
Dalla nascita ai luoghi riscoperti: il presidente racconta dieci anni di lavoro tra memoria, volontari e comunità.
Chissà quante volte siamo passati davanti a una cascina o abbiamo attraversato un ponte senza pensare al fatto che quei luoghi custodiscono pezzi di storia. Dietro un vecchio portone in legno, lungo un canale o tra le mura di un vecchio rudere sono trascorse vite di cui sappiamo poco o nulla: il lavoro, le fatiche, le abitudini che hanno dato forma al territorio in cui abitiamo.
Poi basta fermarsi ad ascoltare i racconti di un anziano del paese, e quella cascina torna a popolarsi di famiglie. Su quello stesso ponte passano le persone dirette al lavoro nei campi, le strade rurali si riempiono di vita quotidiana. I luoghi sono gli stessi, ma ora sappiamo qualcosa di chi li ha vissuti. Gli ecomusei raccolgono queste voci e le intrecciano con la ricerca storica, coinvolgendo gli abitanti nella conoscenza e nella cura del proprio territorio. Così un ricordo personale diventa un patrimonio da condividere e trasmettere.
In Lombardia il riconoscimento degli Ecomusei è disciplinato dall’articolo 19 della legge regionale 25 del 2016. Anche l’Ecomuseo Martesana, riconosciuto dalla Regione nel 2023, nasce dalla volontà di scoprire insieme il valore di ciò che abbiamo vicino.
Proprio per capire che cosa sono gli ecomusei e come aiutano a riscoprire il territorio, Il Contemporaneo ha incontrato Benigno Calvi, presidente dell’Ecomuseo Martesana. Con lui percorriamo cascine, canali e paesi, seguendo le storie delle persone che li abitano. «Stiamo continuando a scoprire cose che non conoscevamo, perlomeno non tutti, e le stiamo continuando a catalogare», racconta il presidente Calvi.
Dopo dieci anni, ogni scoperta sembra suggerire un’altra ricerca, un incontro, una storia da raccogliere.
Il racconto di Benigno Calvi inizia da una riunione alla quale era andato per tutt’altro motivo. «La storia inizia nel 2015, io ero ancora sindaco a Inzago: iniziava il mio ultimo anno, che scadeva proprio a maggio del 2016. Ero impegnato con Milano per un progetto che riguardava il PLIS della Martesana, un parco locale di interesse sovracomunale riferito alla Martesana intesa però come naviglio, più che come area. Ero andato a Milano, quartiere Gorla, per una riunione indetta da alcuni sindaci, per incontrare il territorio in vista della costituzione del parco».
La proposta arriva quando l’incontro sta finendo, da due persone che avranno un ruolo decisivo nella storia dell’associazione.
«Verso la fine della riunione, in fondo alla sala, c’erano Edo Bricchetti e Carlo Cella, poi diventato il presidente di Ecomuseo della Martesana. Mi chiamano da parte e mi chiedono se sarebbe utile fare anche un ecomuseo in Martesana. Io caddi letteralmente dal pero, perché non sapevo assolutamente nulla del concetto di ecomuseo».
A interessarlo è soprattutto il modo in cui un ecomuseo dovrebbe lavorare: attraverso un accordo tra chi vive e opera negli stessi luoghi.
«Era una mezza sfida che mi fu lanciata da Edo Bricchetti e Carlo Cella» ricorda Calvi. Oggi sono rispettivamente referente scientifico e presidente onorario dell’Ecomuseo Martesana. «Non seppi rispondere. Però mi documentai e mi resi conto che il cuore di qualsiasi ecomuseo è una cosa un po’ fuori tempo rispetto ai tempi che corrono, ma che a me garbava moltissimo. Anche per la mia formazione politica, in termini non partitici, di fare il bene comune. Questo cuore dell’ecomuseo si chiama patto di comunità. Il patto di comunità è un accordo concreto, fattibile, che dovrebbero siglare tutti i portatori di interesse che gravitano sullo stesso territorio. Per contribuire insieme a uno sviluppo ecosostenibile, ciascuno con i propri compiti, le proprie responsabilità e le proprie esperienze da mettere a disposizione. Questo è il concetto di ecomuseo che mi ha suscitato subito il mio vivo interesse».
L’associazione prende forma nel maggio del 2016, quando Calvi è ancora sindaco. Quel giorno, tra i presenti, arriva inaspettatamente anche il presidente dell’allora BCC Carugate-Inzago, pronto a sostenere il progetto.
«Ebbi ancora il tempo di far partire l’Ecomuseo Martesana mentre ero agli sgoccioli della mia carica. Convocai una quindicina di persone nella sala consiliare del Comune di Inzago e abbiamo fatto l’atto di nascita. In quell’occasione mi fece particolarmente piacere la presenza del presidente della BCC, che allora non era ancora BCC Milano, ma BCC Carugate-Inzago. Durante la mia sindacatura avevo avuto modo di conoscerlo e avevamo fatto amicizia. Si presentò senza essere preannunciato, proprio all’inizio del nostro incontro, e lo fece perché voleva darci una mano a far partire l’Ecomuseo».
Per spiegare che cosa sia l’Ecomuseo, Calvi parte dal patrimonio che si incontra attraversando il territorio della Martesana. Una ricerca che comprende ambienti naturali, edifici, tradizioni, cultura e anche le esperienze delle persone.
«Il concetto di ecomuseo è quello di museo diffuso: tutto ciò che c’è di bello da vedere ed è presente in un territorio. Il nostro territorio comprende 26 Comuni, per una popolazione di circa 400.000 abitanti, più il Municipio 2 di Milano, quell’area del capoluogo dove passa il Naviglio prima di inabissarsi sotto via Melchiorre Gioia e che comprende, fra gli altri, i quartieri Gorla, Crescenzago. In quei luoghi il Naviglio è vissuto e benvoluto dagli abitanti che abitano lungo il suo corso».
L’Ecomuseo comprende anche paesi lontani dalle sponde del Naviglio. Nel regolamento, il territorio è diviso in tre aree: i Comuni lungo il canale, le terre asciutte a nord e quelle irrigue a sud e Benigno Calvi ci aiuta a meglio comprendere la scelta.
«L’area bagnata dal Naviglio riguarda una decina di Comuni, da Milano a Inzago. Però a noi non piaceva una dimensione così ridotta, perché volevamo riferirci al concetto di zona omogenea. Questa comprende anche Carugate, Settala, Truccazzano, che non sono lungo il Naviglio. Abbiamo voluto inserirli individuando le aree irrigue e quelle non irrigue. È stato un contributo importante del professor Bricchetti».
Il riconoscimento regionale arriva nel 2023, dopo anni di attività. Calvi ricorda il lavoro necessario per ottenerlo: «La politica della Regione Lombardia non era quella di accettare un ecomuseo dietro una semplice domanda. Bisognava cominciare, lavorare, fare la propria gavetta. Noi abbiamo iniziato a sviluppare la nostra esperienza, finché la Regione ha emesso un bando per riconoscere nuovi ecomusei. Quella era l’occasione. Con il professor Bricchetti abbiamo lavorato per mesi per predisporre tutta la documentazione richiesta: chili, non di carta perché non si usa più, ma di megabyte».
Alle prime carte seguono altre domande, altre risposte, fino all’esito favorevole. Il presidente Calvi ne sottolinea anche gli effetti pratici: «Dopo aver ricevuto il materiale, ci hanno rimandato una serie di domande. Abbiamo completato le risposte e alla fine siamo stati riconosciuti. È stato un ottimo biglietto di presentazione. Quell’attestato ci è servito, perché abbiamo potuto partecipare ai bandi proprio perché istituzionalmente riconosciuti. Abbiamo partecipato, i progetti sono stati finanziati e abbiamo sviluppato il lavoro con i nostri partner».
Per conoscere un territorio tanto ampio, l’associazione chiede aiuto a chi lo frequenta ogni giorno. Prepara una griglia con le categorie del patrimonio da individuare e la affida ai soci.
«Quando si parla delle attrattività di un ecomuseo, si individuano delle categorie che si chiamano dominanti. Alcune riguardano il paesaggio, altre la cultura, altre il turismo. Noi, soprattutto durante il Covid, abbiamo proposto questo lavoro e c’è stata la risposta di una quindicina di soci. Abbiamo predisposto la griglia e abbiamo chiesto a ciascuno: prendi la griglia, guarda il tuo territorio, compilala e mandacela. Questo ci ha permesso, nel giro di un annetto, di avere oltre 1.300 schede. Oggi le schede sono 1.650».
Il presidente scorre le categorie del censimento. Ci sono circa duecento schede sugli animali selvatici, quasi trecento su erbe e piante, novanta cascine e sessanta chiese. Molte si possono consultare sul sito dell’Ecomuseo Martesana.
«Io, per esempio, Truccazzano non lo conosco così bene. Qualcuno di Truccazzano, o lì vicino, ci ha segnalato le cascine che ci sono. Tutte o quasi tutte, non lo sappiamo: è una costante opera di verifica. Lo stesso approccio riguarda i personaggi illustri, le esperienze, i luoghi della quotidianità. Stiamo continuando a scoprire cose che non conoscevamo, perlomeno non tutti, e le stiamo continuando a catalogare».
Gli chiedo di scegliere una scoperta che gli sia rimasta particolarmente cara. Calvi mi parla della Madonna del Rosario di Inzago, la scultura lignea portata in processione durante la festa del paese.
«La seconda domenica di ottobre viene portata in processione la statua della Madonna del Rosario, protettrice di Inzago: un esempio bellissimo di barocco lombardo. Fino a qualche anno fa, però, non si sapeva chi fosse l’autore. L’Ecomuseo ha avuto un ruolo nel far conoscere una ricerca su questa Madonna. Abbiamo incontrato una professoressa che allora insegnava all’Università di Pavia: aveva studiato una serie di statue simili, quasi tutte riconducibili a un autore e a una bottega ben individuati».
La studiosa è Alessandra Casati. Attraverso il confronto con altre opere, la sua ricerca propone di attribuire la Madonna del Rosario a Giuseppe Antignati (1704–1778), scultore milanese del Settecento specializzato nella scultura lignea sacra.
Il presidente Calvi racconta: «L’abbiamo contattata, l’abbiamo fatta venire a Inzago e abbiamo organizzato una serata nella chiesa dove la Madonna è custodita, con l’accordo del parroco. La chiesa era piena, perché la nostra Madonna è conosciuta e benvoluta. La professoressa ha portato le fotografie e ha spiegato i confronti: le vesti, il modo in cui la Madonna tiene il Bambino, i putti alla base della statua. Ha presentato il suo lavoro, che abbiamo poi messo anche sul nostro sito. Da quel momento l’obiettivo di Ecomuseo è stato raggiunto».
Per Calvi, quella sera gli abitanti di Inzago scoprirono qualcosa in più sulla Madonna che da tanti anni portavano in processione.
L’esperienza ha cambiato anche alcune convinzioni iniziali. Calvi lo riconosce quando parla dell’attaccamento dei paesi alle proprie tradizioni.
«Inizialmente Ecomuseo aveva una posizione nettamente contraria rispetto al campanilismo. Poi ci siamo accorti che condannarlo in blocco voleva dire condannare la storia di queste realtà, che si erano sviluppate anche attraverso quel legame. Allora la nostra visione è cambiata ed è diventata una visione a rete. Noi lavoriamo perché le istituzioni facciano rete, ma la stessa cosa dobbiamo farla nella società civile».
L’associazione prova quindi a mettere in relazione gruppi che hanno già una propria organizzazione e un proprio ambito di lavoro.
«Ci sono le Pro Loco, le ACLI, le cooperative sociali, i gruppi di acquisto solidale. Molte di queste realtà si sono già organizzate in reti tematiche. A loro abbiamo proposto: volete sviluppare una rete di reti? Un’occasione per incontrare, oltre alla vostra specializzazione, anche gli altri temi, per collaborare e avere una visione più ampia. Dopo quattro o cinque anni di lavoro in questo senso è nato l’Osservatorio Permanente Martesana. Sono processi che non puoi imporre, devono maturare anche nella coscienza di ciascun attore».
Su questo Calvi ammette di aver cambiato idea. Anche grazie all’attaccamento al proprio paese tante persone hanno continuato a organizzare feste, mandare avanti associazioni e tramandare tradizioni. Perché chiedere loro di rinunciarvi? L’Ecomuseo ha scelto piuttosto di aiutarle a collaborare con i paesi vicini. Una Pro Loco resta legata alla propria comunità, ma può organizzare qualcosa insieme alle altre. E i Comuni possono fare lo stesso, soprattutto quando una scelta riguarda anche chi abita oltre i loro confini.

Il ponte settecentesco sul canale Muzza ad Albignano, frazione di Truccazzano, datato intorno al 1776. Foto: archivio fotografico Ecomuseo della Martesana
Calvi definisce «Ecomuseo 2.0» l’evoluzione dell’associazione verso una maggiore attenzione alle decisioni che cambiano il territorio.
«I tre ambiti fondamentali sono il paesaggio, la cultura e il turismo. Ma l’Ecomuseo ha a cuore anche i problemi dei propri soci. I Comuni partecipano alle nostre assemblee, con alcuni collaboriamo fattivamente e ci siamo accorti di qualcosa che mancava. Abbiamo fatto un passo in più. Non abbiamo poteri nei confronti della pubblica amministrazione: sono i nostri soci, ci parliamo e cerchiamo di aiutarci».
Il presidente chiede più confronto tra amministrazioni davanti a trasformazioni che producono effetti oltre i confini del Comune interessato.
«Pensiamo a una cava, a un insediamento logistico, oggi ai data center. Se arriva una proposta, quali strumenti ha un sindaco per capire se accettarla o rifiutarla? Ha bisogno di confrontarsi con gli altri amministratori. Non può essere il singolo Comune a dare una risposta a proposte che sono sovracomunali per definizione. L’attenzione a questa problematica ha permesso all’Ecomuseo di maturare una posizione differente e più impegnativa».
Il ragionamento di Calvi è semplice: se una cava o un polo logistico aprono in un paese, anche quelli vicini possono ritrovarsi con più traffico sulle strade. E le domande sull’acqua, sul suolo e sui servizi riguardano più comunità. Per questo chiede che i sindaci si confrontino prima di decidere, senza lasciare ciascuno da solo a valutare proposte tanto impegnative. Anche l’Ecomuseo ha cominciato a occuparsene: chi lavora per far conoscere un territorio si interessa anche a ciò che potrebbe cambiarlo.
Domando al Presidente Calvi come gli abitanti possano diventare protagonisti dell’Ecomuseo. La sua risposta è immediata, senza esitazione: ZuccAutunno a Truccazzano.
«Ce l’abbiamo sott’occhio, è proprio in corso. Quando sono stato alla presentazione ho detto che questa esperienza è una realizzazione del concetto ecomuseale. Perché ci sono l’amministrazione comunale, il Parco Adda Nord, l’Ecomuseo, gli operatori economici, le associazioni, gli oratori. È per questo che abbiamo detto subito di sì. Per noi è importante anche aver contattato realtà produttive come i ristoranti, perché non è facile prendere contatti con le aziende, i commercianti, i ristoratori e le aziende agricole».
Calvi racconta di essere passato a Corneliano Bertario, una delle tre frazioni di Truccazzano, dove ha incontrato Massimo Griffini, promotore dell’iniziativa ZuccAutunno.
«Ho trovato Massimo e abbiamo bevuto un caffè insieme. Questo è l’esempio di Ecomuseo che mi piace tantissimo. Ne discuteremo alla prossima assemblea generale, quando si farà anche il resoconto definitivo di tutta l’esperienza di ZuccAutunno. Vorrei che si riproponesse lo stesso modello utilizzato a Truccazzano in tutti i Comuni della Martesana. Ovviamente non posso imporre nulla, ma questa volta siamo stati chiamati e abbiamo risposto. Domani potremmo rispondere a un altro Comune che ci chiede di fare un’esperienza con questi criteri: non esiste il primo della classe, tutti vogliamo il bene della nostra comunità».
La fatica di lavorare soltanto con i volontari
Il racconto delle attività deve però fare i conti con le persone e gli strumenti disponibili. Calvi descrive una struttura piccola, che cerca di seguire un territorio ampio.
«Non abbiamo un dipendente, siamo tutti volontari, quasi tutti pensionati che hanno un po’ di tempo da mettere a disposizione».
L’adattamento quotidiano permette di continuare. Per crescere, però, Calvi ritiene necessario un sostegno più stabile.
«Una delle richieste che vorremmo portare avanti con Regione Lombardia è questa: aiutare gli ecomusei ad avere una minima struttura che possa stare in piedi e andare avanti, senza dipendere sempre dalla disponibilità di un volontario. Perché non avere almeno un dipendente, magari anche in condivisione con altri ecomusei? Ci impegniamo nel nostro tempo libero, in certi casi è parecchio, ma rimane pur sempre il nostro tempo libero».
Gli chiedo che cosa, dopo dieci anni, l’Ecomuseo abbia aiutato a riscoprire e che cosa rischi ancora di andare perduto. Dopo aver raccontato la ricerca sulla Madonna del Rosario, Calvi parla dell’organo della chiesa di Inzago: uno strumento che ricorda di aver ascoltato da bambino e che oggi non suona più.
«Il secondo caso riguarda un obiettivo che non abbiamo ancora raggiunto. Nella chiesa di Inzago c’è un organo con circa duemila canne. Da piccolo ho fatto in tempo ad ascoltare la sua musica. Mio padre era un cantore della schola cantorum della parrocchia e nelle festività andavano a cantare. Si sono susseguiti tanti maestri, poi a un certo punto l’organo è stato chiuso ed è tuttora fermo».
L’Ecomuseo ha provato a richiamare l’attenzione sul recupero durante un concerto. Il presidente ricorda l’invito rivolto ai presenti a voltarsi e a guardare lo strumento.
«Proponemmo un concerto di musica classica nella chiesa di Inzago. Alla fine, con la chiesa piena, dicemmo ai presenti: voltatevi, guardate cosa c’è in fondo, perché non lo recuperiamo? Quello è stato l’inizio, il sasso buttato nella palude. Poi sono cambiati i parroci e quello attuale ha raccolto la proposta: sta cercando di muoversi per cominciare a pensare a una soluzione».
Il lavoro deve ancora trovare le risorse necessarie. Calvi ribadisce ciò che l’associazione può offrire.
«Noi siamo disponibili ad aiutare la parrocchia e gli inzaghesi a ripristinare quell’organo. Non con i soldi, perché non li abbiamo, ma cercando una rete di finanziatori. Mettiamoci insieme, diamo ai cittadini la possibilità di contribuire con la loro offerta, ma chiediamo anche a chi ha maggiori disponibilità di metterci qualcosa per raggiungere questo obiettivo».
Calvi quell’organo lo ha sentito suonare da bambino, quando suo padre cantava nel coro della parrocchia. Ora vorrebbe trovare l’aiuto necessario per farlo riparare e tornare ad ascoltarlo.
Dalla domanda ricevuta nel quartiere Gorla a Milano al desiderio di far risuonare l’organo di Inzago, Benigno Calvi ha raccontato dieci anni trascorsi a cercare persone disposte a fare qualcosa insieme. Anche il suo modo di guardare la Martesana è cambiato: il campanilismo, dapprima considerato un ostacolo, gli è apparso poi come un legame dal quale partire per costruire collaborazioni. Del resto, ci si prende cura più volentieri di ciò di cui si conosce la storia. Ma tra riconoscere il valore di un luogo e garantirgli un futuro ci sono il lavoro quotidiano, le competenze e le risorse da trovare.
Nella seconda parte dell’intervista parleremo con Calvi dei prossimi progetti, di quanto costa mandare avanti l’Ecomuseo e di che cosa significa aderirvi, per un Comune o per un cittadino.






