
L’intelligenza artificiale può aiutarci a conoscere, ma anche permetterci di sembrare competenti senza comprendere davvero. Il problema non è la tecnologia: è ciò che scegliamo di delegarle.
Una volta, per fingersi intelligenti, bisognava almeno studiare qualcosa. Oggi basta un chatbot: scrive il discorso, presta la cultura e confeziona perfino l’autorevolezza. Poi qualcuno pone una domanda e arriva il momento della verità: l’intelligenza artificiale ha fatto il proprio lavoro, ma noi abbiamo capito quello che ci ha fatto dire?
Il rapporto tra intelligenza artificiale e ignoranza merita qualche riflessione. Prima di indignarvi, provate a chiedere a ChatGPT se questa affermazione sia troppo severa. Risponderà con grande cortesia e, con un po’ di fortuna, si complimenterà anche per la profondità della domanda.
Il che, a pensarci bene, è già parte del problema.
Un tempo, quando non sapevamo qualcosa, avevamo tre possibilità: studiare, chiedere a qualcuno più preparato oppure tacere. Quest’ultima era una soluzione ingiustamente sottovalutata, ma garantiva sempre risultati eccellenti, sia per chi ascoltava sia per chi taceva.
Oggi esiste una quarta possibilità: chiedere all’intelligenza artificiale di parlare al posto nostro.
Possiamo così discutere di geopolitica senza conoscere la geografia, spiegare l’economia senza aver mai letto un bilancio e commentare una sentenza senza comprenderne il contenuto. Il tutto con una proprietà di linguaggio che, fino a pochi anni fa, avrebbe richiesto almeno una discreta preparazione.
Abbiamo inventato uno strumento capace di dare una forma elegante anche ai pensieri che non abbiamo avuto.
Non si tratta, però, di mettere sotto processo l’intelligenza artificiale. Sarebbe come accusare una calcolatrice di averci fatto dimenticare le tabelline. La calcolatrice funziona benissimo. Il problema nasce quando il risultato è sbagliato e chi la usa, invece di verificarlo, si complimenta con la macchina per la precisione del calcolo.
Ho assistito recentemente a una seduta di un piccolo Consiglio comunale, uno di quelli nei quali si discutono problemi molto concreti. Eppure, ascoltando alcuni interventi, sembrava di trovarsi a un vertice internazionale. Mancavano soltanto le cuffie per la traduzione simultanea. Che, a pensarci bene, sarebbero state utili.
I discorsi erano solenni, levigati e ricchi di formule ricorrenti: sostenibilità, visione strategica, ottimizzazione delle risorse, centralità del cittadino. Quest’ultima è una formula meravigliosa: funziona anche quando il cittadino si trova al centro degli aumenti.
Non è possibile sapere se quei testi fossero stati prodotti o rielaborati da un sistema di intelligenza artificiale. Tuttavia, il contrasto tra la precisione delle parole lette e la difficoltà nel rispondere alle domande successive offriva un’immagine significativa del problema.
Finché si trattava di leggere, tutto procedeva perfettamente. Le difficoltà sono iniziate quando qualcuno ha posto domande precise e ha chiesto di chiarire alcune delle affermazioni appena pronunciate.
Che crudeltà inaudita: pretendere che una persona sappia spiegare quello che ha appena detto.
Alle richieste di approfondimento sono seguite risposte evasive e formule generiche. La scena mostrava perfettamente il rischio di delegare a uno strumento non soltanto la forma del discorso, ma anche il suo contenuto.
Un chatbot può confezionare un intervento da premio Nobel. Chi lo legge, però, dovrebbe dimostrare di averne compreso almeno il titolo.
Il problema non riguarda soltanto la politica o la comunicazione pubblica. È presente anche nella scuola.
Uno studio pubblicato su PNAS ha coinvolto quasi mille studenti impegnati in esercizi di matematica. Durante le esercitazioni, le prestazioni sono migliorate del 48% tra coloro che potevano utilizzare liberamente un chatbot e del 127% tra gli studenti affiancati da un tutor basato sull’intelligenza artificiale e progettato per guidare il ragionamento.
Poi i ricercatori hanno tolto l’assistenza digitale. In una successiva prova, gli studenti che avevano utilizzato liberamente il chatbot hanno ottenuto risultati inferiori del 17% rispetto al gruppo che aveva studiato senza IA. Nel gruppo seguito dal tutor dotato di protezioni pedagogiche, invece, non è emersa una penalizzazione significativa.
La differenza è decisiva: uno strumento può limitarsi a fornire la risposta oppure può aiutare lo studente a costruirla.
Anche l’OECD Digital Education Outlook 2026 sottolinea che completare correttamente un compito con l’aiuto dell’IA non significa necessariamente avere imparato. Quando la tecnologia viene utilizzata senza una finalità pedagogica, può migliorare il risultato immediato senza produrre un vero apprendimento.
Pensiamo allo studente che chiede a un chatbot un tema sulla Rivoluzione francese completo di riflessione personale. Il computer scrive, il ragazzo consegna, il professore legge e il genitore si commuove. Tutti soddisfatti, tranne forse Robespierre, che avrebbe qualcosa da ridire sulla nuova rivoluzione del copia e incolla.
Immaginiamo di chiedere a un chatbot una spiegazione giuridica. Il sistema cita una legge, richiama una sentenza, costruisce un ragionamento apparentemente impeccabile e conclude con l’autorevolezza di un professore universitario.
La sentenza citata, però, potrebbe non esistere.
Il National Institute of Standards and Technology definisce questo fenomeno confabulation: la produzione di contenuti falsi o errati, presentati in modo plausibile e convincente. È ciò che comunemente viene chiamato “allucinazione” dell’intelligenza artificiale.
Il sistema non mente intenzionalmente. Genera una risposta sulla base di modelli statistici e può produrre informazioni inesatte mantenendo lo stesso tono sicuro utilizzato per quelle corrette.
Se conosciamo la materia, possiamo accorgerci dell’errore e controllare le fonti. Se non ne sappiamo nulla, invece, potremmo considerare quella risposta un capolavoro e magari citarla in pubblico.
Ecco il paradosso: per verificare se l’intelligenza artificiale abbia ragione, dobbiamo possedere proprio quelle conoscenze che speravamo di non dover acquisire.
Una bella seccatura, bisogna ammetterlo, soprattutto per chi sperava di diventare competente senza affrontare il fastidioso inconveniente di imparare qualcosa.

L’intelligenza artificiale offre risposte in pochi secondi. Acquisire le conoscenze necessarie per verificarle richiede ancora studio – Foto: Tima Miroshnichenko.
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La tentazione di delegare il ragionamento non riguarda soltanto gli studenti. Oggi possiamo chiedere all’IA di scrivere e-mail, riassumere riunioni, preparare relazioni e formulare persino le nostre scuse per un appuntamento dimenticato.
Con un po’ di organizzazione, potremmo far dialogare direttamente due intelligenze artificiali: una scrive l’e-mail, l’altra la riassume, mentre noi ci dedichiamo finalmente alle cose importanti, come controllare se siano arrivate altre e-mail.
Una ricerca di Microsoft Research e Carnegie Mellon University ha coinvolto 319 lavoratori della conoscenza e raccolto 936 esempi di utilizzo dell’IA generativa.
Lo studio ha rilevato un’associazione tra una maggiore fiducia nell’intelligenza artificiale e un minore esercizio dichiarato del pensiero critico. Al contrario, chi mostrava maggiore fiducia nelle proprie competenze tendeva a verificare e ragionare di più.
La ricerca non dimostra che l’IA renda automaticamente pigri o meno intelligenti. Suggerisce, però, che affidarsi eccessivamente allo strumento può accompagnarsi a una minore attività di controllo.
Del resto, se abbiamo chiesto alla macchina di lavorare al posto nostro, potrebbe sembrarci quasi scortese verificare quello che ha fatto. Ma una risposta non diventa affidabile soltanto perché appare su uno schermo, e la fiducia non può sostituire la competenza.
Il rapporto tra intelligenza artificiale e ignoranza non si risolve vietando la tecnologia.
L’IA può aiutare chi studia, sostenere chi lavora, rendere più accessibili le informazioni e semplificare attività che un tempo richiedevano molto più tempo. Il problema nasce quando la comodità di ottenere una risposta sostituisce la capacità di comprenderla.
Non dobbiamo insegnare soltanto come interrogare un chatbot, ma anche come verificare le sue risposte. Servono conoscenza, metodo, curiosità e pensiero critico. Tutte attività che presentano un inconveniente ormai quasi intollerabile: richiedono tempo.
La tecnologia dovrebbe affiancare la capacità umana di comprendere, valutare e decidere, non sostituirla. Delegare a una macchina calcoli, ricerche e attività ripetitive può essere progresso. Delegarle anche il dubbio, il giudizio e la responsabilità è tutt’altra cosa.
Forse il rischio più grande non è che l’intelligenza artificiale diventi troppo intelligente, ma che noi smettiamo di esercitare la nostra.
Sarebbe un paradosso straordinario: dopo secoli trascorsi a costruire scuole, università e biblioteche per rendere il sapere accessibile, potremmo utilizzare una delle più grandi innovazioni della storia per risparmiarci la fatica di imparare.
Non sarebbe colpa della tecnologia. Sarebbe una nostra scelta.
L’intelligenza artificiale dovrebbe aiutarci a ragionare meglio, non offrirci una scusa per smettere di farlo. Il pericolo non è una macchina che sa tutto, ma una persona che, grazie alla macchina, si convince di sapere tutto.
Abbiamo inventato uno strumento straordinario per combattere l’ignoranza. Sarebbe amaramente comico finire per utilizzarlo per darle una laurea. Con tanto di bibliografia, naturalmente. Che nessuno si è preso la briga di leggere.






