
La cura dell’obesità richiede un percorso personalizzato: diagnosi, alimentazione, attività fisica, sostegno psicologico, farmaci e chirurgia.
L’obesità è in aumento in tutto il mondo, ma viene ancora considerata troppo spesso una conseguenza della scarsa volontà individuale. In realtà è una malattia cronica complessa, determinata dall’interazione tra fattori biologici, genetici, psicologici, ambientali e sociali.
Può compromettere la salute fisica, ridurre la qualità della vita e favorire stigma, isolamento e senso di colpa. Per questo la cura dell’obesità non può ridursi alla semplice indicazione di mangiare meno e muoversi di più: richiede una valutazione medica e un percorso costruito sulla persona.
L’obesità è caratterizzata da un accumulo eccessivo di tessuto adiposo che può danneggiare la salute. È associata a un maggiore rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, disturbi respiratori, problemi articolari e alcune forme tumorali.
Alle conseguenze fisiche possono aggiungersi quelle psicologiche e sociali, spesso aggravate dalla discriminazione legata al peso.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità la considera una malattia cronica e recidivante. Questo significa che può durare nel tempo e che il peso perso può essere recuperato, soprattutto quando il trattamento viene interrotto o non tiene conto dei fattori che hanno contribuito allo sviluppo della patologia.
Non esiste, dunque, una soluzione identica per tutti. Il percorso deve essere graduale e può coinvolgere medici, dietisti, nutrizionisti, endocrinologi, psicologi e altri specialisti.
Uno degli strumenti più utilizzati è l’indice di massa corporea, o BMI, che si calcola dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri.
Negli adulti, i valori di riferimento sono:
L’obesità viene ulteriormente suddivisa in tre classi:
Il BMI, però, è uno strumento di valutazione iniziale e non può descrivere da solo lo stato di salute di una persona. Non distingue, per esempio, la massa grassa da quella muscolare e non indica come il grasso sia distribuito nel corpo.
Per questo il medico può considerare anche la circonferenza addominale, la composizione corporea, la storia clinica, le terapie assunte e la presenza di eventuali patologie. Può inoltre prescrivere esami per controllare glicemia, colesterolo, trigliceridi e altri parametri.
Nei bambini e negli adolescenti non si applicano direttamente le soglie previste per gli adulti. Il BMI deve essere interpretato attraverso curve di crescita che tengono conto dell’età e del sesso, nell’ambito di una valutazione pediatrica.
Secondo l’OMS, nel 2022 una persona su otto nel mondo viveva con l’obesità. Nello stesso anno il 43% degli adulti risultava in sovrappeso e il 16% obeso.
Il fenomeno riguarda anche le fasce più giovani: tra bambini e adolescenti dai 5 ai 19 anni la prevalenza di sovrappeso e obesità è passata dall’8% del 1990 al 20% del 2022.
Questi dati mostrano che l’obesità non può essere letta soltanto come una questione individuale. Incidono anche la disponibilità e il costo degli alimenti, l’organizzazione delle città, il lavoro sedentario, le opportunità di praticare attività fisica e il marketing dei prodotti ad alta densità energetica.
L’obesità nasce dall’interazione di numerosi fattori. Alimentazione e sedentarietà possono contribuire, ma non spiegano da sole tutti i casi.
La predisposizione genetica può influenzare l’appetito, il consumo energetico e la tendenza ad accumulare grasso. Esistono inoltre rare condizioni genetiche, come la sindrome di Prader-Willi o alcune alterazioni del gene MC4R, che possono favorire lo sviluppo dell’obesità.
Anche alcune condizioni endocrine e metaboliche devono essere valutate. L’ipotiroidismo, la sindrome dell’ovaio policistico e altre alterazioni ormonali possono concorrere all’aumento di peso, ma la loro presenza deve essere accertata dal medico.
La riduzione dell’attività fisica quotidiana, il lavoro sedentario, l’accesso frequente a prodotti molto calorici e le porzioni abbondanti possono favorire un bilancio energetico positivo.
Anche dormire poco o male, lavorare di notte e soffrire di apnee ostruttive del sonno può interferire con i meccanismi che regolano fame e sazietà.
Stress, traumi ed eventi difficili possono modificare il rapporto con il cibo. Disturbi come l’iperfagia e la bulimia richiedono una valutazione specifica e non devono essere affrontati attraverso diete improvvisate.
Anche alcuni medicinali possono contribuire all’aumento di peso. L’effetto, però, dipende dalla singola molecola e dalle caratteristiche del paziente: una terapia non deve mai essere sospesa o modificata senza aver consultato il medico.

Alimentazione, movimento, sostegno psicologico e terapie mediche possono concorrere a un percorso personalizzato. (Fonte: Pexels)
La prevenzione non significa inseguire un modello estetico, ma creare condizioni favorevoli alla salute. Un’alimentazione varia ed equilibrata, l’attività fisica regolare e un sonno adeguato aiutano a ridurre il rischio di aumento di peso e delle malattie associate.
È utile privilegiare frutta, verdura, legumi e cereali integrali, limitando il consumo abituale di prodotti ricchi di zuccheri, sale e grassi. Leggere le etichette può aiutare a confrontare gli alimenti e a compiere scelte più consapevoli.
Per gli adulti l’OMS raccomanda almeno 150 minuti settimanali di attività fisica aerobica di intensità moderata, quando le condizioni di salute lo consentono. Camminare, utilizzare la bicicletta o scegliere le scale può contribuire ad aumentare il movimento quotidiano.
Per chi presenta limitazioni o patologie, l’attività deve essere adattata con l’aiuto di un professionista.
La cura dell’obesità parte dalla diagnosi e dalla definizione di obiettivi realistici. Il primo traguardo non è necessariamente raggiungere un peso considerato ideale, ma migliorare lo stato di salute, arrestare l’aumento ponderale e ridurre il rischio di complicazioni.
Il percorso può comprendere:
Le diete estremamente restrittive e i programmi non controllati possono essere difficili da mantenere e favorire ripetute oscillazioni del peso.
Un trattamento efficace deve invece poter proseguire nel tempo e tenere conto della vita quotidiana, delle condizioni economiche e dello stato emotivo del paziente.
Negli ultimi anni il trattamento farmacologico si è evoluto con l’arrivo degli analoghi del GLP-1 e dei doppi agonisti GIP/GLP-1. Questi medicinali agiscono sui meccanismi che regolano la glicemia, la sazietà e il senso di fame.
Tra i farmaci autorizzati per la gestione del peso rientrano, in specifiche condizioni, semaglutide, liraglutide e tirzepatide.
L’Agenzia Italiana del Farmaco ricorda che richiedono sempre la prescrizione e il controllo del medico. Non sono una soluzione estetica né una scorciatoia priva di rischi: devono essere inseriti in un percorso che comprenda alimentazione, attività fisica e monitoraggio clinico.
Nausea, vomito, diarrea, stipsi e dolore addominale sono tra gli effetti indesiderati più comuni. Esistono inoltre eventi meno frequenti ma clinicamente importanti, che devono essere valutati dal medico. L’acquisto online da canali non autorizzati e l’assunzione senza prescrizione possono esporre a seri rischi.
In Italia, Wegovy, Saxenda e Mounjaro utilizzati per la gestione del peso sono classificati in classe C e non sono attualmente rimborsati dal Servizio sanitario nazionale per questa indicazione.
Alcuni medicinali contenenti gli stessi principi attivi o appartenenti alle medesime classi possono invece avere indicazioni e regole di rimborso differenti per il diabete di tipo 2.
La chirurgia bariatrica non è una scorciatoia e non deve essere descritta semplicemente come l’ultima risorsa. È una possibilità terapeutica riservata a pazienti selezionati, dopo una valutazione multidisciplinare che considera BMI, condizioni cliniche, patologie associate e percorsi già effettuati.
Anche dopo l’intervento sono necessari controlli medici, attenzione all’alimentazione e un cambiamento duraturo delle abitudini. La chirurgia rappresenta quindi una parte di un percorso più ampio, non la sua conclusione.
Riconoscere l’obesità come malattia significa superare l’idea che tutto dipenda dalla forza di volontà. Significa anche offrire cure accessibili, percorsi personalizzati e un linguaggio rispettoso.
La perdita di peso può essere uno degli obiettivi, ma non è l’unico parametro da osservare. Migliorare la glicemia, la pressione, la mobilità, il sonno e la qualità della vita può rappresentare un risultato importante.
Il primo passo resta chiedere una valutazione qualificata, evitando soluzioni rapide e percorsi basati sul senso di colpa.






