
Nel 2025 il disavanzo europeo negli scambi di beni con Pechino ha sfiorato 360 miliardi di euro. Il problema non è soltanto quanto l’Europa importa, ma in quali settori sta perdendo capacità produttiva.
Il rapporto economico tra Unione europea e Cina è diventato una delle questioni industriali più delicate del continente. Nel 2025 l’Ue ha esportato verso la Cina beni per 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi. Il deficit ha così raggiunto 359,8 miliardi, secondo Eurostat. Dietro questa cifra c’è una relazione indispensabile ma sempre più squilibrata: l’Europa acquista tecnologie, componenti e beni di consumo cinesi, mentre le sue imprese faticano a ottenere un accesso equivalente al mercato di Pechino.
Il disavanzo non nasce in un solo anno. Da tempo l’Europa importa dalla Cina più di quanto riesca a vendere, soprattutto nei comparti dell’elettronica, dei macchinari elettrici, delle telecomunicazioni e di numerosi beni di consumo. La riapertura delle catene globali dopo la pandemia non ha corretto il divario; in alcuni segmenti lo ha reso più evidente.
Nei primi mesi del 2026 lo squilibrio si è ulteriormente ampliato. Il punto, però, non è sostenere che ogni importazione sia un danno. Componenti a basso costo possono rendere competitive le imprese europee e prodotti convenienti aumentano il potere d’acquisto delle famiglie. La criticità nasce quando la dipendenza riguarda tecnologie decisive e non esistono fornitori alternativi.
La pressione cinese è particolarmente visibile nelle filiere legate alla transizione verde. Negli ultimi anni Pechino ha costruito una capacità produttiva enorme in batterie, pannelli fotovoltaici e veicoli elettrici. L’Europa, che vuole decarbonizzare rapidamente, si trova così a dipendere da importazioni provenienti dallo stesso Paese con cui compete sul piano industriale.
Il caso dell’auto elettrica riassume la tensione. Bruxelles ha introdotto dazi compensativi su alcuni veicoli prodotti in Cina dopo un’indagine sui sussidi pubblici. La misura mira a ristabilire condizioni di concorrenza più equilibrate, ma comporta anche rischi: ritorsioni commerciali, aumento dei prezzi e difficoltà per i costruttori europei che producono o vendono nel mercato cinese.

: Produzione industriale europea esposta alla concorrenza cinese (Fonte: Pixels)
La Commissione europea insiste sul tema della sovracapacità: quando la produzione cinese cresce più della domanda interna, una parte dell’offerta viene riversata sui mercati esteri a prezzi molto aggressivi. Per le aziende europee, sottoposte a costi energetici e ambientali più elevati, la competizione può diventare insostenibile.
Non tutte le difficoltà dell’industria europea, tuttavia, possono essere attribuite a Pechino. Ritardi negli investimenti, frammentazione del mercato unico, energia cara, burocrazia e minore disponibilità di capitale di rischio hanno indebolito la capacità di risposta. Il deficit è quindi anche il sintomo di problemi interni.
La strategia europea viene definita “de-risking”: ridurre le dipendenze più pericolose senza interrompere i rapporti con la Cina. Significa diversificare i fornitori, sostenere la produzione continentale nei settori strategici e valutare con maggiore attenzione investimenti e acquisizioni.
La linea è più realistica di un disaccoppiamento completo. La Cina resta un mercato importante per l’industria europea e un partner necessario su clima, materie prime e catene globali. Ma il de-risking funziona solo se non si riduce a nuovi sussidi nazionali, che favorirebbero i Paesi con maggiori risorse fiscali e aumenterebbero le divisioni interne all’Unione.
Il dato commerciale indica infine una scelta politica. L’Europa può limitarsi a difendere singoli comparti con dazi e controlli, oppure costruire una strategia comune su energia, innovazione, appalti e capitali. La protezione può offrire tempo, ma non sostituisce la competitività.
Il vero obiettivo non dovrebbe essere azzerare il deficit con la Cina. Dovrebbe essere evitare che l’Europa perda la capacità di produrre ciò che considera essenziale. È su questa frontiera, più che sul saldo di un singolo anno, che si deciderà il futuro dell’industria continentale.






