
Parlamento europeo e parità di genereDal lavoro alla maternità, dagli stipendi ai vertici delle imprese: l’Italia ha fatto passi avanti, ma i numeri mostrano quanto sia ancora profonda la distanza tra uguaglianza formale e parità reale.
Centosettantuno anni. Parlare di parità di genere in Italia significa partire da questo numero: se il mondo continuerà a procedere al ritmo attuale, è questo il tempo necessario per raggiungere la piena uguaglianza tra donne e uomini. Non qualche decennio, dunque, ma quasi due secoli.
Per capire quanto sia lungo questo tempo basta guardare indietro. Due secoli fa l’Europa usciva dalle guerre napoleoniche. L’Italia non esisteva ancora come Stato unitario: la penisola era divisa in regni e ducati, Roma era la capitale dello Stato Pontificio e mancavano più di trent’anni alla spedizione dei Mille.
Da allora sono arrivati l’Unità d’Italia, due guerre mondiali, la Repubblica, il suffragio universale, la Costituzione, l’integrazione europea, internet e l’intelligenza artificiale.
Ecco la dimensione dei 171 anni indicati dalle Nazioni Unite: quasi l’intera distanza che separa l’Italia dei regni e dei ducati da quella di Internet e dell’intelligenza artificiale.
La stima arriva dal nuovo Gender Snapshot 2026, realizzato da UN Women e dal Dipartimento per gli Affari economici e sociali delle Nazioni Unite. Il rapporto avverte che nessun indicatore dell’Obiettivo 5 sulla parità di genere è sulla traiettoria necessaria per essere raggiunto entro il 2030.
E sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto Paesi lontani. Riguarda anche l’Europa. E per capire la parità di genere in Italia occorre guardare alcuni numeri particolarmente significativi.
I 171 anni non rappresentano una data certa. Sono una proiezione basata sull’attuale velocità del cambiamento. E alcuni numeri spiegano perché.
Nel mondo sei Paesi su sette sono guidati da uomini. Le donne occupano il 27,4% dei seggi nei parlamenti nazionalie, mantenendo l’attuale ritmo, serviranno ancora 63 anni per raggiungere la parità nei parlamenti. Quasi nove ministri della Difesa su dieci sono uomini e più di otto ministri delle Finanze su dieci sono uomini. Le donne occupano, nel complesso, soltanto il 22,4% degli incarichi nei governi nazionali.
Fuori dalla politica la situazione non cambia radicalmente. Le donne rappresentano appena il 6% degli amministratori delegati nel mondo. Inoltre, su 175 presidenti delle più alte corti censiti dall’ONU, 144 sono uomini e 31 donne.
Poi ci sono i diritti fondamentali. Quasi una donna su tre nel mondo, circa 840 milioni, ha subito almeno una volta violenza fisica o sessuale da parte del partner oppure violenza sessuale da un’altra persona. Almeno 230 milioni di donne e ragazze oggi in vita hanno subito mutilazioni genitali femminili e quasi una giovane donna su cinque si è sposata prima dei 18 anni.
Il rapporto segnala anche un arretramento delle strutture chiamate a promuovere la parità. Negli ultimi due anni un meccanismo nazionale per la parità di genere su tre ha dichiarato di aver perso potere istituzionale. Circa uno su quattro ha subito una riduzione del budget operativo e quasi uno su dieci ha perso il controllo delle proprie risorse. Inoltre, i finanziamenti destinati alla parità sono scesi al livello più basso dal 2021 e il 42% delle strutture delle Nazioni Unitesegnala un indebolimento delle attività nel settore.
Eppure, tra il 2019 e il 2025, nel mondo sono state introdotte 99 riforme legislative per rafforzare i diritti delle donne.
È qui che emerge la questione centrale: una legge può riconoscere un diritto, ma non basta da sola a trasformarlo in una condizione reale. I dati sulla parità di genere in Italia mostrano bene questa distanza.

20 gennaio 1965, celebrazione alla Camera dei deputati del ventennale del voto alle donne.. Archivio storico della Camera dei deputati / Wikimedia Commons – CC BY 4.0
Nel nostro Paese il principio di uguaglianza è sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Il Codice delle pari opportunità è in vigore dal 2006 e dal 2021 esiste una Strategia nazionale per la parità di genere.
Le norme, dunque, non mancano. Ma il lavoro racconta un’altra realtà.
Secondo Eurostat, nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni era del 76,1% nell’Unione europea. L’Italia si fermava al 67,6%, il livello più basso dell’UE.
Tra le donne la distanza aumentava: lavorava il 58% delle italiane tra 20 e 64 anni, contro il 71,3% della media europea. Il divario occupazionale tra uomini e donne raggiungeva 19,1 punti percentuali, quasi il doppio dei 9,6 puntidella media UE e il valore più alto dell’Unione.
Il problema, quindi, comincia prima ancora di chiedersi quanto guadagnino uomini e donne: riguarda quante donne riescono a entrare e a rimanere nel mercato del lavoro.
Anche le retribuzioni, però, nascondono un apparente paradosso. Secondo l’ultima analisi strutturale dell’Istat sulle retribuzioni, riferita al 2022 e pubblicata nel 2025, la paga oraria media era di 15,90 euro per le donne e 16,80 euro per gli uomini. Il gender pay gap risultava quindi del 5,6%.
Ma saliva al 16,6% tra i laureati e al 30,8% tra i dirigenti. Inoltre, su base annua, le lavoratrici considerate dall’indagine percepivano mediamente 33.807 euro, contro 39.982 euro degli uomini, oltre 6.000 euro in meno.
Cambia anche il tempo retribuito: 1.539 ore all’anno per le donne contro 1.812 per gli uomini, una differenza del 15,1%, legata anche alla maggiore diffusione del part-time femminile.
Per questo un gender pay gap orario relativamente contenuto può convivere con una disparità economica molto più ampia. Contano il salario, ma anche occupazione, ore lavorate, contratti e possibilità di carriera.
È però la maternità a mostrare con particolare chiarezza dove il sistema continua a incepparsi.
Nel 2025, secondo il Rapporto SDGs 2026 dell’Istat, tra le donne di 25-49 anni senza figli piccoli il tasso di occupazione era del 77,4%. Tra quelle con almeno un figlio in età prescolare scendeva al 58,1%. Il rapporto tra i due tassi era appena del 75,1%.
Qui la parità incontra inevitabilmente il problema dei servizi.
Nell’anno educativo 2023-2024, secondo Istat, l’Italia disponeva di 31,6 posti autorizzati nei servizi per la prima infanzia ogni 100 bambini tra zero e due anni. Il dato restava sotto il 33% previsto come Livello Essenziale delle Prestazioni e lontano dal nuovo obiettivo europeo del 45% entro il 2030.
Intanto, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere – EIGE rileva che in Italia le donne continuano a occuparsi della cura dei bambini e delle persone non autosufficienti più degli uomini. Svolgono inoltre più frequentemente le attività domestiche quotidiane e ricevono meno sostegno esterno.
La disparità sul lavoro, quindi, spesso comincia fuori dal posto di lavoro.
C’è un altro dato che rende il quadro meno scontato.
Nel 2024, nell’Unione Europea, 4,5 milioni di persone hanno completato un percorso di istruzione terziaria. Le donne erano 2,6 milioni, contro 1,9 milioni di uomini: circa il 58% del totale.
Eppure restano forti differenze nelle aree di studio. Nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione gli uomini che hanno completato l’istruzione terziaria erano 3,7 volte più numerosi delle donne.
La distanza prosegue nel lavoro scientifico. Nel 2023 le donne rappresentavano il 34,1% degli scienziati e ingegneri italiani, una delle percentuali più basse dell’Unione, contro una media europea del 41%.
Il problema, dunque, non è soltanto raggiungere livelli elevati di istruzione. È trasformare quell’istruzione in occupazione, reddito, carriera e accesso ai settori destinati a guidare l’economia futura.
Un settore italiano dimostra, però, che gli equilibri possono cambiare rapidamente. Nel 2025 le donne occupavano il 43,5% dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate italiane.
Le norme sull’equilibrio di genere hanno inciso sulla composizione dei consigli. Ma il dato sulla presenza non coincide ancora con quello sul comando. Secondo la Consob, le donne hanno superato il 40% degli incarichi nei consigli delle società quotate, mentre gli incarichi di amministratore delegato e presidente restano molto meno frequenti.
La presenza, insomma, è cresciuta più rapidamente dell’accesso ai vertici.
Anche la politica mostra una dinamica simile. L’Italia ha oggi, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna alla Presidenza del Consiglio. Ma nella XIX legislatura le donne elette in Parlamento sono state 199 su 600, circa un terzo: 129 alla Camera e 70 al Senato. Nella prima legislatura repubblicana le parlamentari erano appena il 5%.
La crescita è quindi enorme rispetto al dopoguerra, ma la rappresentanza femminile resta lontana dalla metà.
C’è infine un indicatore che impedisce di ridurre la parità a una questione di occupazione, stipendio o carriera.
Le stime preliminari dell’Istat sulla violenza contro le donne indicano che nel 2025 circa 6 milioni e 400mila donne italiane tra 16 e 75 anni, il 31,9%, avevano subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita a partire dai 16 anni.
Il 18,8% aveva subito violenze fisiche, il 23,4% violenze sessuali e il 5,7% uno stupro o un tentativo di stupro. I dati erano preliminari perché la rilevazione doveva essere completata con la componente relativa alle donne straniere. Inoltre, il numero di donne italiane che avevano subito violenza fisica o sessuale nei cinque anni precedenti l’intervista risultava sostanzialmente stabile rispetto al 2014.
È forse questo il dato che rende più difficile considerare la parità soltanto una questione di progressivo miglioramento statistico.
Mettendo insieme questi numeri, la parità di genere in Italia mostra progressi reali, ma anche ritardi che restano profondi.
Nel Gender Equality Index 2025 dell’EIGE, elaborato con una metodologia aggiornata, l’Italia ottiene 61,9 punti su 100, contro una media europea di 63,4.
In alcuni ambiti il cambiamento è evidente. Le donne sono maggioranza tra coloro che completano l’istruzione terziaria e hanno superato il 40% nei consigli di amministrazione delle società quotate. In altri, invece, la distanza rimane strutturale: nel 2025 l’Italia aveva contemporaneamente il più basso tasso di occupazione complessivo dell’Unione europea e il più ampio divario occupazionale tra uomini e donne.
Ed è qui che si torna alla tesi di partenza. La parità non dipende soltanto dall’esistenza di un diritto, ma dalla possibilità concreta di esercitarlo. Dentro quei 19,1 punti di differenza nell’occupazione ci sono anche asili nido, assistenza agli anziani, congedi, organizzazione del lavoro, part-time, carriere, lavoro domestico e accesso ai settori più qualificati.
È proprio il quadro della parità di genere in Italia a mostrare quanto sia importante distinguere tra diritti riconosciuti e possibilità concreta di esercitarli.
Nel 2015, quando le Nazioni Unite approvarono l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il traguardo sembrava sufficientemente lontano per produrre cambiamenti profondi. Oggi mancano meno di quattro anni e nessuno degli indicatori dell’Obiettivo 5 sulla parità di genere è sulla traiettoria necessaria per raggiungerlo.
Ecco perché quei 171 anni non raccontano soltanto un futuro lontanissimo.
Raccontano anche il presente. Raccontano un Paese nel quale le donne studiano più degli uomini, siedono nei consigli di amministrazione e raggiungono incarichi un tempo quasi esclusivamente maschili, ma continuano ad avere molte meno probabilità di lavorare, subiscono più pesantemente gli effetti della maternità sulla carriera e restano minoritarie in molti luoghi nei quali si esercita il potere.
Due secoli fa l’Italia era divisa in regni e ducati. Oggi vive nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Se per raggiungere la parità servisse davvero quasi la stessa distanza temporale, il problema non sarebbe quanto è cambiato il mondo ma capire perché, su questo terreno, continui a cambiare così lentamente.






