
Competenze sottoutilizzate, difficoltà nel reperire personale e disuguaglianze nell’accesso al lavoro: i dati indicano come valorizzare le persone.
Il capitale umano comprende le conoscenze, le competenze e le capacità che le persone acquisiscono attraverso lo studio, la formazione e l’esperienza professionale. In Italia questa risorsa continua, però, a essere valorizzata solo in parte. Le imprese dichiarano difficoltà nel trovare personale qualificato, mentre molti lavoratori non riescono a utilizzare pienamente ciò che hanno imparato. I dati sull’istruzione, sull’occupazione e sulla formazione continua aiutano a capire dove intervenire.
Investire nel capitale umano è una delle condizioni necessarie per la crescita delle aziende italiane. Significa rafforzare le competenze dei lavoratori, riconoscerne le capacità e creare percorsi che consentano loro di crescere professionalmente.
La valorizzazione delle persone può aumentare la motivazione, la produttività e il coinvolgimento, contribuendo allo stesso tempo alla costruzione di una cultura aziendale positiva. Non si tratta solamente di organizzare corsi, ma di collegare la formazione alle necessità effettive dei dipendenti e agli obiettivi dell’impresa.
Secondo l’INAPP, nel 2024 il tasso di partecipazione degli adulti alla formazione ha raggiunto il 10,4%, rispetto al 6,3% registrato nel 2004. Nello stesso anno, i progetti di formazione continua hanno coinvolto oltre 1,7 milioni di lavoratori dipendenti.
Un ruolo importante è svolto dai 20 Fondi paritetici interprofessionali, ai quali aderiscono circa 780 mila imprese, corrispondenti a 10,5 milioni di lavoratori. I Fondi finanziano attività formative rivolte ai dipendenti e possono aiutare le aziende ad affrontare le trasformazioni tecnologiche e organizzative.
I dati dell’Istat sui livelli di istruzione e i ritorni occupazionali mostrano una situazione ancora distante dalla media europea.
Nel 2024, il 22,3% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possedeva un titolo di studio terziario, contro il 36,1% della media dell’Unione europea. Tra i giovani di 25-34 anni la quota dei laureati raggiungeva il 31,6%, mentre nell’UE si attestava al 44,1%.
Il diploma continua a essere considerato il livello minimo necessario per partecipare al mercato del lavoro con concrete possibilità di crescita professionale. Nel 2024, il 44,4% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possedeva un titolo secondario superiore.
Anche l’abbandono scolastico rimane un elemento da osservare. La quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione era del 9,8%, contro il 9,4% della media europea. Il fenomeno interessava maggiormente i ragazzi, con una percentuale del 12,2%, rispetto al 7,1% registrato tra le ragazze.
Un livello di istruzione più elevato migliora generalmente le possibilità di trovare lavoro. Nel 2024 il tasso di occupazione degli italiani tra i 25 e i 64 anni raggiungeva l’84,7% tra i laureati, scendeva al 74% tra i diplomati e si fermava al 55% tra coloro che possedevano al massimo un titolo secondario inferiore.
Tra i giovani che avevano concluso gli studi da uno a tre anni, il tasso di occupazione era del 77,3% per i laureati e del 60,6% per i diplomati. Studiare, quindi, continua a offrire un vantaggio, ma il titolo conseguito non garantisce automaticamente un lavoro stabile, adeguatamente retribuito e coerente con le competenze acquisite.
Restano inoltre forti differenze tra donne e uomini. Le donne sono mediamente più istruite, ma meno occupate: tra i 25 e i 64 anni il tasso di occupazione femminile era del 60,1%, contro l’80,1% maschile.
Il divario diminuisce all’aumentare del titolo di studio, senza però scomparire. Il tasso di occupazione delle donne laureate era dell’81,7%, ancora inferiore all’85,5% della media europea.
Anche il territorio condiziona le possibilità occupazionali. Tra i laureati di 25-64 anni il tasso di occupazione raggiungeva l’88,3% nel Nord e si fermava al 77,3% nel Mezzogiorno. La distanza si riduce rispetto al passato, ma continua a limitare la capacità del Paese di utilizzare pienamente il proprio capitale umano.

Adulti partecipano a un corso digitale per la formazione continua e la valorizzazione del capitale umano (Fonte: Pexels)
La formazione si sta trasformando anche grazie all’intelligenza artificiale. Secondo i dati della quinta edizione dell’indagine INDACO-Imprese 2025, circa un quarto delle aziende che utilizza sistemi di IA li impiega a supporto delle attività formative.
Tra queste imprese, il 36,8% utilizza l’intelligenza artificiale per produrre materiali didattici personalizzati, il 32,1% per adattare i percorsi alle esigenze dei partecipanti e il 28,9% per individuare i fabbisogni di competenze.
La formazione viene utilizzata anche per rispondere alle difficoltà di reperimento del personale. Tra le imprese che segnalano problemi di recruiting, il 37,1% attiva percorsi di riqualificazione e il 30,4% punta sull’aggiornamento professionale.
L’accesso alla formazione non è però uniforme. Investe in queste attività circa il 70% delle grandi imprese, mentre la quota scende al di sotto di un terzo tra le microimprese. Esiste anche una differenza generazionale: partecipa alla formazione il 18,2% degli under 35, contro il 6,8% degli over 50.
Valorizzare il capitale umano significa riconoscere le capacità delle persone e offrire loro la possibilità di svilupparle durante tutta la vita professionale. Studiare rappresenta un punto di partenza fondamentale, ma deve essere possibile utilizzare concretamente ciò che si è imparato.
Le aziende possono contribuire ascoltando i dipendenti, riconoscendone le competenze e costruendo percorsi di crescita coerenti. Servono anche retribuzioni adeguate, condizioni di lavoro sostenibili e opportunità che consentano alle persone di progettare il proprio futuro.
Una maggiore collaborazione tra scuole, università, istituzioni e imprese può rendere la formazione più vicina alle necessità del mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale può aiutare a individuare i fabbisogni formativi e a personalizzare i percorsi, ma non può sostituire l’attenzione verso le persone, le loro difficoltà e le loro aspirazioni.
Ridurre le differenze tra donne e uomini, tra generazioni e tra territori è indispensabile per evitare che competenze già presenti nel Paese restino inutilizzate. L’Italia non deve soltanto formare il proprio capitale umano: deve creare le condizioni necessarie per trattenerlo, riconoscerlo e valorizzarlo.






