
Nel 2024 nuove superfici artificiali per 834 ettari. I ripristini riducono il saldo, mentre resta il problema di dove e come costruire.
Il consumo di suolo in Lombardia si misura in ettari, ma riguarda decisioni che ricadono sulla vita quotidiana: dove costruire, quali aree recuperare e quanto spazio lasciare alle funzioni naturali del terreno. Il rapporto ISPRA-SNPA 2025 registra 834 ettari di nuove superfici artificiali nel 2024 nella regione; per leggere correttamente il fenomeno bisogna però distinguere questa trasformazione dal saldo netto e dalla copertura accumulata nel tempo.
La sintesi ufficiale del rapporto ISPRA-SNPA 2025 indica che il suolo consumato occupa il 12,22% del territorio lombardo, la quota più alta tra le regioni italiane. È lo stock: comprende le superfici artificiali rilevate fino al 2024, non soltanto quelle realizzate durante quell’anno. Il confronto nazionale è con il 7,17% del territorio italiano.
Gli 834 ettari rappresentano invece il nuovo consumo annuale lordo. A fronte di 66 ettari di ripristini, il saldo netto è di 768 ettari, pari a 7,68 chilometri quadrati: conversione delle unità riportate nella tabella regionale. Lombardia ed Emilia-Romagna non hanno quindi lo stesso primato: la prima ha la maggiore incidenza della copertura artificiale, la seconda registra nel 2024 il più alto nuovo consumo lordo, con 1.013 ettari.
Il suolo non è soltanto una superficie disponibile per gli edifici. Come spiega ISPRA nella pagina dedicata ai servizi ecosistemici e al consumo di suolo, contribuisce alla produzione alimentare, alla regolazione dell’acqua, allo stoccaggio del carbonio e alla conservazione degli habitat. L’impermeabilizzazione limita queste funzioni; il recupero delle condizioni originarie richiede interventi complessi e tempi lunghi.
Questo non autorizza ad attribuire una singola alluvione a un determinato edificio. Per valutare un rischio locale occorrono dati sulle piogge, sulla rete di drenaggio e sulle caratteristiche del bacino. Indica però perché un progetto debba essere giudicato anche per la superficie che sigilla e per la gestione delle acque, oltre che per il suo valore economico. Sono costi e benefici diversi, da rendere visibili prima di scegliere.
La percentuale lombarda riunisce territori molto differenti. Una media non descrive da sola il rapporto tra aree edificate e spazi aperti in ciascun comune. Per passare dal dato regionale a un luogo preciso sono disponibili le banche dati ISPRA sul consumo di suolo, con indicatori regionali, provinciali e comunali.
La lettura locale deve confrontare lo stesso anno e la stessa misura. Una provincia estesa può perdere più ettari di una piccola e mantenere un’incidenza percentuale inferiore; un comune già densamente costruito può registrare un incremento modesto, ma disporre di poco terreno libero. Per una valutazione utile servono entrambe le informazioni, insieme alla localizzazione delle trasformazioni.
Nemmeno la categoria di consumo permette, da sola, di attribuire ogni ettaro a capannoni, strade, logistica o data center. Per identificare le attività responsabili di una trasformazione bisogna incrociare cartografia, progetti e atti autorizzativi. Il richiamo a investimenti molto visibili può aiutare a porre una domanda, ma non sostituisce questa verifica.

Edifici dismessi dell’ex cartiera Vita Mayer a Cairate (Fonte: Wikimedia )
Una fabbrica inutilizzata può essere un’alternativa a una nuova edificazione su terreno agricolo, ma il riuso non è privo di costi. Prima di definirlo conveniente occorre conoscere le condizioni del sito, eventuali necessità di bonifica, la compatibilità della nuova funzione e i collegamenti disponibili. Anche demolire e ricostruire dentro un’area urbanizzata può cambiare traffico, drenaggio e domanda di servizi.
Il confronto dovrebbe esplicitare le alternative: quanta superficie libera richiede una nuova localizzazione, quanto costa recuperare quella esistente, chi finanzia gli interventi e quali benefici rimangono alla comunità. È una domanda che riguarda anche la tenuta dei piccoli comuni lombardi: attrarre un’attività e conservare qualità territoriale sono obiettivi da valutare insieme.
Il Piano territoriale regionale vigente, approvato nel novembre 2025, è entrato in vigore il 28 gennaio 2026. La pagina istituzionale segnala anche un adeguamento approvato nell’aprile 2026. La documentazione regionale colloca la riduzione del consumo di suolo tra i temi della pianificazione. L’esistenza di un piano, tuttavia, non dimostra da sola che la trasformazione fisica del territorio si sia arrestata.
Per verificarne gli effetti bisogna seguire gli indicatori negli anni successivi, distinguendo le previsioni urbanistiche dalle aree effettivamente trasformate. La domanda da porre a ogni nuova operazione è concreta: quale esigenza soddisfa, quali alternative sono state esaminate e quale terreno viene perso o recuperato? I numeri ISPRA offrono una base comune per questo confronto, evitando che sviluppo e tutela restino parole prive di una misura.






