
L’intelligenza artificiale moltiplica le richieste di nuovi impianti. Per il Paese è un’opportunità, ma servono energia, reti e regole.
I data center in Italia sono destinati a diventare una presenza sempre più visibile nei nostri territori. Non sono semplici capannoni pieni di computer, ma le infrastrutture fisiche sulle quali funzionano il cloud, i servizi digitali e, sempre più, l’intelligenza artificiale. La loro crescita può portare investimenti e rafforzare la competitività del Paese. Allo stesso tempo, però, pone domande concrete sull’energia, sull’acqua e sull’impatto per le comunità locali. È da questo equilibrio, e non da una contrapposizione ideologica, che bisogna partire.
Negli Stati Uniti, dove lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è sostenuto da investimenti enormi, la costruzione di nuovi data center suscita già proteste e preoccupazioni. In alcune aree le comunità locali temono che impianti molto grandi possano esercitare una pressione eccessiva sulle reti elettriche, sulle risorse idriche e sul territorio. A queste obiezioni si aggiunge la diffidenza politica verso il potere assunto dalle grandi imprese tecnologiche.
Il fenomeno ha ormai dimensioni che non possono essere ignorate. Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, nel 2023 i data center hanno assorbito circa il 4,4% dell’elettricità consumata nel Paese. Le proiezioni indicano che nel 2028 la quota potrebbe salire tra il 6,7% e il 12%. Un aggiornamento successivo colloca la stima centrale per la fine del decennio intorno all’11,8%, pur all’interno di scenari molto variabili.
Le contestazioni americane, quindi, non possono essere liquidate tutte come una reazione ostile all’innovazione. Quando una grande infrastruttura arriva in un territorio, i cittadini chiedono legittimamente chi sosterrà i costi per la rete, quanta acqua sarà utilizzata e quali benefici economici rimarranno sul posto. Sono domande che presto riguarderanno anche l’Italia.
Gli investimenti italiani nell’intelligenza artificiale non sono paragonabili a quelli statunitensi. Il nostro Paese sconta ancora ritardi nella capacità di innovazione e nella disponibilità di infrastrutture digitali. Eppure, sul fronte dei data center, il numero dei progetti proposti sta crescendo con grande rapidità.
Terna segnala che, al 30 giugno 2025, le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale riconducibili a data center superavano le 300 iniziative, per oltre 50 gigawatt di potenza. Alla fine del 2024 le domande ammontavano a circa 30 gigawatt. La crescita, in pochi mesi, offre la misura dell’interesse degli operatori per il mercato italiano.
Il dato deve però essere letto correttamente. Cinquanta gigawatt non rappresentano il consumo attuale dei data center italiani e neppure la potenza di impianti già autorizzati. Si tratta di richieste di connessione: una parte dei progetti potrebbe essere modificata, rinviata o non essere mai realizzata. Il numero resta comunque significativo perché mostra la pressione potenziale che il settore potrà esercitare sulla rete.
La maggior parte delle iniziative si concentra in Lombardia e, in particolare, nell’area milanese. Non è una scelta casuale. Milano dispone di un tessuto industriale e finanziario molto sviluppato, di collegamenti con le principali reti di telecomunicazione e della vicinanza a imprese che utilizzano servizi cloud e applicazioni digitali. Si aggiunge la disponibilità di aree industriali dismesse che possono essere recuperate.
Questa concentrazione presenta però anche un rischio. L’energia non deve soltanto essere prodotta: deve poter arrivare in modo continuo e sicuro nel luogo in cui viene richiesta. Se troppi impianti si concentrano nella stessa area, possono rendersi necessari nuove stazioni elettriche, il rafforzamento delle linee esistenti e collegamenti capaci di trasportare energia prodotta altrove.
Nel Piano di sviluppo 2025 Terna ha previsto oltre 23 miliardi di euro di investimenti nella rete nel decennio 2025-2034. È un programma pensato per integrare le fonti rinnovabili, ridurre le congestioni e sostenere nuovi carichi industriali. La crescita digitale, in altre parole, dipenderà anche dalla velocità con cui sapremo adeguare l’infrastruttura elettrica.
Un data center deve alimentare migliaia di server senza interruzioni, garantire la continuità dei servizi e raffreddare apparecchiature che producono molto calore. Secondo Terna, un grande campus hyperscale può richiedere una potenza continua compresa tra 100 e 200 megawatt. Esistono anche domande di connessione per taglie superiori ai 500 megawatt. È da qui che nasce il paragone, spesso utilizzato, con il consumo di una città o di un grande quartiere urbano.
Il confronto deve comunque essere trattato con cautela. Il consumo effettivo dipende dalla dimensione dell’impianto, dal grado di utilizzo dei server, dalla loro efficienza e dalla tecnologia scelta per il raffreddamento. Due strutture della stessa estensione possono avere fabbisogni molto diversi.
La tendenza generale, però, è chiara. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che il consumo elettrico mondiale dei data center possa passare da circa 485 terawattora nel 2025 a circa 950 terawattora nel 2030, una quantità vicina all’attuale consumo annuo del Giappone. L’intelligenza artificiale è il principale motore di questa accelerazione, insieme alla crescita del cloud, dello streaming e degli altri servizi digitali.

La sottostazione di San Lorenzo, in Honduras, illustra il ruolo delle infrastrutture elettriche. (Fonte: Wikipedia)
La discussione non può fermarsi all’elettricità. Alcuni sistemi di raffreddamento utilizzano quantità rilevanti di acqua e possono diventare problematici nelle aree soggette a stress idrico. Non esiste però un consumo uguale per tutti: dipende dalla tecnologia, dalla temperatura esterna, dal riuso dell’acqua e dalle modalità operative.
L’Unione europea ha introdotto un sistema comune di monitoraggio che impone ai data center con consumi significativi di comunicare indicatori sulla prestazione energetica e sull’impronta idrica. È un passo importante perché consente di superare sia gli allarmismi generici sia le rassicurazioni prive di numeri.
Prima di autorizzare nuovi impianti bisognerà valutare non soltanto la potenza richiesta, ma anche l’efficienza energetica, il consumo di acqua, la possibilità di recuperare il calore prodotto, l’uso di aree già urbanizzate e la ricaduta occupazionale. Il riutilizzo del calore per edifici, attività produttive o reti di teleriscaldamento può ridurre gli sprechi, ma richiede una pianificazione anticipata e la presenza di utilizzatori nelle vicinanze.
La crescita dei data center cambia lo scenario della transizione energetica. Alla progressiva elettrificazione dei trasporti, degli edifici e dell’industria si aggiunge ora una domanda digitale che può crescere più rapidamente della capacità di adeguare le reti. Non basta quindi invocare una sola fonte energetica.
Nel breve periodo saranno decisivi il potenziamento della rete, l’aumento delle fonti rinnovabili, gli accumuli, le interconnessioni e una maggiore efficienza degli stessi data center. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che, a livello mondiale, circa metà della crescita della domanda del settore fino al 2035 possa essere soddisfatta dalle rinnovabili. Un contributo arriverà anche da fonti programmabili, compresi gas, geotermia e nucleare, con combinazioni differenti da Paese a Paese.
In Italia il governo ha avviato un percorso legislativo per costruire un nuovo quadro in materia di nucleare sostenibile, comprendendo tecnologie modulari e avanzate. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera il 4 giugno 2026 e trasmesso al Senato. Non significa che siano già in costruzione nuove centrali: si tratta ancora della definizione delle regole entro cui potranno essere valutate le tecnologie disponibili.
Anche per questo il nucleare non può essere presentato come la risposta immediata al fabbisogno dei prossimi anni. La fissione nucleare comprende le tecnologie oggi esistenti e quelle modulari in fase di sviluppo; la fusione rappresenta invece una prospettiva di più lungo periodo, che non è ancora disponibile per la produzione commerciale di elettricità. Confondere i due orizzonti renderebbe meno serio un dibattito che ha bisogno di realismo.
L’Italia non può rinunciare alle infrastrutture sulle quali si reggono il cloud, l’intelligenza artificiale, la sanità digitale, la ricerca e una parte crescente della produzione industriale. Ma non è neppure obbligata ad accettare ogni progetto alle condizioni poste dagli investitori.
Per ogni nuovo data center bisognerebbe conoscere la potenza realmente necessaria, le fonti utilizzate, il consumo idrico, l’efficienza prevista e gli interventi richiesti alla rete pubblica. È altrettanto importante misurare l’occupazione prodotta, distinguendo i posti temporanei legati alla costruzione da quelli permanenti, generalmente più limitati, necessari alla gestione dell’impianto.
Servono inoltre procedure trasparenti e un confronto con gli enti locali. Un progetto può essere più facilmente accettato se recupera un’area abbandonata, finanzia infrastrutture utili al territorio, utilizza energia aggiuntiva a basse emissioni e mette a disposizione il calore che altrimenti verrebbe disperso.
I data center saranno tra le fabbriche dell’economia digitale. Opporsi per principio alla loro costruzione significherebbe rinunciare a una parte importante dello sviluppo tecnologico. Accoglierli senza condizioni, però, vorrebbe dire trasferire sulle comunità i costi energetici e ambientali della trasformazione.
La posizione più ragionevole è quella che tiene insieme innovazione e responsabilità. Dobbiamo scegliere dove costruire i nuovi impianti, con quale energia alimentarli e quali benefici chiedere in cambio per i territori. I data center possono diventare una leva di sviluppo soltanto se la crescita digitale procederà insieme a quella delle reti, delle fonti a basse emissioni e dell’efficienza. È su questa capacità di governo, più che sugli slogan, che si misurerà la politica industriale italiana dei prossimi anni.






