Aumenti di stipendio ai giovani: la detassazione funziona?

Sara MacaroEconomia5 hours ago47 Views

Una tassazione ridotta sugli incrementi salariali potrebbe rafforzare il reddito degli under 35. L’efficacia della misura dipenderà però dagli aumenti concessi dalle imprese, dai lavoratori coinvolti e dalle risorse disponibili.

Lavorando nell’ambito delle risorse umane, mi capita spesso di spiegare la differenza tra un aumento lordo e ciò che arriva effettivamente in busta paga. Tra imposte e contributi, infatti, il beneficio netto percepito dal lavoratore è inferiore alla cifra indicata dall’azienda.

La proposta di una detassazione degli aumenti di stipendio per i giovani punta a ridurre questo divario. Ma per capire se possa funzionare bisogna rispondere ad alcune domande: quali aumenti verrebbero agevolati? Quali lavoratori potrebbero beneficiarne? E, soprattutto, la misura incoraggerebbe davvero le aziende ad aumentare le retribuzioni?

Detassazione degli aumenti di stipendio: la proposta

Nel confronto sulla legge di Bilancio 2027 è emersa l’ipotesi di applicare una tassazione agevolata agli aumenti di stipendio riconosciuti ai giovani con meno di 35 anni.

Secondo quanto riportato da RaiNews, la proposta prevede una tassazione al 5% sugli incrementi salariali per i primi cinque anni. Al momento, però, si tratta ancora di un’ipotesi inserita nel dibattito sulla manovra.

Non sono ancora stati definiti alcuni aspetti fondamentali:

  • la soglia esatta di età;
  • gli eventuali limiti di reddito;
  • la durata effettiva dell’agevolazione;
  • gli aumenti salariali ammessi;
  • l’applicazione ai soli dipendenti privati o anche al settore pubblico;
  • le risorse necessarie per finanziare la misura.

È quindi prematuro calcolare il beneficio reale in busta paga. Le condizioni definitive potranno essere valutate soltanto quando sarà disponibile un testo normativo.

Detassazione e no tax area non sono la stessa cosa

La tassazione agevolata degli aumenti non deve essere confusa con la no tax area per gli under 35, altra proposta entrata nel confronto politico sulla legge di Bilancio.

Nel primo caso, il beneficio riguarderebbe soltanto la parte di stipendio derivante da un aumento. La retribuzione già percepita continuerebbe a essere tassata secondo le regole ordinarie.

La no tax area, invece, innalzerebbe la fascia di reddito sulla quale non si paga l’IRPEF. Potrebbe quindi coinvolgere una platea diversa e comportare un costo più elevato per lo Stato.

Sono due strumenti distinti. La detassazione premierebbe chi riceve un incremento salariale, mentre l’ampliamento della no tax area potrebbe interessare anche chi non ha ottenuto alcun aumento.

Il precedente degli aumenti contrattuali del 2026

La legge di Bilancio 2026 ha già introdotto un’agevolazione simile, anche se non collegata all’età del lavoratore.

La misura prevede un’imposta sostitutiva del 5% sugli incrementi retributivi corrisposti nel 2026 in applicazione dei rinnovi dei contratti collettivi sottoscritti tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2026.

Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’agevolazione si applica ai dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno percepito un reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro.

Il precedente aiuta a comprendere il possibile funzionamento dell’intervento, ma non permette di attribuire automaticamente le stesse regole alla proposta per il 2027.

Sarà necessario stabilire se la nuova agevolazione riguarderà:

  • gli aumenti derivanti dai rinnovi collettivi;
  • gli incrementi individuali concessi dalle aziende;
  • le promozioni e i passaggi di livello;
  • tutte queste categorie oppure soltanto alcune.
Banconote in euro che rappresentano l’aumento netto dello stipendio

Banconote in euro che rappresentano l’aumento netto dello stipendio (Fonte: Wikipedia)

Quanto potrebbe valere la detassazione

Per comprenderne il possibile effetto si può utilizzare un esempio puramente indicativo.

Immaginiamo un incremento dell’imponibile fiscale pari a 1.000 euro annui. Con un’imposta sostitutiva del 5%, il prelievo fiscale sull’aumento sarebbe pari a 50 euro.

Applicando, soltanto a titolo di confronto, un’aliquota IRPEF marginale del 23%, l’imposta ammonterebbe invece a 230 euro, senza considerare addizionali, detrazioni e altre componenti della busta paga.

La differenza teorica sarebbe quindi di 180 euro all’anno. Il vantaggio effettivo potrebbe però cambiare sensibilmente in base al reddito del lavoratore, alle detrazioni spettanti e alle modalità previste dalla futura norma.

La proposta, inoltre, sembra riguardare la componente fiscale. Non bisogna quindi presumere che comporti anche una riduzione dei contributi previdenziali.

Perché la proposta potrebbe funzionare

Una tassazione ridotta renderebbe più evidente il valore dell’aumento in busta paga. Il dipendente conserverebbe una quota maggiore dell’incremento ricevuto, con un possibile beneficio sul potere d’acquisto.

La misura potrebbe inoltre aiutare le aziende a rendere più attrattive le proprie politiche retributive. In un mercato nel quale molte imprese faticano a trattenere lavoratori giovani e qualificati, un aumento fiscalmente agevolato potrebbe essere percepito come più conveniente.

Potrebbero emergere almeno tre effetti positivi:

  • una maggiore disponibilità economica per i giovani;
  • una migliore capacità delle aziende di trattenere le competenze;
  • un incentivo a riconoscere formalmente gli aumenti salariali.

La detassazione potrebbe contribuire anche a ridurre il ricorso a benefit temporanei quando un incremento stabile della retribuzione risulta più utile al lavoratore.

I limiti della detassazione per gli under 35

Il primo limite è evidente: la misura aiuterebbe soltanto chi riceve realmente un aumento. Un giovane con uno stipendio fermo non avrebbe alcun vantaggio, così come potrebbero rimanere esclusi disoccupati, lavoratori autonomi e persone con rapporti particolarmente precari.

La riduzione delle imposte a carico del dipendente, inoltre, non diminuisce automaticamente il costo sostenuto dall’impresa. L’azienda dovrebbe comunque decidere di concedere l’aumento e trovare le risorse necessarie.

Un altro problema riguarda le differenze tra lavoratori. Due dipendenti con mansioni e retribuzioni simili potrebbero ricevere un netto diverso soltanto perché uno ha meno di 35 anni. Sarà quindi necessario definire con attenzione la platea e la durata del beneficio.

Bisognerà anche evitare comportamenti opportunistici, come la trasformazione artificiale di altre componenti della retribuzione in aumenti agevolati. Serviranno regole semplici, ma anche controlli adeguati.

Infine, resta la questione della scadenza. Se la tassazione ridotta durasse cinque anni, al termine del periodo il lavoratore potrebbe ritrovarsi con un aumento del prelievo fiscale, pur mantenendo la stessa retribuzione lorda.

La detassazione può sostenere i salari, ma non sostituirli

La proposta può funzionare se riuscirà a rendere più consistenti gli aumenti netti senza creare procedure troppo complesse. Potrebbe offrire un aiuto concreto ai giovani che hanno già ottenuto un incremento salariale e contribuire a rendere più attrattive alcune opportunità professionali.

Da sola, però, non può risolvere il problema delle retribuzioni giovanili. Se le imprese non concedono aumenti, non esiste alcuna somma sulla quale applicare la tassazione agevolata.

Per migliorare realmente il reddito degli under 35 servono anche rinnovi contrattuali, crescita della produttività, formazione e lavori più stabili. La detassazione può amplificare il valore di un aumento, ma non può sostituire l’aumento stesso.

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