ambizioso verso il 2030 e prevede un progressivo avvicinamento agli standard sanitari internazionali. Raggiungere questi obiettivi sarà particolarmente impegnativo nelle aree caratterizzate da traffico intenso, elevata densità abitativa e condizioni meteorologiche sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti.
I bollettini aiutano i cittadini a comprendere ciò che respirano. La vera sfida, però, rimane fare in modo che un numero sempre maggiore di giornate non richieda alcun avvertimento.






