
La nomina di Fatima Ezzahra El-Mansouri a premier non è una conquista femminista, ma un’abile operazione di realpolitik monarchica per blindare i cantieri del 2030.
La nomina di Fatima Ezzahra El-Mansouri a capo dell’esecutivo marocchino viene celebrata dai media internazionali come una svolta epocale per i diritti civili e l’emancipazione femminile nel mondo arabo. Ma dietro la retorica del primato di genere si cela una mossa calcolata dal Palazzo per gestire i grandi investimenti futuri e neutralizzare l’opposizione conservatrice.
Per comprendere la portata di questa transizione politica in Marocco, occorre guardare oltre la superficie della cronaca istituzionale e analizzare i reali rapporti di forza che gravitano attorno alla monarchia. Il declino del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), la formazione di stampo islamista che ha guidato il governo dal 2011 al 2021, non rappresenta una vittoria spontanea o una rivoluzione democratica della società civile. Si tratta piuttosto di un logorio politico pilotato e gestito dall’alto, direttamente dal Makhzen, il centro nevralgico del potere reale a Rabat.
Durante il decennio di guida governativa, il PJD ha progressivamente perso consenso, schiacciato dalle difficoltà economiche del Paese, dalle pressioni sociali e da una linea fortemente conservatrice sui costumi, sul diritto di famiglia e sui rapporti tra i sessi. Quando questa retorica tradizionalista ha iniziato a costituire un freno oggettivo per le ambizioni economiche e per l’immagine internazionale del regno, la monarchia ha operato una sostituzione strategica, lasciando che l’elettorato punisse l’esecutivo uscente alle urne.
A ben vedere, il logorio del PJD non fu soltanto una sanzione elettorale, ma l’epilogo di un esperimento di ingegneria istituzionale. La monarchia aveva tollerato e legittimato la vittoria degli islamisti moderati sulla scia delle primavere arabe del 2011, usandoli come parafulmine per assorbire il malcontento sociale ed economico. Tuttavia, quando la gestione amministrativa si è scontrata con l’esigenza inderogabile di accelerare la transizione economica verso standard globali, la retorica moralizzatrice e conservatrice del partito ha iniziato a pesare come un’ipoteca inaccettabile. Il ritorno a una guida centrista, laica e marcatamente tecnocratica segna la chiusura di parentesi politica ritenuta ormai superata dalle priorità del regno.
Affidare l’esecutivo a Fatima Ezzahra El-Mansouri, esponente di spicco del Partito Autenticità e Modernità (PAM) — formazione liberal-centrista, laica e progressista —, dimostra come l’alternanza in Marocco sia consentita solo all’interno di un perimetro rigidamente sorvegliato dalla corona. La parità di genere non è il trofeo conquistato da un movimento femminista indipendente contro il potere costituito, ma viene convertita in una sofisticata tecnologia di governo. La modernità istituzionale diventa così lo strumento con cui la monarchia neutralizza gli avversari religiosi senza perdere il controllo delle leve strategiche dello Stato.
La scadenza del 2030 costituisce il vero motore di questa trasformazione accelerata. La co-organizzazione della Coppa del Mondo FIFA insieme a Spagna e Portogallo impone al Marocco un piano di investimenti e grandi opere dal valore di decine di miliardi di dollari. Un’ondata di trasformazioni strutturali che spazia dal potenziamento della rete ferroviaria ad alta velocità alle infrastrutture turistiche, aeroportuali e digitali, ridisegnando il volto delle principali metropoli del regno.

Scorcio della capitale Rabat, il centro nevralgico da cui la monarchia pianifica le strategie istituzionali e amministrative del Paese. (Fonte: Wikipedia)
In questo scenario, la scelta di una figura come El-Mansouri risponde a una precisa logica funzionale ed economica. Avvocata di formazione, già sindaca di Marrakech per due mandati e ministra con deleghe complesse all’urbanistica e alla pianificazione territoriale, El-Mansouri possiede un profilo marcatamente manageriale.
Il Marocco non necessita in questa fase di un leader politico incline a lunghi dibattiti parlamentari o a compromessi ideologici logoranti, ma di una direttrice operativa capace di guidare la macchina amministrativa senza intoppi. La nuova premier assume nei fatti i tratti di una amministratrice delegata della “Marocco SpA”, incaricata di gestire la transizione economica ed edilizia in vista della vetrina globale.
Non si tratta di una semplice pianificazione ordinaria, ma di un piano colossale che mobilita oltre 50 miliardi di dirham (circa 5 miliardi di euro) solo per la modernizzazione e l’ampliamento degli stadi e delle reti di trasporto primarie, a cui si sommano investimenti strutturali stimati complessivamente in decine di miliardi di dollari. L’espansione della linea ad alta velocità (Al Boraq) verso Marrakech e Agadir, il raddoppio della capacità degli aeroporti di Casablanca e Rabat e la riqualificazione urbana integrale delle sei città ospitanti richiedono un coordinamento logistico ferreo. In questo quadro, affidare l’esecutivo a una figura con un solido background nella gestione urbana significa rimuovere preventivamente ogni collo di bottiglia burocratico.
La mossa di re Mohammed VI produce un cortocircuito politico particolarmente favorevole nei rapporti con le cancellerie occidentali. Presentarsi sulla scena internazionale con una donna alla guida del governo consente a Rabat di blindare le proprie alleanze strategiche con l’Unione Europea e gli Stati Uniti, offrendosi come l’isola felice, stabile e “progressista” del Mediterraneo meridionale.
Questo modello di sviluppo autoritario ma efficiente agisce come uno schermo protettivo efficace. Da un lato rassicura i mercati e i partner internazionali; dall’altro distoglie l’attenzione dalle persistenti critiche sul fronte dei diritti umani, del controllo ferreo della libertà di stampa e della complessa gestione della questione del Sahara Occidentale.
A questo si aggiunge la perfetta sintonia con i dossier chiave della sicurezza euro-mediterranea. Per Bruxelles e Madrid, un Marocco blindato, politicamente stabile e guidato da un esecutivo efficiente rappresenta l’interlocutore ideale sul fronte del controllo dei flussi migratori, della cooperazione antiterrorismo e delle forniture energetiche e industriali. La monarchia sfrutta questa asse di ferro con l’Occidente per blindare la propria sovranità diplomatica, barattando la propria affidabilità geopolitica con un tacito ma ferreo lasciapassare internazionale sulle questioni interne più controverse.
La lezione che emerge dalla nomina di El-Mansouri è netta: nei calcoli della monarchia marocchina, la modernizzazione infrastrutturale, la disciplina amministrativa e la proiezione globale possono correre molto più veloci della democrazia parlamentare. Per il Marocco del 2030, la priorità è presentarsi al mondo come una potenza affidabile e moderna. E se per farlo la corona deve mettere una donna al vertice del governo, il Makhzen dimostra ancora una volta di saper usare la modernità come l’arma più lungimirante di tutte.






