
Difficoltà di realizzare nuovi impianti e progetti in stallo, entrate minori, competitività in calo e crisi del sistema.
Stadi in gran parte di proprietà pubblica. Pochi gli impianti in possesso dei club di serie A. Lentezze burocratiche, difficoltà per le società di sfruttare entrate extra e una quasi totale assenza di prospettive, nonostante la possibilità di procedere ad ammodernamenti con l’Europeo in Italia nel 2032. E’ questo il quadro che si presenta per chi volesse investire nel mondo del calcio e, più in generale, nello sport nel nostro Paese.
La Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario è chiara. L’Organismo chiamato a vigilare sulla sostenibilità dei club professionistici italiani non fa sconti. Fotografa il ritardo infrastrutturale del calcio italiano: l’82% degli impianti è di proprietà pubblica e il confronto con l’Europa resta impietoso.
In Italia secondo i report ufficiali della FIGC tra il 2007 e il 2024 sono stati inaugurati solo sei nuovi impianti, o ricostruiti da zero: l’Allianz Stadium della Juventus, il Bluenergy Stadium dell’Udinese, il Benito Stirpe di Frosinone, la New Balance Arena di Bergamo per l’Atalanta, lo stadio Druso di Bolzano per il Sud Tirol e l’AlbinoLeffe stadium di Zanica, in provincia di Bergamo. A questi va aggiunto il Mapei Stadium di Reggio Emilia per il Sassuolo, acquistato all’asta fallimentare nel dicembre 2013 dall’imprenditore Giorgio Squinzi per 3,75 milioni di euro. Invece sono 226 gli impianti inaugurati nel resto d’Europa, per investimenti complessivi pari a circa 22 miliardi di euro.
I progetti di nuovi stadi in Italia procedono fra difficoltà, lentezze e varie fasi di intervento. A Milano, con il nuovo stadio Inter e Milan puntano a un impianto adiacente all’attuale; a Roma, lo Stadio a Pietralata prevede l’inizio dei cantieri tra il 2027, con l’ipotesi di riqualificazione dello stadio Olimpico, così come la Lazio lavora al progetto per la rinascita del ‘Flaminio’ come stadio di proprietà.
Lavori già partiti a Firenze, all’Artemio Franchi e Venezia col ‘Bosco dello Sport’ complesso polifunzionale anche per altri sport.
Progetti di restyling e ammodernamento, con stanziamenti già individuati allo stadio ‘San Nicola’ di Bari, al ‘Diego Armando Maradona’ di Napoli, al ‘Renzo Barbera’ di Palermo, al ‘Renato Dall’Ara’ di Bologna, all’ ‘Unipol Domus’ di Cagliari, al ‘Nuovo Bentegodi’ di Verona. Analoghe iniziative per l’ ‘Arechi’ di Salerno, il ‘Luigi Ferraris’ di Genova e il ‘Via del Mare’ di Lecce.
Gli stadi stanno cambiando funzione. Secondo una ricerca di Eurispes e sulla base dei dati relativi alla stagione 2023/24, l’8,36% del totale dei ricavi in Italia dei club – ad esempio, l’Inter al 14,8%, il Milan al 15,1% e la Juventus al 14,6% – provengono dalla media delle entrate derivanti dallo stadio. Invece per le trenta società europee più importanti il dato si attesta al 18%, numeri lontani dal 40% fatto registrare dalle leghe americane, come la NBA (National Basketball Association), la NFL (National Football League) e la MLB (Major League Baseball).
Le ‘arene’, come ora vengono ribattezzate, non sono più solo il luogo in cui assistere periodicamente alle partite, ma si stanno trasformando in ambiti capaci di produrre flussi di cassa in base a strutture e servizi. Come musei dedicati alla squadra, business centers, palestre, piscine, ristoranti, alberghi, vendita dei diritti collegati al nome dello stadio, sky boxes e organizzazione di eventi. Da qui la necessità per il sistema italiano di investire per ammodernare o ricostruire stadi che sono stati concepiti con una concezione completamente diversa. In Europa, i top club sfruttano i nuovi stadi, come ad esempio il Real Madrid che col nuovo ‘Santiago Bernabéu’ porta a casa 248 milioni annui.

stadio Santiago Bernabeu fonte: Pexels
Il calcio italiano vive un periodo di forte ritardo strutturale, ma anche economico e di competitività, rispetto ai principali campionati europei, certificato da recenti studi e dai risultati della Nazionale, esclusa per la terza volta consecutiva dai Mondiali, come nell’ultima edizione del 2026.
Le ragioni sono molteplici. Strutture obsolete, considerato che l’età media degli stadi in Italia è di circa 70 anni, il doppio rispetto a Inghilterra o Germania, con un modello basato ancora su infrastrutture pubbliche anziché su asset industriali moderni.
Secondo gli ultimi dati disponibili, cioè la stagione 2024/25, anche l’analisi economica e finanziaria vede i debiti in crescita e ricavi stabili, se non in calo. L’esposizione complessivi dei club professionistici – serie A, B e C – sale a circa 5,5 miliardi di euro, con una copertura dei ricavi scesa dal 97% all’83%.
A questo, sommando la crisi dei giovani e dei vivai (vedi il minutaggio concesso ai calciatori under 21 e formati nei vivai del proprio club, l’alta percentuale di giocatori stranieri e una minore valorizzazione dei talenti nazionali), il minor ritmo e velocità di gioco (secondo sempre i dati CIES il pallone in Italia si muove più lentamente) e l’eccesso di interruzioni (con la serie A è uno dei campionati con più falli fischiati e una media di tempo effettivo di soli 53 minuti a partita, numero più basso rispetto agli altri campionati), determinano uno spettacolo non eccelso.
Un quadro non esaltante, forse preoccupante. Si sposano le lentezze burocratiche con i progetti di nuovi stadi che rimangono bloccati da anni tra varianti urbanistiche, vincoli paesaggistici e ricorsi amministrativi. In più distanze economiche, con minori ricavi, fra assenza di stadi di proprietà e lavori in corso, che impediscono ai club di essere competitivi con le compagini europee o mondiali. E non ultime prospettive ancora nebulose, nonostante ‘Euro 2032’; sono stati presentati dossier per circa 5,8 miliardi di euro di investimenti, di cui circa l’80% a carico di capitali privati, legati allo sblocco dei cantieri, ma con poche certezze.
Verrebbe da dire, una sorta di ‘partita decisiva’ per gli stadi italiani che entra in una fase cruciale. Speriamo con un risultato finale, speriamo positivo, potrebbe determinare anche il futuro del calcio e di tutto lo sport italiano.






