Capitale Umano: risorsa che l’Italia valorizza poco

Sara MacaroAttualità13 minutes ago4 Views

Competenze sottoutilizzate, difficoltà nel reperire personale e disuguaglianze nell’accesso al lavoro: i dati indicano come valorizzare le persone.

Il capitale umano comprende le conoscenze, le competenze e le capacità che le persone acquisiscono attraverso lo studio, la formazione e l’esperienza professionale. In Italia questa risorsa continua, però, a essere valorizzata solo in parte. Le imprese dichiarano difficoltà nel trovare personale qualificato, mentre molti lavoratori non riescono a utilizzare pienamente ciò che hanno imparato. I dati sull’istruzione, sull’occupazione e sulla formazione continua aiutano a capire dove intervenire.

Come investire nel capitale umano in Italia

Investire nel capitale umano è una delle condizioni necessarie per la crescita delle aziende italiane. Significa rafforzare le competenze dei lavoratori, riconoscerne le capacità e creare percorsi che consentano loro di crescere professionalmente.

La valorizzazione delle persone può aumentare la motivazione, la produttività e il coinvolgimento, contribuendo allo stesso tempo alla costruzione di una cultura aziendale positiva. Non si tratta solamente di organizzare corsi, ma di collegare la formazione alle necessità effettive dei dipendenti e agli obiettivi dell’impresa.

Secondo l’INAPP, nel 2024 il tasso di partecipazione degli adulti alla formazione ha raggiunto il 10,4%, rispetto al 6,3% registrato nel 2004. Nello stesso anno, i progetti di formazione continua hanno coinvolto oltre 1,7 milioni di lavoratori dipendenti.

Un ruolo importante è svolto dai 20 Fondi paritetici interprofessionali, ai quali aderiscono circa 780 mila imprese, corrispondenti a 10,5 milioni di lavoratori. I Fondi finanziano attività formative rivolte ai dipendenti e possono aiutare le aziende ad affrontare le trasformazioni tecnologiche e organizzative.

Capitale umano e livelli di istruzione

I dati dell’Istat sui livelli di istruzione e i ritorni occupazionali mostrano una situazione ancora distante dalla media europea.

Nel 2024, il 22,3% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possedeva un titolo di studio terziario, contro il 36,1% della media dell’Unione europea. Tra i giovani di 25-34 anni la quota dei laureati raggiungeva il 31,6%, mentre nell’UE si attestava al 44,1%.

Il diploma continua a essere considerato il livello minimo necessario per partecipare al mercato del lavoro con concrete possibilità di crescita professionale. Nel 2024, il 44,4% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possedeva un titolo secondario superiore.

Anche l’abbandono scolastico rimane un elemento da osservare. La quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione era del 9,8%, contro il 9,4% della media europea. Il fenomeno interessava maggiormente i ragazzi, con una percentuale del 12,2%, rispetto al 7,1% registrato tra le ragazze.

Studiare aiuta, ma le opportunità restano diseguali

Un livello di istruzione più elevato migliora generalmente le possibilità di trovare lavoro. Nel 2024 il tasso di occupazione degli italiani tra i 25 e i 64 anni raggiungeva l’84,7% tra i laureati, scendeva al 74% tra i diplomati e si fermava al 55% tra coloro che possedevano al massimo un titolo secondario inferiore.

Tra i giovani che avevano concluso gli studi da uno a tre anni, il tasso di occupazione era del 77,3% per i laureati e del 60,6% per i diplomati. Studiare, quindi, continua a offrire un vantaggio, ma il titolo conseguito non garantisce automaticamente un lavoro stabile, adeguatamente retribuito e coerente con le competenze acquisite.

Restano inoltre forti differenze tra donne e uomini. Le donne sono mediamente più istruite, ma meno occupate: tra i 25 e i 64 anni il tasso di occupazione femminile era del 60,1%, contro l’80,1% maschile.

Il divario diminuisce all’aumentare del titolo di studio, senza però scomparire. Il tasso di occupazione delle donne laureate era dell’81,7%, ancora inferiore all’85,5% della media europea.

Anche il territorio condiziona le possibilità occupazionali. Tra i laureati di 25-64 anni il tasso di occupazione raggiungeva l’88,3% nel Nord e si fermava al 77,3% nel Mezzogiorno. La distanza si riduce rispetto al passato, ma continua a limitare la capacità del Paese di utilizzare pienamente il proprio capitale umano.

Adulti partecipano a un corso digitale per la formazione continua e la valorizzazione del capitale umano

Adulti partecipano a un corso digitale per la formazione continua e la valorizzazione del capitale umano (Fonte: Pexels)

Intelligenza artificiale e formazione dei lavoratori

La formazione si sta trasformando anche grazie all’intelligenza artificiale. Secondo i dati della quinta edizione dell’indagine INDACO-Imprese 2025, circa un quarto delle aziende che utilizza sistemi di IA li impiega a supporto delle attività formative.

Tra queste imprese, il 36,8% utilizza l’intelligenza artificiale per produrre materiali didattici personalizzati, il 32,1% per adattare i percorsi alle esigenze dei partecipanti e il 28,9% per individuare i fabbisogni di competenze.

La formazione viene utilizzata anche per rispondere alle difficoltà di reperimento del personale. Tra le imprese che segnalano problemi di recruiting, il 37,1% attiva percorsi di riqualificazione e il 30,4% punta sull’aggiornamento professionale.

L’accesso alla formazione non è però uniforme. Investe in queste attività circa il 70% delle grandi imprese, mentre la quota scende al di sotto di un terzo tra le microimprese. Esiste anche una differenza generazionale: partecipa alla formazione il 18,2% degli under 35, contro il 6,8% degli over 50.

Dare valore alle persone per creare nuove opportunità

Valorizzare il capitale umano significa riconoscere le capacità delle persone e offrire loro la possibilità di svilupparle durante tutta la vita professionale. Studiare rappresenta un punto di partenza fondamentale, ma deve essere possibile utilizzare concretamente ciò che si è imparato.

Le aziende possono contribuire ascoltando i dipendenti, riconoscendone le competenze e costruendo percorsi di crescita coerenti. Servono anche retribuzioni adeguate, condizioni di lavoro sostenibili e opportunità che consentano alle persone di progettare il proprio futuro.

Una maggiore collaborazione tra scuole, università, istituzioni e imprese può rendere la formazione più vicina alle necessità del mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale può aiutare a individuare i fabbisogni formativi e a personalizzare i percorsi, ma non può sostituire l’attenzione verso le persone, le loro difficoltà e le loro aspirazioni.

Ridurre le differenze tra donne e uomini, tra generazioni e tra territori è indispensabile per evitare che competenze già presenti nel Paese restino inutilizzate. L’Italia non deve soltanto formare il proprio capitale umano: deve creare le condizioni necessarie per trattenerlo, riconoscerlo e valorizzarlo.

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