
Angelo Di Gregorio, direttore del CRIET, spiega quali servizi, investimenti e attività economiche possono riportare vita nei piccoli comuni.
Una casa ristrutturata non basta a far rinascere un paese. Per riportare residenti, lavoro e servizi nei borghi italiani occorre capire quali territori possano attrarre nuovi abitanti, quali infrastrutture siano indispensabili e quale economia possa durare oltre la stagione turistica. Ne parliamo con Angelo Di Gregorio, direttore del CRIET – Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, partendo da una domanda: quali interventi possono produrre effetti concreti e duraturi?
Professore, è realistico pensare di ripopolare tutti i piccoli comuni italiani?
Per affrontare concretamente il tema del ripopolamento dei borghi è necessario abbandonare una visione romantica, ispirata a ritmi di vita più consoni ai cicli naturali e relazioni sociali più semplici, e iniziare a riflettere su due elementi determinanti: situazione (e struttura demografica) dell’Italia e dinamiche economiche, nazionali e globali.
In questo scenario sembra davvero poco realistico riuscire a ripopolare i circa 5.500 piccoli comuni del territorio, né tanto meno è pensabile di tentare di attrarre nuovi cittadini facendo leva esclusivamente sulla dotazione di risorse naturali dei territori. Se la popolazione invecchia, occorrono servizi, in primis sanitari e assistenziali, ma non solo. Quale offerta propongono i borghi in tale direzione?
In questo contesto, la sfida dei piccoli centri non è solo una questione di “bellezza”, ma di sostenibilità sistemica, ovvero economica e sociale. Non è realistico, né probabilmente auspicabile, pensare di ripopolare tutti i piccoli comuni italiani. Probabilmente per i borghi di cintura (secondo la definizione della Strategia Nazionale per le Aree Interne, 2019), vicini ai poli urbani, è possibile, benché non semplice, pensare ad uno sviluppo come aree residenziali sostenibili, mentre per i borghi periferici o, soprattutto, ultra-periferici, il destino potrebbe non essere il ripopolamento abitativo classico, ma una transizione verso il rewilding (rinaturalizzazione), o verso funzioni specializzate (ricerca scientifica, presidio ambientale), purché si tratti di aree ad alta marginalità.
Tuttavia, senza una rifondazione totale dei servizi tutto questo rimane nel libro dei sogni.
Come si può capire dove investire e quali condizioni servono perché un progetto duri?
A mio avviso gli elementi fondamentali sono essenzialmente due: la stima del capitale sociale residuo attivo e l’impatto sistemico dell’investimento.
Il primo elemento riguarda la capacità di stimare effettivamente se è presente sul territorio un tessuto sociale pronto a gestire i progetti di riqualificazione (territoriale, economica e socioculturale); quando le iniziative sono calate, per non dire imposte, dall’alto, sono destinate a produrre, nel migliore dei casi, effetti di breve periodo, ma sono votate all’insuccesso nel medio periodo.
Il secondo elemento, invece, riguarda la capacità amministrativa di gestire fondi complessi (come quelli stanziati con il PNRR), sostenendo, oltre alla riqualificazione urbana, anche lo sviluppo di microimprese sul territorio, per fare sì che l’investimento, una volta esauriti i fondi, si sostenga nel tempo. Il tutto senza tralasciare sicurezza del territorio e tutela della biodiversità e dell’identità locale.
Criteri basilari sono senz’altro la sostenibilità economica dell’investimento, l’impatto demografico, la governance locale, la connettività digitale (oggi nuova “viabilità”, senza la quale è impensabile poter impiantare qualsiasi iniziativa).
Quanto serve recuperare gli edifici se mancano sanità, scuole e collegamenti?
Come già accennato in precedenza, parlando dello sviluppo dei borghi legato al turismo, focalizzarsi sulla mera riqualificazione degli edifici, ad esempio con gli incentivi per l’uso abitativo, senza la creazione di una rete di servizi di prossimità, è un vero e proprio errore strategico. Case ristrutturate, senza scuole raggiungibili nei dintorni, o senza una telemedicina efficiente, senza trasporti pubblici effettivamente funzionanti (tutti servizi fondamentali per consentire a nuovi potenziali cittadini di vivere in un territorio, e che, oltretutto, si traducono in posti di lavoro, quindi occupazione interna), crea solo gusci vuoti. Non mancano esempi di centri storici perfettamente restaurati a seguito di eventi sismici (ad esempio in Irpinia o in Friuli-Venezia Giulia), e consegnati ad una fruizione turistica meramente giornaliera e limitata, perché nel frattempo le attività economiche, per sopravvivere, si sono dovute trasferire altrove, e quindi anche la popolazione. Questo non significa, sia ben chiaro, che l’esito debba essere l’abbandono, ma deve cambiare la logica di intervento.
Riqualificazione, o recupero urbano, devono andare di pari passo con un serio piano di sviluppo del tessuto culturale (scuole), sociale (assistenza) ed economico (attività, microimprese, cooperative), cercando prima i fondi (pubblici e privati) necessari, e con tempistiche certe!

Angelo Di Gregorio, direttore scientifico del CRIET dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Un costo della casa più basso può convincere una famiglia a trasferirsi?
Il tema centrale rimane sempre quello dei servizi, che vanno di pari passo con la qualità della vita che può offrire un borgo come elemento principale di attrazione.
Sulla questione del costo della vita, se è parzialmente vero che alcuni costi (come il prezzo di acquisto di un’abitazione) possono essere contenuti (con le eccezioni del mercato delle seconde case in alcune aree, che innesca invece il fenomeno contrario), bisogna considerare i costi occulti, che talvolta addirittura possono annullare questi vantaggi: maggior peso economico e di oneri connessi del trasporto privato, per sopperire alla carenza di trasporto pubblico, maggiore tempo per gli spostamenti, necessità di organizzare privatamente una rete di socialità per l’assistenza. Si tratta quindi, di una questione economica, ma anche dei cosiddetti costi psicologici, che devono essere trasformati da vincolo ad opportunità.
Cosa servirebbe, quindi?
Ad esempio, tra gli altri elementi già citati in precedenza e su cui non mi ripeto, è necessario puntare sul welfare di comunità (come servizi per l’infanzia o per la terza età in condivisione) in modo da rendere la scala ridotta del borgo un vantaggio e non un limite. Questo è un modo, ancora una volta, per incentivare l’occupazione stabile, favorire la socialità e l’integrazione, migliorare la qualità della vita dei residenti, storici e di nuovo insediamento, e rendere anche economicamente vantaggiosa questa scelta di vita per una giovane famiglia, o per quei nuclei composti da persone con età più avanzata, in salute, ma che devono avere la serenità di poter contare su una rete efficiente di servizi culturali, assistenziali, sociali.
Qual è il rischio di un rilancio fondato soprattutto sul turismo?
C’è un concreto rischio di “museificazione” dei borghi (Torelli, G., 2021, La salvaguardia delle attività tradizionali nei c.d. “locali storici”, in Minus). Uno sviluppo locale basato solo sul business delle seconde case genera quella che viene definita un’economia estrattiva, fenomeno in cui aumentano i prezzi delle abitazioni, espellendo i residenti locali. I servizi, però, si concentrano nei periodi di maggiore frequentazione e chiudono nei mesi in cui non vi sono flussi turistici (ad esempio in inverno nei borghi basati sul turismo balneare o in autunno nei borghi vocati al turismo di montagna). All’economia estrattiva deve, invece, opporsi l’insediamento di attività di fruizione quotidiana (in primis, servizi alla persona e alle imprese), che generano una residenzialità permanente. Un esempio emblematico, ma non unico, è il borgo di Civita di Bagnoregio (Lazio), conosciuto in tutto il mondo come la “Città che muore”, che presenta flussi turistici importanti (centinaia di migliaia di visitatori), ma con poco più di una decina di residenti stabili. Il borgo è un museo a cielo aperto, ma non è più una comunità sociale. Il turismo produce, quindi, un beneficio economico principalmente di breve periodo, orientato al consumo e non all’insediamento.
Che cosa pensa delle iniziative delle case a un euro?
Non è mia abitudine esprimermi su temi di cui non studio e misuro direttamente l’efficacia; posso solo riferire, da osservatore diciamo “critico” nell’accezione più costruttiva del termine, che le misure del tipo “case a 1 euro”, senza un piano industriale dietro, sembrano non sposare una visione di concreto rilancio territoriale. Attirano titoli di giornale, certamente, e investimenti, spesso da parte di turisti stranieri, che acquistano, ristrutturano l’immobile, e lo abitano 15 giorni all’anno. La ricaduta economica diventa di breve respiro (spese di ristrutturazione e poco altro), non giustificando lo sviluppo di servizi e attività stabili, né tanto meno l’incremento dei residenti.
Dovrebbero essere studiati, insieme ad un serio piano di creazione/ampliamento di infrastrutture fisiche, sociali e digitali, incentivi fiscali strutturali per chi avvia un’attività economica o una microimpresa, o implementa iniziative in forma cooperativa, e fissa la propria residenza nel borgo in pianta stabile. Anche qui, attenzione, gli incentivi, senza sviluppo infrastrutturale in senso ampio, rischiano di diventare solo l’ennesimo spreco di risorse pubbliche.
Si può parlare di rinascita senza un’economia locale che crei occupazione?
Ovviamente la risposta alla domanda è fermamente “no, non è possibile, anzi impensabile immaginare una rinascita dei borghi senza la ricostruzione dell’economia locale!”.
La rinascita non può che passare per lo sviluppo economico, che alimenta quello sociale e culturale, creando un circolo virtuoso. Bisogna sostenere, però, non uno sviluppo economico per così dire estraneo al territorio, con l’inserimento di attività non in grado di armonizzarsi con una filiera già in qualche modo presente, se pur non adeguatamente sviluppata, sul territorio, ma partire dalla vocazione di un’area e declinarla in chiave tecnologica, 4.0. Si pensi all’agricoltura di precisione, alla gestione sostenibile dei boschi, all’artigianato digitale che può fornire nuova linfa all’artigianato locale.
Quale contributo possono dare le università e la ricerca?
Il mondo dell’università e della formazione in genere ha un ruolo determinante nel creare un legame fortissimo con il territorio, immettendo nuova linfa ad alto valore aggiunto.
Ad esempio, l’Università di Scienze Gastronomiche (UNISG), situata a Pollenzo (frazione di Bra, Cuneo), è stata fondata nel 2004 dall’associazione internazionale Slow Food, in collaborazione con le regioni Piemonte ed Emilia-Romagna. Si tratta della prima università al mondo interamente dedicata allo studio del cibo e della cultura gastronomica con dignità accademica. La presenza di studenti, ricercatori e docenti internazionali ha trasformato un borgo rurale in un centro di eccellenza economica e formativa, generando un indotto che va ben oltre il turismo.
Questa ed altre best practices possono rappresentare un modello per piani di sviluppo in grado di tenere insieme cultura, economia e socialità di un territorio nel lungo periodo.
Con il calo demografico, da dove possono arrivare nuovi residenti?
Certo non è possibile ipotizzare un gioco a somma zero, spostando la popolazione dalle città ai borghi. È evidente che bisogna attrarre nuovi cittadini dall’estero. Le strade sono due, da immaginare come complementari e non autoescludenti.
Da un lato di deve lavorare per cercare di attrarre lavoratori ad alto reddito, che scelgono di vivere in un borgo per la qualità della vita. Questi soggetti necessitano, come più volte ribadito, di servizi, anche di elevato profilo, e di iniziative di integrazione sociale per non restare “ospiti” a vita. Si veda a tal proposito tutto il dibattito sui nomadi digitali.
Dall’altro, poi, va gestita l’immigrazione regolare; anche qui, non mancano esempi positivi di inserimento di famiglie straniere in borghi, consentendo di mantenere aperte molte scuole. Nei piccoli centri dell’entroterra grossetano, come Prata, Boccheggiano, Monterotondo, ecc., la quota di studenti stranieri supera ampiamente la metà della popolazione scolastica, garantendo la sopravvivenza degli istituti. Analogamente, le scuole elementari delle valli in Trentino sopravvivono grazie alla frequenza ai figli dei lavoratori stranieri. In Calabria in molti piccoli comuni l’istruzione primaria è rimasta in vita grazie all’accoglienza e all’integrazione di nuclei familiari stranieri, attraverso il sistema di accoglienza diffusa, che ha consentito anche di riattivare antiche botteghe artigiane di ceramica e tessitura, integrando i nuovi nuclei familiari con la popolazione residente rimasta. Esempi simili si hanno anche in Piemonte, in Campania, in Sicilia.
Guardando ai prossimi anni, quali modelli di sviluppo immagina?
La risposta è complessa e gli studi di management insegnano che ogni buona pianificazione strategica non va oltre i 5 anni. Le posso quindi, fornire solo una visione, che vedo svilupparsi sotto forma di polarizzazione, ricollegandoci anche al discorso del ruolo delle università.
Possiamo immaginare, e auspicare, lo sviluppo di borghi hub, che coniugano vocazione locale e innovazione, diventando nodi di reti regionali più estese; altri borghi, invece, sposeranno il modello della rinaturalizzazione ecologica e dell’economia alternativa basata sulla coesistenza (la natura e la fauna riconquistano i propri spazi, in maniera controllata, e si favorisce un indotto – di accoglienza e servizi – legato all’escursionismo, agli appassionati di ecologia, ai ricercatori).
Per contrastare lo spopolamento dobbiamo accettare modelli ibridi in grado di mettere insieme, o preferire alternativamente, tecnologia, vocazione locale, multiculturalità, ma soprattutto essere consapevoli che lo “sviluppo strutturale” richiede filiere locali più forti, capitale umano adeguato, investimenti infrastrutturali e politiche che bilancino crescita economica e resilienza sociale. Diversamente, si rischia, qualsiasi sia la portata dell’intervento, di generare benefici concentrati e temporanei, lasciando intatte le fragilità demografiche ed economiche dell’area.
Dalle risposte di Di Gregorio emerge un criterio trasversale: il recupero degli immobili e l’attrattività turistica, da soli, non garantiscono una comunità stabile. La prospettiva cambia a seconda dei territori, ma richiede una combinazione di servizi quotidiani, attività economiche radicate, capacità amministrativa e infrastrutture. Il punto non è replicare un modello identico in ogni borgo: è verificare quali condizioni rendano possibile abitarlo e lavorarci nel lungo periodo.






