
L’uso scorretto dei farmaci, la diffusione delle infezioni e la contaminazione ambientale favoriscono batteri sempre più difficili da curare. Prevenzione, diagnosi e terapie appropriate possono rallentare il fenomeno.
La resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce per la salute pubblica. Si verifica quando i batteri sviluppano la capacità di sopravvivere ai farmaci utilizzati per combatterli, rendendo alcune infezioni più difficili da curare.
Il fenomeno non riguarda soltanto chi assume antibiotici in modo scorretto. Batteri resistenti e geni di resistenza possono diffondersi tra persone, animali e ambiente. Per questo la risposta deve coinvolgere cittadini, medici, ospedali, allevamenti, industria e istituzioni.
Gli antibiotici sono medicinali utilizzati per trattare determinate infezioni batteriche. La resistenza non viene sviluppata dal corpo del paziente, ma dai batteri, che possono modificarsi o acquisire particolari geni capaci di ridurre l’efficacia del farmaco.
La resistenza può essere naturale, quando un microrganismo è già insensibile a un antibiotico, oppure acquisita. In quest’ultimo caso, batteri precedentemente sensibili diventano resistenti attraverso mutazioni o scambiando materiale genetico con altri microrganismi.
Quando un batterio resiste a più famiglie di antibiotici viene definito multiresistente. Nei casi più complessi possono rimanere poche possibilità terapeutiche, con trattamenti più lunghi e difficili.
Il concetto di resistenza antimicrobica è più ampio: comprende la resistenza sviluppata da batteri, virus, funghi e parassiti nei confronti dei rispettivi medicinali. L’antibiotico-resistenza riguarda invece specificamente i batteri e gli antibiotici, come chiarisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Secondo l’ultimo rapporto globale dell’OMS, nel 2023 una ogni sei infezioni batteriche confermate in laboratorio e considerate dall’analisi risultava resistente ai trattamenti antibiotici. Tra il 2018 e il 2023, inoltre, la resistenza è aumentata in oltre il 40% delle combinazioni tra patogeni e antibiotici monitorate.
L’OMS stima che nel 2021 la resistenza antimicrobica batterica sia stata associata a oltre 4,7 milioni di decessi nel mondo. Il dato non significa che la resistenza sia stata l’unica causa di tutte queste morti, ma mostra quanto possa incidere sull’esito delle infezioni.
Anche in Italia il problema rimane rilevante. I dati della sorveglianza AR-ISS, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, mostrano che nel 2024 la resistenza alle cefalosporine di terza generazione in Escherichia coli è salita dal 26,7% al 27,7%.
Nello stesso anno la quota di Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi è scesa dal 26,5% al 24%. Il miglioramento è positivo, ma il livello resta elevato. Per Acinetobacter la resistenza ai carbapenemi raggiungeva ancora il 74,3%. I dati completi sono consultabili nel rapporto nazionale AR-ISS.
Gli antibiotici agiscono contro i batteri, ma non sono efficaci contro i virus. Non curano quindi il raffreddore, l’influenza e la maggior parte delle comuni infezioni virali delle vie respiratorie.
Sintomi simili possono però derivare da cause differenti. Inoltre, un’infezione virale può talvolta essere seguita da una complicazione batterica. Spetta al medico valutare se un antibiotico sia necessario sulla base dei sintomi, della visita e, quando opportuno, degli esami diagnostici.
Assumere questi medicinali quando non sono indicati espone inutilmente i batteri all’azione del farmaco. I microrganismi sensibili vengono eliminati, mentre quelli resistenti possono sopravvivere e moltiplicarsi.
La comparsa di resistenze è un processo biologico naturale, ma alcuni comportamenti ne accelerano la selezione e la diffusione.
Il rischio aumenta quando gli antibiotici vengono assunti senza una valutazione medica, utilizzati per infezioni virali oppure condivisi con altre persone.
Anche riutilizzare farmaci avanzati da una precedente terapia o modificare autonomamente dosi e durata può compromettere il trattamento. La terapia deve seguire le indicazioni del medico: in caso di effetti indesiderati, mancato miglioramento o dubbi, bisogna contattare il professionista senza prendere decisioni autonome.
Una parte del problema dipende dalla circolazione dei batteri resistenti negli ospedali, nelle strutture assistenziali e nella comunità. Una scarsa igiene delle mani, una sanificazione inadeguata o un controllo insufficiente delle infezioni può facilitarne la trasmissione.
I pazienti ricoverati, le persone immunodepresse, gli anziani, i neonati e chi presenta patologie croniche possono essere più vulnerabili alle conseguenze di un’infezione difficile da trattare.
Residui di antibiotici e batteri resistenti possono raggiungere acque reflue, fiumi e terreni attraverso scarichi urbani, attività industriali, strutture sanitarie e allevamenti.
I microrganismi resistenti possono inoltre circolare tra esseri umani, animali e ambiente. È il principio alla base dell’approccio One Health, secondo il quale la salute delle persone è strettamente legata a quella degli animali e degli ecosistemi.

Professionista sanitario con farmaci per il trattamento delle infezioni batteriche (Fonte: Pexels)
Quando necessario, il medico può richiedere un esame colturale per identificare il batterio responsabile dell’infezione. L’antibiogramma permette successivamente di verificare a quali antibiotici il microrganismo risulti sensibile o resistente.
Il risultato aiuta a scegliere una terapia mirata, evitando quando possibile l’impiego non necessario di farmaci ad ampio spettro. Non tutte le infezioni richiedono però questi esami: la decisione dipende dal quadro clinico e viene presa dal professionista sanitario.
Quando il trattamento di prima scelta non funziona a causa della resistenza, possono essere necessari farmaci differenti, talvolta somministrati per via endovenosa o durante un ricovero. Alcune alternative possono inoltre provocare maggiori effetti indesiderati.
Un’infezione provocata da batteri resistenti può richiedere più tempo per essere curata e comportare:
L’antibiotico-resistenza può rendere più rischiose anche procedure come trapianti, interventi chirurgici, chemioterapia e assistenza intensiva, nelle quali la prevenzione e la cura delle infezioni sono essenziali.
Non esiste una soluzione unica. La strategia deve combinare prevenzione, prescrizioni appropriate, sorveglianza e ricerca.
Lavare correttamente le mani, rispettare le misure di igiene alimentare e applicare le procedure di prevenzione nelle strutture sanitarie aiuta a limitare la circolazione dei microrganismi.
Anche le vaccinazioni possono ridurre alcune infezioni e le loro complicazioni, diminuendo di conseguenza la necessità di ricorrere agli antibiotici. La prevenzione è uno dei temi centrali degli approfondimenti pubblicati nella sezione Salute de Il Contemporaneo.
Gli antibiotici devono essere assunti soltanto in seguito a una prescrizione o a un’indicazione sanitaria appropriata. È necessario rispettare dosaggio, orari e durata stabiliti dal medico.
Non bisogna condividere le medicine, utilizzare confezioni avanzate o conservarle per una futura automedicazione. I prodotti inutilizzati o scaduti devono essere conferiti negli appositi contenitori presenti nelle farmacie, secondo le modalità previste localmente.
Gli ospedali possono ridurre la diffusione dei batteri resistenti attraverso la sorveglianza microbiologica, l’igiene delle mani, la sanificazione e i programmi di uso responsabile degli antibiotici.
Parallelamente, la ricerca sta studiando nuovi farmaci, strumenti diagnostici più rapidi, batteriofagi e altre strategie terapeutiche. Lo sviluppo di nuove cure è necessario, ma non elimina il bisogno di proteggere l’efficacia degli antibiotici già disponibili.
La resistenza agli antibiotici non può essere fermata completamente, ma può essere rallentata. Evitare l’automedicazione, seguire le prescrizioni e prevenire le infezioni sono comportamenti importanti, ma devono essere affiancati da politiche sanitarie, ambientali e veterinarie coordinate.
Preservare l’efficacia degli antibiotici significa proteggere la possibilità di curare infezioni comuni, realizzare interventi chirurgici in sicurezza e assistere i pazienti più fragili. È una responsabilità che riguarda l’intera società, non soltanto chi sta seguendo una terapia.






