
Nel 2024 sono stati persi 7.850 ettari di terreno naturale e agricolo, pari a 21,5 ettari al giorno. Cementificazione e nuove superfici artificiali aumentano il rischio idrogeologico, riducono la biodiversità e sottraggono spazio alle città e all’agricoltura.
Il suolo è una risorsa limitata, essenziale per la produzione alimentare, la regolazione delle acque, la biodiversità e l’assorbimento del carbonio. Eppure, ogni giorno, una parte del territorio italiano viene ricoperta da edifici, strade, piazzali, infrastrutture e altre superfici artificiali.
Secondo il rapporto ISPRA sul consumo di suolo, nel 2024 l’Italia ha perso 7.850 ettari, equivalenti a circa 21,5 ettari al giorno. È il dato netto più alto dell’ultimo decennio e mostra quanto sia ancora lontano l’obiettivo europeo di azzerare il consumo netto di suolo entro il 2050.
Il consumo di suolo è la trasformazione di una superficie naturale, agricola o seminaturale in un’area coperta artificialmente. Rientrano in questa definizione edifici, strade, parcheggi, cantieri, aree industriali, piazzali e altre infrastrutture.
Non bisogna confonderlo con l’abusivismo edilizio. Un intervento può essere regolarmente autorizzato e produrre comunque consumo di suolo. Il problema, quindi, non riguarda soltanto le costruzioni illegali, ma il modo complessivo in cui vengono pianificati e utilizzati i territori.
Il consumo netto di suolo è il risultato della differenza tra le nuove superfici artificiali e quelle recuperate attraverso demolizioni, deimpermeabilizzazioni e interventi di rinaturalizzazione. Nel 2024, a fronte di quasi 84 chilometri quadrati di nuove coperture, sono stati recuperati soltanto 5,2 chilometri quadrati.
In quindici regioni italiane oltre il 5% del territorio risulta ormai consumato. Le percentuali più elevate si registrano in Lombardia, dove le superfici artificiali coprono il 12,22% del territorio, seguita da Veneto con l’11,86% e Campania con il 10,61%.
Considerando invece il nuovo consumo registrato nel solo 2024, l’Emilia-Romagna ha perso circa 1.000 ettari. Seguono Lombardia con 834 ettari, Puglia con 818, Sicilia con 799 e Lazio con 785.
La situazione non riguarda solamente le grandi città. La trasformazione del territorio interessa anche le pianure agricole, le periferie, le fasce costiere e le aree attraversate da nuove infrastrutture logistiche ed energetiche.
Quando un terreno viene ricoperto da cemento o asfalto perde una parte importante della capacità di assorbire l’acqua piovana. Le precipitazioni scorrono più rapidamente in superficie, aumentando la pressione sui sistemi di drenaggio e il rischio di allagamenti.
Il problema diventa ancora più grave quando si costruisce in territori già fragili. Nel 2024 il nuovo consumo di suolo ha interessato 1.303 ettari situati in zone a pericolosità idraulica media e altri 600 ettari in aree esposte al rischio di frana.
Anche le coste continuano a essere sottoposte a una pressione elevata. Nei primi 300 metri dal mare risulta consumato il 22,9% del territorio, una percentuale più che tripla rispetto alla media nazionale. Nelle pianure, invece, la quota raggiunge l’11,4%.
Il suolo fertile impiega tempi molto lunghi per formarsi. Una volta ricoperto, difficilmente può tornare alle condizioni originarie. Ogni nuova superficie artificiale può quindi ridurre la disponibilità di terreno per l’agricoltura, frammentare gli habitat naturali e ostacolare gli spostamenti della fauna.
Nel 2024 le città italiane hanno perso più di 3.750 ettari di aree naturali. Il consumo è cresciuto anche nei territori protetti, con 81 nuovi ettari coperti, e nelle aree della rete Natura 2000, dove le nuove superfici artificiali hanno raggiunto 192,6 ettari.
Anche la transizione energetica deve confrontarsi con l’uso del territorio. Nell’ultimo anno i nuovi impianti fotovoltaici a terra hanno interessato oltre 1.700 ettari, dei quali circa l’80% precedentemente destinati all’agricoltura. Il dato non mette in discussione la necessità delle energie rinnovabili, ma evidenzia l’importanza di privilegiare tetti, parcheggi, aree industriali e superfici già compromesse.
La tutela del territorio trova un riferimento importante nell’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 comprende espressamente la protezione dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.
Manca però ancora una legge nazionale organica che stabilisca obiettivi vincolanti e regole uniformi per ridurre il nuovo consumo di suolo. Il disegno di legge sulla rigenerazione urbana e sull’uso sostenibile del territorio risultava ancora in esame parlamentare nel 2026.
Nel frattempo, regioni e comuni adottano strumenti differenti. Questa frammentazione rende più difficile applicare una strategia comune e valutare in modo omogeneo le nuove trasformazioni urbanistiche.
A livello europeo, la Direttiva UE 2025/2360 ha introdotto un quadro condiviso per il monitoraggio e la resilienza dei suoli. L’obiettivo politico resta quello di arrivare entro il 2050 a un bilancio netto pari a zero tra nuove superfici consumate e aree recuperate.

Territorio agricolo italiano da proteggere dal consumo di suolo (Fonte: Unsplash)
Ridurre il consumo di suolo non significa bloccare qualsiasi intervento edilizio. Significa stabilire una priorità: recuperare ciò che è già costruito prima di occupare nuovi terreni.
In Italia esistono edifici abbandonati, capannoni inutilizzati, aree industriali dismesse e spazi urbani degradati che potrebbero essere riqualificati. La rigenerazione urbana può offrire abitazioni, servizi e attività economiche senza espandere ulteriormente le città.
Tra gli interventi possibili rientrano:
Il consumo di suolo produce costi che non compaiono immediatamente nel valore di un nuovo edificio o di un’infrastruttura. Emergono nel tempo sotto forma di allagamenti, perdita di produzione agricola, temperature urbane più elevate, riduzione del verde e interventi pubblici per riparare i danni.
Per questo la tutela non può essere affidata soltanto alle sanzioni. Servono pianificazione urbanistica, controlli, incentivi alla rigenerazione e una maggiore consapevolezza da parte di amministratori, imprese e cittadini.
Il punto non è impedire al territorio di cambiare, ma scegliere come trasformarlo. Continuare a occupare terreni liberi mentre edifici e aree già urbanizzate restano inutilizzati significa consumare una risorsa che, su scala umana, non è rinnovabile. Proteggere il suolo oggi vuol dire conservare sicurezza, paesaggio e opportunità per le generazioni future.






